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1855–1912

A CIAPIN

Giovanni Pascoli

Quella vendemmia ch'hai deposta, senza libarne, pura, nel cellier di sotto, tre anni fa, per l'ora che in licenza venga Pinotto;

quella vendemmia che sgorgò dal cerro del masso, credo; ch'odiò la fonte; ch'altra non ebbe tanto del tuo ferro, ferreo Piemonte;

quella vendemmia che ribollì scossa tutta da un cupo palpito alla prima luna di marzo, come l'onda rossa d'Abba Garima;

e ch'ora tiene nel suo forte vetro, come in un muto e forte cuor, costretta l'ira d'allora e il lungo pensier tetro della vendetta:

Ciapin fedele, frema negli oscuri vetri segnati dalla cauta cera, quella vendemmia! resti ancor, maturi quella barbèra!

Non beva il vino dell'eroe chi chiede al vin l'oblìo del cuore e delle gambe tremule! Ei vive: là vagar si vede, solo, tra l'ambe.

Serbalo il vino dell'eroe che tace ma vive. Ignote costellazioni lui fissano e, con occhi tra le acace tondi, i leoni.

Serbalo il vino dell'eroe che vuole quello che vuole, e là resta al comando suo, donde, certo e allegro come il sole, tornerà, quando...

Serba per quando, ciò che ha fermo in cuore, coi nostri pezzi che al ghebì selvaggio son come cani, e con il nostro onore ch'è come paggio...

Serba la tua purpurea barbèra per quando, un giorno che non è lontano, tutto ravvolto nella sua bandiera torni Galliano.

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