Veggio 'l mio campo rilevar le ciglia, di rughe empiendo anzi il suo dì la fronte, in atto d'uom ch'assai si meraviglia; il mio Campo gentil, che al sacro fonte
hanno dianzi guidato le ben nate nove sorelle del Parnaso monte; udendo pur ch'in questa nova etate ch'invesca tra i piacer gli animi nostri
e gli svia dal camin di libertate, non, com'io soglio, d'amorosi inchiostri tinga le carte e co' sospiri accenda, ma satireggi e gli altrui falli mostri;
e ch'al novello stil più non intenda, cantand'i pastoral ruvidi detti, ond'al gran Rosso mio tributo renda. Sento il Rivola ancor, di quanti eletti
spirti visser giammai casto e sincero, poco lodar che quinci gloria aspetti, come colui che 'l buon giudizio vero ha drizzato in aprir le strade chiuse
le quai prima calcò Socrate intero; né soffrir può ch'un uom contra l'altro use la lingua o lo stil armi: ma, s'ei mira più dentro, non tem'io che non mi scuse.
Negli anni corsi, come quel cui tira disio di fama e per gli altrui paesi spron e freno d'onor spigne e raggira, vist'ho diverse genti, uditi e intesi
mille stolti vulgar detti e parole, mille strani pensier ne l'alme accesi; non vidi però mai che chi ben cole le dolci d'amistà divine leggi
schernito sia, com'uom semplice suole. Mi vien da molti detto: — Il corso reggi di tua vita assai men che saggiamente: questi tuoi modi, or via, ché non correggi?
Tu sei d'amici amar troppo fervente e ne l'utile altrui perdi te stesso: ritrova omai la tua smarrita mente. Questi tuo' amici i quai lungi e da presso
ami ed adori come cosa santa, miser! ti son di grave danno espresso. Svelt'è d'amor ogni tenace pianta, s'alcuna mostrò mai le verdi fronde,
né vive più quella tua fede tanta: non tenér questo stil, ché non risponde altrui voler al tuo; deh, muta usanza e cerca viver più moderno altronde;
appoggia al tronco d'òr la tua speranza, pensa a te solo e tien te stesso caro; con tutto il tuo poter denari avanza. Damon e Pizia e gli altri a paro a paro
che nodo d'amistà ristretti tenne, benché 'l numero sia piccolo e raro, fûro al tempo beato, allor che venne spessa pioggia dal ciel d'oro e d'argento,
e de' poeti favolose penne. — Io che ciò ascolto e che 'l bel lume spento veggio d'ogni valor, come potrei non disfogar il gran dolor ch' io sento?
Voi mi potreste dir: — Non però déi, se ben chiudi alto duol, dannoso scorno a quei recar fra' quai nudrito sei. — Gli è ver, ma stimo che faran soggiorno
nel vostro seno, ov'io le sacro e chiudo, l'irate rime mie; sicché a dir torno. O prima bella età che fusti scudo contro i colpi de' vizi, or de' tuo' onori
si ride il volgo vil, d'ogni ben nudo, le cui speranze e li cui sconci amori, senza punto mirar che fin ne segua, riposte son nel ragunar tesori.
Qui tutti alzano il cor, né cosa adegua, per mirabil che sia, gl'ingordi loro macri desii, co' quai non han mai tregua: dicano i forsennati ampio ristoro
d'ogni affanno ritrar 'n un volger d'occhi nel desiato fiammeggiar de l'oro; sovra cui par ch'ognor nèttare fiocchi, s'il gustan col mirar, ma ognuno stassi
a vezzeggiarlo e non è più ch' il tocchi. Muover si vede servilmente i passi a quest'e a quel per saper quando e come fra la Francia e l'Imperio accordo fassi;
non perché in pregio il bel gradito nome di pace appo lor sia, ma perché stanno oppressi da dolenti e gravi some, perciò che se le cose indietro vanno
di Fiandra e de la Francia, ne la corte non squarcian drappi e poche pompe fanno; si scorge altri portar le guance smorte, tutti affannati e sbigottiti starsi
a guisa di chi scherme con la morte; s'odon di lor follia, di sé lagnarsi, che fûr poco avveduti a mercar sete, ora che i cambi son, se fûr mai, scarsi.
O del trist'oro scellerata sete, quanto hai tu di vigor ne' petti umani, che tutti affondi i pensier belli in Lete! Tu fai per lidi perigliosi e strani
girar le genti e solcar l'onde salse nel maggior verno con diletti vani. Quanti, sollo io, cui già più d'onor calse, soggioghi a servitù ritrosa e molta!
Mille nascon da te vil opre e false; per te, crudele, è sottosopra volta più d'una terra, e per te spesso il figlio al suo padre pietoso ha vita tolta.
