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1486–1516

La fabula di Narciso del Mozarello da Ghazolo mantuano

Giovanni Muzzarelli

Non visto in altri mai foco d' amore, forse oltra le confin dil naturale, ch' accese un di se stesso in tal furore qual già non so se unquanco altro mortale,

sol perché ei fu di amor disprezzatore, che lo condusse in doloroso male, intendo di narrar: or gli è deùto, o sacre Muse, aver il vostro aiuto.

Lassa tu, donque, il fonte Pegasèo, Erato bella, amica di Cupìdo, mentre canto le forze d' esto deo che nel petto di altrui suol farse nido.

Né disprezzate il stil mio basso e reo, nel qual molto però non mi confido: ma tutti gli altri ancor non son Maroni, ben che l' arbor di Apollo gli incoroni.

Omero esser non può ciascun poeta coronato di l' arbor sempre verde, ché poca gente aggiunge a quella mèta, né·lla corona sua più se rinverde;

però ragion è ben che 'l lauro mieta meglio chi versi soi sciocchi disperde: sì che non vi sdegnate, o sacre Muse, poi ch' ancor a peggiori andar seti use.

Guida mia barca tu, Venere santa, nata in mar, giunta a·tterra, al cielo ascesa, ché, poi che 'l tuo valor per me si canta, onesto è ben che venghi in mia difesa,

avendo in me con esso tutta quanta di sì vago disir l' anima accesa, che altro non penso sol che al tuo valore e la gran forza dil tuo figlio Amore.

Forse, se non recusi esser laudata da così rozzo e poco ornato stile, fia la tua gloria ancor più celebrata elevando a più prezzo il mio dir vile:

ché l'alma, a dir di te tanto infiammata, tien dal subietto un abito gentile, tal che ancor spero mi coronarai de lo arbor verde di che acceso me hai.

Accendesti un dì quel che or per me si ama, e ben pòi dir: — Per lui tutta refulgo —, ché quel bramando che or da me si brama ed essaltando il nome ch' io divulgo,

fu roco forse pria con poca fama, mormorator di corti, un om dil vulgo; posci acquistò così ornato idïoma, che non Firenze pur, vi ha gloria Roma.

Ma dove mi trasporta il gran desire? Già non fu questo il mio primier intento. Io avea proposto un'altra istoria or dire, ma la speranza in me crea (l') ardimento

e fammi quel ch' io non voleva, dire, torzendo altrove il mio proponimento; sì che torniamo or alla istoria nostra. Attendete, auditor: la parte è vostra.

Nacque già di Lirìope e (di) Cefìso, lui fiume errante e lei ninfa de mare, un figlio che chiamorono Narciso, qual di beltà non ebbe in terra pare,

di tai sembianti e sì ligiadro viso, che così pargoletto puossi amare, e ognun che vede sue bellezze nòve giudica che esca de la coscia a Iove.

In quel tempo il teban Tiresia visse, che femina di maschio e maschio poi, al ferir di due serpi, convertisse. Questo privò Iunon de li occhi soi

sol perché il ver nella sentenza disse della lite iocosa: inde dopoi Zove, per scambio di la sua sciagura, lo fe' indovin di ogni cosa futura.

Visse costui e in tanta fama ascese, e ognun prestòvi indubitata fede: ogni secreto di natura intese, ogni caso futur questo antivede.

Lirìope primiera il fe' palese, qual, mentre dil suo figlio lo richiede s'ei vedrà gli anni di longa vecchiezza: — Pur che conosca mal la sua bellezza —,

rispose lui; e fu gran tempo vana reputata da tutti la risposta, fin che l' effetto e novitate strana dil suo furor e la morte discosta

da li confin della natura umana non tèner più la verità nascosta. Unde crescendo il fanciullo in etade, crebbe con gli anni ancor la sua beltade.

Era giunto a l' età di anni ventuno (che giovene e garzon si potea dire) a tal beltà, che lo bramava ognuno; ma la sua forma il fece insuperbire,

tal che sprezzò l' amor di ciascaduno, né volse a desir d' altri consentire; né giova perché alcun piangendo il segua, ché lui più duro ognor vie se dilegua.

Quante Drïade già, quante Napee invaghì dil suo amor, quanti pastori! A quanti Fauni, a quante Semidee arse con un sol sguardo in petto i cori!

Quanti dèi disprezzò, quante altre dee condusse sua fierezza in mille errori! Quanti preghi fugì sì dolorosi, che arian orsi (e) leon fatti pietosi!

