E teco io sono in questo dì che augusto, co' tuoi nepoti, all'ombra del lavoro tuo, siedi e narri che piantavi arbusto l'elce, per loro:
l'elce che spande a molto ciel le rame forti, e nel tronco, ove sarebbe il cuore, chiude un segreto murmure, uno sciame d'api canore.
Anch'io son teco. Son partito all'alba dal mio San Mauro. Sotto la rugiada era, tra siepi ingombre di vitalba, bruna la strada.
E nei cantieri ondavano le messi con, sopra, un volo taciturno e nero di rondinelle. E c'erano i cipressi d'un cimitero.
E un primo raggio balenò dal mare sopra i cipressi: e se n'udìa lontano un pispillìo d'uccelli, un conversare d'anime, piano
piano. Io seguiva. Ed era fermo e solo, che ancor dal cielo non pioveva il caldo, nella mia strada, udendo l'usignolo piangere a Gualdo.
A Gualdo, solo e fermo ero, press'una siepe fiorita, assai grande, assai folta: c'era al suo piede il resto d'una bruna croce travolta.
E nella siepe si pasceva un mondo di coccinelle; e dalla sua fiorita sorgeva un gaio strepito, un giocondo rombo di vita.
E io seguiva. O forse non conosco la mia Romagna, i suoi villaggi, i doppi delle sue chiese? Non è quello il Bosco grigio tra i pioppi?
Il Bosco chiaro per l'agreste fiera di San Lorenzo? di quel dì... Ma sono con te, Finali, o nostra mente austera, cuore mio buono!
Beviam la gioia dell'albana bionda per ciò che più nel forte cuor ti piaccia! Ma prima, il viso lascia che nasconda tra le tue braccia.
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