Ma di ciò gli altri; e 'l mio parlar ripiglio. Se avarizia vi punge e lega i sensi e vi pon di voi stessi in gran periglio, almen, colmo d'amor, tacito pensi
al comun ben chi dee né a furar vegni nel sommo seggio con gli spirti accensi: dico a voi che godete i nostri regni, tolti pur or da coltivar terreno,
per abbassar i pellegrini ingegni: se forza d'auro in man v'ha posto il freno, non lassate cader nel fango questa candida libertà né venir meno;
non divorate ognor con sì molesta, ardente brama i nostri dolci frutti, schivi del tutto d'ogni impresa onesta. A quei di Sparta i dolorosi lutti
predisse Apollo, i quai per gran desio e fame di arricchir furon distrutti; Ponzio si dolse assai del destin rio, e che tra voi non venne, mentre corse
Roma assetata ad ogni aurato rio, mentre ch'in uso quetamente scòrse di lor senza alcun fren questo e quel dono ch'a più lodato fin poscia si torse.
Che parl'io, se chi dee non ode il suono? Mi par sentir chi sorridendo dica: — Col mio poco saper, pregiato sono; voi no, gente a virtù devota, amica,
che, rivolgendo ognor l'antiche carte, sol ombra e fumo asciutto vi nutrìca: io tengo pur la più sublime parte del bel governo e veggio che non sale
a tant'onor chi segue Apollo e Marte; a voi l'ingegno consumar che vale, se nel consiglio io fo sol con un cenno fondata opinion labile e frale?
Ciascun, per oro aver, faria gran senno tentar l'imprese non oneste e dure i ricchi sempre ogni lor voglia fenno: l'oro apparecchia strane, alte venture
e seco porta sì tranquilla gioia, che tutte sgombra le spinose cure. — Chilon, odi tu ciò, cui tanto annoia vergognoso guadagno? Io provo un solo
vivo conforto fra cotanta noia: che di qui prender vo' spedito volo; né con gli occhi vedrò quel che m'addoglia sì ch'a l'aura vital quasi m'involo;
non vedrò lacrimar l'alta lor doglia a le povere genti meschinelle, né maledir la lor mal presa spoglia, né con le strida batter ne le stelle
le vedov'orbe ed i pupilli afflitti, che non han chi per lor sorga o favelle. Vedi il testor, a cui son interditti i sudor propri, ond'ei s'acquista vita
portare in fronte i suoi dolori scritti; e gemer la famiglia sbigottita de l'artigian, le cui fatiche tiene chi per più ricco e largo il volgo addita;
e 'l villan scalzo e scinto che sen viene con suon di man, rodendo assenzio e tòsco, a narrar al dottor l'aspre sue pene, ch'a viva forza il campo, il prato o 'l bosco
gli ha tolto il cittadino e lo minaccia di morte o bando o di rio carcer fosco. Queste, ch'ognuno a più potere abbraccia, opre ingiuste spuntar come mal germe
d'ora in ora veggiam, benché ne spiaccia. Uopo ben fôra che tornasse ferme vostra medica man, che valse tanto, le vostre piaghe e l'altrui voglie inferme:
voi già col buon consiglio utile e santo mostraste, quasi un sol, la vostra luce e fra i più conti riportaste il vanto; ch'or sì caldo desio mi sprona e induce
far le carte gioir di vostra gloria, la qual chiara da un polo a l'altro luce, ch'in tra due si travaglia la memoria, sorpresa da sì nobile soggetto,
se compier dee la cominciata storia: ché sete, se miriam fisso e perfetto, d'ogni antica virtù riposto seme, limpido e vivo fonte d'intelletto;
ma per sempre sfiorir la verde speme di quei che dolce caritade accesa de la misera patria ingombra e preme, vi ritraeste da la dura impresa;
e fu ben dritto, poi che 'n voci e 'n marmi s'ode e legge che 'l buon riceve offesa. Qui son le note scritte in brevi carmi che gli Efesei, Ermodor discacciando,
osaron dir, come aver letto parmi. E però vado anch'io pur desiando d'allontanarmi e gir (chil crederia?) con servitute libertà cangiando;
benché ripreso dai gran saggi sia, teneri più di me che di lor fama, ch'io entri caldamente in frenesia; e sento dir: — Chi ti sospinge e chiama
a provar le miserie di fortuna, quando più ognun ti prezza, onora ed ama? Di ragion non hai in te favilla alcuna lasciar cotant'onor, sì bello stato
e i tesor ch'in pochi anni si raguna, per servir a signor crudel o ingrato e fra lunghi disagi e requie breve sempre col pan aver malvagio piato. —
Ma veramente a me fôra più lieve menar in Libia, in Scizia i miei verdi anni sott'empio giogo, faticoso e greve, che qui posar, dove celati inganni