Fu tra la turba de le ninfe e amanti. Ecco, che visse allora in corpo umano, qual di tacer e di parlar avanti, parlando altrui, si adoperava in vano;

e ben che avesse e' soi terren sembianti, aveva como ora il suo risponder strano. Questo fe' Iuno, e certo fu ragione, e la sua lingua sol ne fu cagione.

Solea spesso dil ciel discender Iove e diventar de' boschi abitatore, ardendo sempre il cor di fiamme nove, sì come piacque al suo figliolo Amore,

che l'universo sol tempra e commove e da principio ancor ne fu signore: lui diede al sol la state, il verno a' venti, e concordò in discordia li elementi.

Mentre donque Iunone avea potuto e' furti di suo Iove ritrovare, l'acorta ninfa con parlar astuto la fece spesse volte dimorare,

per dare a Iove e alle sorelle aiuto tardandola con longo ragionare, fin che le ninfe che eron col marito, fuggiron lunge, e il furto era fornito.

Poi che la dea si accorse de lo inganno, turbata fuor de modo ne la mente: — Perché le ciance tue schernita mi hanno, e la tua lingua iniqua e fraudolente,

alcun altro già mai non beffaranno, e serà il suo voler poco potente —: così li disse; e poi con gran dispetto aggiunse presto alle minacce effetto.

Alor rimase priva della voce, ché da se istessa non può far parole, l'infelice Ecco, e si ode un'altra voce, risponde sempre al fin delle parole:

repetendo il tenor di quella voce, radoppia il suon de l' ultime parole. Così ad ognun dopo il parlar risponde, né parla prima, ma sempre risponde.

Vidde la ninfa il bel Narciso un giorno con l'arco in mano e con la rete in collo andare a·ccaccia in abito sì adorno, che al primo sguardo Febo iudicollo,

e se non che pur l'arco avea di corno (che è de auro quel che porta il biondo Apollo), non conosceva sua bella figura: allora arse di amor oltra misura.

Così presa di amor, la ninfa vaga seguiva e' passi suoi celatamente, e come più si appressa, più se impiaga, e divien la sua fiamma più cocente;

così nutrisce l' amorosa piaga ed abbrugia il suo cor, non altramente che, propinquata a un'ardente fornace, rapisse il fuoco una sulfurea face.

Oh! quante volte fu per girli appresso e tentar lui con lamentosi prieghi! E nel pensier formò parole spesso, con che il suo duro cor rivolga e pieghi;

ma proferirle mai gli fu concesso, unde convien che pur tacendo il neghi, bramando sol che alcun altro il pregasse, acciò che a i prieghi soi se umilïasse.

O duro caso, o miserabil sorte, o destin fiero, iniquo e dispietato, o stato tristo, assai peggio di morte, o pensosi amatori, o crudo fato,

o doglia estrema, o doglia acerba e forte, ardendo di altri e non essendo amato! Ma questo è quel che avanza ogni martìre, quando la doglia sua non si può dire.

Ah, miser' Ecco! E non misera sola, ch' io stesso il tuo gran male esperimento qualor nanti al mio ben, che a me (s') invola, per narrar la mia pena mi appresento;

né scio formar, non che parlar parola che palesi il mio male, il mio tormento, e pur di me pensar non mi è concesso, perché son tutto in lui, fuor di me stesso.

Deh! s' io potesse almen, como vorrei, mostrargli aperto il cor, aprilli il petto e palesargli tutti i martìr miei, quando mi guida Amor nel suo cospetto!

Perché beato alor molto serei, ch' io vedrei forse il mio desiato effetto: ché la mia donna mi darebbe pace, o mostrarebbe al men che altri le spiace.

Ma per magior mio male, il ciel non vòle; né bramai altro mai, né altro non cheggio. E se condutto son nanti al mio sole, tanto nel mio pensier sciocco vaneggio,

e sol nel cor si intendon le parole, né con la lingua il mio desir pareggio. Questo è donque il dolor ch' io non comporto, e questo sol mi ha mille volte morto.

Da che si dee sperar rimedio mai, se non si può l' infermità narrare? Che fin aranno e' nostri intensi guai, se non si sa la doglia palesare?

Che conforto si arrà donque già mai, se non conosce il mal chi 'l può sanare? Chi ne liberarà dal mal che avemo, Ecco infelice, se non lo diremo?

Segui donque tacendo, e al suo bel viso sàziati soi la immoderata sete; mira i belli occhi suoi, mìraglï fiso e ognor ti involge in l'amorosa rete.

Altro non puo' tu aver dal tuo Narciso, sì che meglio per te serebbe Lete; meglio fia or per te dimenticarlo, che con le luci ingorde devorarlo.

