Da questi acuti e dispietati strali,
che Fortuna non sazia ognora avventa
nel bel corpo d'Italia, onde paventa
e piagne le sue piaghe alte e mortali.
bram' io levarmi omai su le destr'ali
che 'l desio impenna e dispiegar già tenta,
e volar la dov'io non veggia e senta
quest'egra schiera d' infiniti mali.
Ché non poss' io soffrir chi fu già lume
di beltà, di valor, pallida e 'ncolta
mutar a voglia altrui legge e costume
e dir, versando il glorioso sangue:
— A che t'armi, Fortuna? a che sei vòlta
contro chi, vinta, cotanti anni langue?