vivono a gara ed ogni fede è morta, dove mill'Arghi son negli altrui danni; dove, pallida il volto e gli occhi torta, velenosa la lingua e 'l petto, rode
se stessa Invidia e noia ad altri porta, che tanto divien lieta e tanto gode quant'altri nel martìr morendo vive, pigra ne l'altrui ben, ne l'altrui lode;
dove colui ch'a le marine rive l'umido armento di Nettuno pasce, sovra Nereo stimato e l'altre dive, in varie tempre si trasforma e nasce
in fiamma, in tigre, in lupo empio rapace, ch'impese a quercia le sue spoglie lasce; dove a chi men chiarir la lite spiace, che 'l mal Tiresia ai due celesti aperse,
che di trama sottil l'orsoio face. Chi sa in maniere più dolci e diverse cocer la lepre e 'l bel pavone occhiuto ed aguzzar l'altrui voglie disperse;
chi sa che senza lume esser tenuto vuol in piccola gabbia il nottolano, costui saggio si crede e molto acuto; chi sa come Loppeglia ed Orbicciano
stilla più di Gignan liquor soave né per lunga stagion diventa vano; chi sa che più dolcezza il muggin have quando la luna biancheggiando cresce
e che la tinca esser vuol gialla e grave; chi al tòtano, a la triglia, ad ogni pesce mette l'anguilla d'acqua viva innanzi e ne' conviti la trapone e mesce;
chi i ghiotti cibi e sconosciuti innanzi con l'ingegno ritrova, a me pur pare ch'ei sol gran premio d'ogni onor s'avanzi. Se 'l prova Apizio, che famose e chiare
fa tra questi monton dagli aurei velli l'alte sue lodi d'ogni lode avare, e vuol che in lui l'antico rinovelli, per far del ventre, onde va grave e tardo,
goder le fère e gl'importuni augelli. Quest'i segreti bei senza riguardo c' hanno Venere e Bacco, aperti mostra, ch'a pensarvi per lui di vergogna ardo.
Dir non pavento ancor chi in sogno giostra co' gli animai, col bel ministro vago di Giove. Ah eterna infamia a l'età nostra! Io sarei di narrar sue colpe vago
e d'altri assai; ma, perché selva sfrondo folta e infinita, omai stanco m'appago. Sovvienmi ancor che voi, ch'a più giocondo viver correste, già per lunga prova
sapete che virtù qui giace al fondo. Tanto noi dunque più bel disio muova e dal trito camin del vulgo errante fuggiam per via ch'oggi agli sciocchi è nuova;
risplenda il ver, vostra mercé, né ammante l'anime pure e belle oscuro velo; basso pensier non ci si pari innante; purghiam le menti e solleviamle al cielo
sì che schernir possiam le nebbie e i venti, chiusi in vil corpo a provar caldo e gelo. A fatti illustri e valorosi intenti, onde vien gloria, liberiam noi stessi
dal cieco oblio de le future genti: chi col saver, pei lunghi studi e spessi, se quel vero Signor nel cui governo fûr i casi del ciel sempre rimessi,
tolt'abbia il nato o pur l'esempio eterno in fabbricar questo terrestre peso, e qual l'addusse in ciò voler interno; altri col ricercar se solo inteso
sia ben quel che gli è onesto e se virtute basti a bear chi del suo amore è preso, con lo spiar se stesso, e, conosciute quante ha l'animo forze alte e divine,
procacciarsi speranza di salute; quel col difender da crudei rapine e ricovrar con penne e con la lingua le genti afflitte al riposato fine;
questo col contemplar, nasca o s'estingua Arturo, che procella o vento ha seco e che spazio l'un ciel l'altro distingua; chi seguendo il famoso, ardente greco
che, di Troia cantando e del suo Ulisse, il lume di virtù ne mostrò cieco; chi la coppia gentil ch'ornato scrisse sì ch'al latino stil die' sommi fregi,
e dava anco maggior, ma corto visse; dico di que' duo spirti altèri, egregi, che l'un Tibreno e l'altro il Mincio onora, né ben s'intende ancor qual più s'appregi
E lasciam gli altri errar dal dritto fuora, non certi mai come soave spire ne' caldi affanni un'amichevol òra; lasciamli pur bramar con folle ardire
quant'oro il Gange, il Tago, il Tebro mena, ed essi stessi in preda al lor desire; e, vista de' vizi empi un'orma a pena, l'altra segnar dal voler cieco spinti,
mentre han coscienza per lor ferma pena; coi cori insidiosi e i volti finti sugger il sangue al poverel meschino, di tumido livor dentro e fuor tinti;
godersi il mondo e il lor dolce destino tra pensier lenti e tra gonfiate piume, e vivande condir, notar nel vino: vana turba volgar, ch'il vero lume
hai per negletto e 'l falso intenta vedi, e, posto in bando ogni gentil costume, al torto oprar sol vaneggiando credi.
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