Ma così vòl tua sorte aspra ed iniqua, né puoi altro che amar, come vuol essa; così vuoi la tua stella iniusta e obliqua, che sii da tanto amor vinta ed opressa.

Questa è legge dii ciel ferma ed antiqua, e ciò che elli destina unqua non cessa; e se ben questo a te non porta amore, colpa gli è sol del suo malvagio core.

Così la ninfa misera e mischina, ovunque volge il bel Narciso e' passi, nascosamente drieto gli camina per boschi, per campagne, monti e sassi;

mirando pur la sua beltà divina, ognor più pronta alla sua pena fassi, fin che cacciando il giovinetto, a caso senza compagni un giorno era rimaso.

Disse alor il garzon discompagnato: — O mei compagni, è quivi alcuno? —. — Alcuno —, Ecco rispose; ed ei, maravigliato, mirossi atorno, e non vede veruno.

Poi grida: — Vieni! —; ed è da lei chiamato, ma che lo chiami ancor vede nïuno. — Che mi t' asconde? —, lui. — Che mi t' asconde? — — Non mi sprezzar! —. — Non mi sprezzar —, risponde.

— Quivi si congiongiamo! —, esso favella. Alor più lieta che mai fusse in vita: — Quivi si congiongiam —, risponde anch' ella. Né·lla parola apena era fornita,

che dentro al cor sentì fiamma novella, che la fe' per suo mai pronta ed ardita: perché, prestando al suo parlar favore, esce dal loco ove è nascosa, fuore.

Esce la ninfa, e speranza la mena per puor le braccia al col desiderato; ma come fu da lui mirata appena, fuor di misura el gioven fu turbato.

Fugesi altrove, e lei lascia con pena, e disse, poi che alquanto è dilongato: — Prima morrò, ch' abbi di me tu copia! —. Ella rispose: — Abbi di me tu copia —.

Or che dee far la ninfa dolorosa, che ogni speranza sua vede mancarse? gli resta sol con vista lagrimosa mirar il bel Narciso allontanarse.

Essa lo mira in vista si pietosa, che farebbeno i sassi indi spezzarse. Lui fuggì; e nel fuggir sì bello appare, che farebbe le tigre innamorare.

Sparse per l' aria a lui le chiome di oro soave vento, che nel correr piglia. La sconsolata, per maggior martoro, a' biondi crin di Febo le assomiglia,

né credo stiano al parangon di loro le chiome de Dïana e de la figlia. Lauda e' bei piedi, e sol per sua disgrazia ogni cosa al fuggir gli presta grazia.

Prende de gli atti suoi tanta vaghezza, che a mille doppie a lei cresce il tormento, e la gioia che prende e la dolcezza si muta in un penoso e duro stento;

e ben che quel più che se stessa apprezza, considerando il suo ritroso intento, vorebbe, se potesse, non amarlo e pensa pur come possa odïarlo.

Per questo ancor restollo di seguire, temendo di non fargli dispiacere, né ponerebbe indugio al suo morire, pur che morendo a lui faccia piacere.

Da l' altra parte poi sprona il desire, che la fa ciò ch' e' vuol dil suo volere; di caldi pianti bagnase la faccia e fra se stessa non scia che si faccia.

Ma poi che più non vide il giovinetto, dolente ben restò tutta confusa, e piena di dolor e di dispetto, il troppo ardir fra sé misera accusa,

e gli occhi troppo ingordi al vago aspetto incolpa d' ogni mal; poscia gli escusa, né sa pensar come possibil sia che regni in tal beltà tal villanìa.

Creder non può che ancor si sia partito, e sol de un vano error gli occhi riprende, e dà la colpa al senso sbigottito, che al vero iudicar la mente offende.

Ma poi che vede pur che gli è fugito, il suo crudel dolor tanto alto ascende e tanto cresce la sua fiera pena, che da la morte se retiene appena.

Or brama esser qual pria la misera Ecco, per pascer gli occhi al bel viso affamati; or vore' farsi un pruno, un tronco, un stecco, di que' che dal gar(z)on furon toccati;

or vede il suo sperar smarito e secco e' soi primi pensieri esser spezzati; or ha in odio la vita e il suo martìre, ma per troppo dolor non può morire.

Basa i fiori e la terra, che toccata fu nel passar da il delicato piede. Abbraccia l'aura e chiamala beata, ché vien da il loco ove Narciso crede;

e tanto piagne e sospira ogni fiata, qualor alcun de' soi vestigii vede ne l' erba; è in dubio e non sa consigliarse, viver per pianti o per sospir seccarse.

