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1480–1541

21

Giovanni Guidiccioni

Vorrei tacere, Amore, gli affanni e' dolor miei per non turbare il bel viso sereno, e perché quel c'ho in core

con lingua non potrei né con la penna mai narrare appieno; e son di stupor pieno com' io lo dica o scriva,

pensando a quelle sole dolci estreme parole, cagion che 'n tante pene ardendo viva, ed a la bianca mano

che la mia strinse, ond'or la piango invano. Non è sì alpestre fèra, ch'udendo 'l mio gran pianto, non cangi in pia la sua orgogliosa mente.

Quanto da quel ch'io era mutato sono! e quanto era 'l mio meglio in quel punto dolente morir! ché dolcemente

moriva, riguardando negli occhi e nel bel volto, ch'ora a dolor mi vòlto sempre 'l suo nome e 'l mio destin chiamando.

Lasso! più non ho io altro ch'un dolce di morir disio. Gli amorosetti augelli di questo inculto loco

al tristo suon degli aspri miei lamenti, non più leggiadri e belli, cantan lor dolce foco, ma con pietose voci e mesti accenti

piangon li miei tormenti e la mia afflitta vita; ché non fu mai né fia ugual pena a la mia,

qualor ripenso a l'empia dipartita. Ma 'l ciel più sordo fassi quant'io più piango intorno a questi sassi. Dunque quest'aspro colle

e questi folti boschi mi chiudon l'alta via del paradiso. O desir vano e folle, o pensier ciechi e foschi

u' mi guidaste voi senza 'l bel viso? ov'è quel grato riso ch'acqueta 'l mio martìre? e quelle chiome d'oro

e l'altro bel tesoro, per cui mi sento ad or ad or morire? Stolti! non v'accorgete che innanzi agli occhi mille morti avete?

Almo terren felice, le chiare piante tocchi e godi quel che 'l ciel m'adombra e toglie! Deh, perché a me non lice

contemplar que' begli occhi e saziar le mie oneste accese voglie? perché l'alte mie doglie non ponno trasformarsi

nel primo dolce stato? Ahi, doloroso fato! O cielo, o stelle, a mia salute scarsi, qualche mercé vi giunga;

ch' io più non posso e questa guerra è lunga O poverella mia, fra' boschi nata, se 'l ciel pietà non volve, presto mi vederai ridotto in polve.

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