Caro Orazio, i panforti, come scudi omerici, d'argento cesellato, brillano nella cantera, e dallato hanno amaretti e cavallucci, studi
incliti di Sanesi pasticcieri. Siena! dolce paese! Oh mi si dia di veder la città de' miei pensieri! So che vorrei fermarmi a mezza via,
tra Fiorenza gaietta e Siena austera, o caro Orazio mio, nel tuo Castello. Forse vi troverei la primavera, ora che brullo dondola l'ornello.
Così soavi ha gli occhi la tua mamma, che governa sue tre vite leggiadre, così pura del tuo lare è la fiamma, così paterno è il piglio di tuo padre,
ch'io mi crederei giunto ove ho il cammino: alfine, Orazio mio, mi crederei giunto, tra sì gran pene, al mio destino: là dov'è babbo e mamma e tutti i miei.
Tutti, all'infuori delle due soavi sorelle mie di sangue e cor, che adoro; ed amo tanto te, perché pensavi unicamente, col tuo dono, a loro.
Basta: la notte di Natale, quando sono pel cielo tanti gli angioletti; se qualche groppo ne verrà, cianciando, come uno stormo, sopra i nostri tetti,
(candidi stanno, e poi qual va, qual viene, e nuova schiera ad ora ad or s'aduna: li crede il volgo nuvole serene erranti in cielo al lume della luna)
se alcuno ne verrà, sì che nel viso possa vederlo, io gli dirò che porti, prima ancor che nel santo paradiso, questa novella a casa de' miei morti:
che c'è una casa in questa dolce terra che ci vuol bene per la sua bontà. Quelli ne goderanno di sotterra e Dio dal Cielo vi benedirà.
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