Al bel Metauro, a cui non lungi fanno
servi devoti a Dio romito seggio,
ai boschi, ai vaghi prati eterno deggio,
poich'a l'ingiuste brame esilio danno.
Qui, dove l'odio è vinto e muor l'inganno,
il bel de' sacri studi amo e vagheggio,
spio lo mio interno e quelli error correggio,
ove m'avvolsi è già l'undecimo anno:
non son dai crudi ed affamati morsi
de l'invidia trafitto, e quella maga
non può cangiarmi il volto e la favella;
maga perfida e ria, cui dietro corsi
incauto: or l'alma, del suo fin presaga,
ritorna in signoria, dov'era ancella.