Non sa temprar il suo mortal furore, né a' suoi duri pensier sa poner norma, e quinci e quindi la distrae Amore: entro la mente il giovinetto forma,

e di ciò l' infelice e gode e mòre, e sazia gli occhi sol con quella forma. Raccórda ad una ad una le parole, e poi fra sé si ne rallegra e dòle.

Manda per gli occhi fuor continua pioggia, che gli fa il volto impallidito e macro, e dentro al cor si ramarica in foggia che a pietà moverebbe ogni cor acro.

Nel miser petto ognor più il foco arroggia, col pensar solo al volto amato e sacro; così sprezzata, abita scure grotte e lochi pien di tenebrosa notte.

E ben che sia da lei tanto da longe Narciso, nel pensier le sta davanti, e tanta doglia sopra doglia aggionge, che stilla il suco a lei del corpo in pianti.

Questo estremo dolor l' alma le ponge in modo che ella perde e' suoi sembianti e tanto è vinta dal martìr e scossa, che sol restan di lei la voce e l' ossa.

L'ossa avampate di amoroso foco, ben che nudate da la prima vesta, preson forma di sassi a poco a poco; visse la voce, e viva ancora resta

per ogni bosco e ogni selvaggio loco, tanto ritien de il suo primo esser mesta, servando nel parlar sua prima usanza, ché il decreto del cielo ha tal possanza.

Nanti al morir pregò con mente i dèi (ch' ogni parlar di questa in ciel se intende) che per vendetta de' suoi tanti omei, che del vivace ardor che il cor li 'ncende

amasse lui si come amava lei, e fusse offeso ancor come altri offende. Volano e' prieghi e fanno un tale strido, che in fin de il terzo ciel gli udì Cupìdo.

Udì Cupìdo e' prieghi senza voce e la durezza ('n) lui vinse pietade. Alor gli increbbe di tal pena atroce e dolsegli di questa crudeltade.

Vede Narciso, ognor via più feroce, troppo superbo gir de sua beltade e per l'aque di Stige gli promette che ne farà di ciò crudel vendette.

Spiega le penne e tre volte le scuote e così irato in sù si inalza a volo: ora le chiude ed or il ciel percuote. Drieto gli vola innumerabil stuolo

di van desìri e di speranze vòte e d' incerte alegrezze e certo duolo: con queste ed altre sue veloci squadre pervenne al bel palaggio de la madre.

Fra la seconda e fra la quarta sfera, di nove che circondan gli elementi, nel cerchio obliquo ove l'alta lumera secondo il corso suo dà gli alimenti,

dopo la prima e la seconda fèra che trasser Iove e Frisso di tormenti, ove hanno il seggio Castore e Polluce, che si prestano insieme e toglion luce,

sopra soblimi e gran colonne di auro un palagio in maniera è stabilito, con tante gemme e con tanto tesauro, che tante non ne sonno in ciascun sito

da le Colonne a' Persi a l' Indo al Mauro quanto circunda il mar con ogni lito; tutto coperto di candido avoro, che la materia è vinta dal lavoro.

Fondò già questo il gran fabro Vulcano, e stancò Bronte ed ogni suo martello; scolpìvi poi co maistrevol mano il mar, la terra; e cinge questa e quello

le fiere e' pesci dentro, e il seme umano, il foco, l' aria e ogni volante augello, il ciel con dèi, che tutti li soverchia e con le sfere sue se stesso cerchia.

In cima a questo è sculto il fier Cupìdo come dil mondo sol dominatore: qui calca e' cieli, e qui si ellegge el nido, uscendo allor de gli ellementi fuore,

già fatti l'un con l'altro amico fido: è dove ei nacque generato amore. Scotendo le ale pargolette snelle, sembra in vista bramar sol cose belle.

Védesse poi, in abito più altiero, che ben de imperio si direbbe degno, por questo insieme e quell'altro emispero sotto il suo scettro ed a sé farne un regno.

Prende poi l' arco e divenuto arcero, fa del mondo e de' dèi novo disegno; una faretra a le sue spalle mette, ove piovono a garra le saette.

Con queste vince e fère ogni mortale, con queste doma gli superni dèi. Védese ivi ferir d' uno suo strale, struggerse Iove in dolorosi omei;

vestito poi di piume e fatte l' ale, sederse in grembo (a) Leda e baciar lei. Essa lo abbraccia, e non conosce quello lascivo più che non convene ocello.

Novellamente el cor de un stral ferito, diventa abitator de' boschi de Ida, e di fallaci penne rivestito di quel augel in che più si confida,

via sene porta il bel garzon rapito; e 'nvan chi ha di costui custodia fida, grida, levando a l' aria ambe le mani; e crudelmente al ciel latrano i cani.

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