Spirto gentile, che ne' tuoi verdi anni
prendesti verso il ciel l'ultimo volo,
e me lasciasti qui misero e solo
a lacrimar i miei più che i tuoi danni,
pon dal ciel mente in quanti amari affanni
sia la mia vita, assai peggio che morte;
mira qual dura sorte
vivo mi tien qua giù contro mia voglia,
acciò ch'io viva eternamente in doglia.
Ché, quando torna a la memoria, quando
torna per me quel sempre acerbo giorno
che salisti a l'eterno alto soggiorno,
tremo de la pietà, vo lacrimando
e tremo e agghiaccio, meco ripensando
come morte abbia que' duo lumi spenti,
che i miei lieti e contenti
fecero spesso, ed or, di piagner vaghi,
non hanno in tanto mal chi più gli appaghi.
Frate mio caro, senza te non voglio
più viver, né, volendo, ancor potrei;
ché, poi che ti celasti agli occhi miei,
uom non si dolse mai quant' io mi doglio:
la lingua al duol e gli occhi al pianto scioglio,
né credo però mai di piagner tanto
ch'io possa col mio pianto
far palese ad altrui quant' io t'amai,
ché le lacrime mie son meno assai.
Canzon, vedrai di ricche spoglie adorno
un bel marmo e d'intorno
errar lo spirto mio, che sempre chiama
l'amato nome e sol la morte brama.