A quel che fe' nel cor l'alta ferita,
soavissimo stral, cheggio perdono,
se degli occhi, ond'uscìo, più non ragiono,
e se d'altra beltà l'alma è invaghita.
Poi che lor luce e mia speme infinita
Morte empia spense e 'l suo più caro dono
chi cel die' si ritolse, in abbandono
diedi al dolor la mia angosciosa vita;
le cui spine pungean l'anima tanto,
che non scerneva il suo sereno stato
e chiudeva a se stessa il camin santo:
diei loco a nuova fiamma, onde, lentato
il duol acerbo e scosso il mortal manto,
vengo, ove sei, talor lieto e beato.