Skip to content
1367–1446

XXIV

Giovanni Gherardi

Dolce mia patria, non ti incresca udirmi, perché 'l tuo male è mio mortal veleno che m'uccide, vivendo, ogni mio spirto. I' son pur tuo figliuolo, e dei volermi

quale che io mi sia, perché 'l bel seno vagheggio e 'l vago viso e 'l capel irto. D'un querco verde, d'un lauro, d'un mirto, d'una uliva ridente il tuo crin d'oro

felice inghirlandato ha già molti anni, in onta de' tiranni, che han voluto usurpar tuo tesoro; e bella ti se' scossa da lor rabbia,

lasciando loro in velenosa scabbia. Quando posar vedieti infra li mai di porpore vestita al dolze rezzo, che t'aducien le frondi sante al viso,

vidi fra l'erba i rutilanti rai girti d'intorno, ché ti stavi in mezzo, una vaga presenza in chiaro riso. Tu lieta la miravi a occhio fiso,

ma ella prima a sue membra rivolse e trasformossi in velenosa biscia; con froda sì le liscia tanto che 'l bello uffizio a ciascun tolse,

e solo sanza membra questa fera rimase velenosa e più altera. Alzò la testa, poi che l'impio eccesso ebbe comesso, e con cupida voglia

mostrò l'incendio del malvagio core. Vide un mastino, che l'era ivi presso, arisarsi a uno toro in aspra doglia; ed ella, lieta d'ogni lor dolore,

sparse il velen mostrando buono amore, tanto che vidde il mastin presso a morte, per la forza del toro già affannato; con seco l'ha legato

per dare a ciaschedun malvagia sorte. E ben lo fé pria aiutando il tauro, poi putta lui spogliò di regno e d'auro. Questo non è bisogno, madre mia,

ch'i' ti ramenti, perché ben lo sai, perché già dubitavi di tua doglia; ma pur m'aduce in mia fantasia un tenero pensier ciò ch'udit'hai

che mi combatte come vento foglia, veggendo ancor la disperata voglia della lupa arrabbiata a te vicina c'ha gustato il velen per tôrti vita.

O vana, o ischernita lupa malvagia, come s'avicina il tuo tormento e fin d'ogni letizia! De' temer chi mal fa sempre giustizia.

Questa biscia malvagia a te nimica, sì come a te a chi ben vive al mondo, pensa la bella Italia incaprestare con lusinghe e malizia; esta impudica

sparge il dolce velen per lo suo tondo a intenzione di sé madonna fare. Ahi, quanto è folle pur ciò a pensare, perché a tiranno non si de' corona,

onor, né regno, né felice stato! Sempre l'ha nimicato lealtà e giustizia sua persona, perch'elle son da lui state scacciate,

amando fraudolenza e crudeltate. Surgane il puzzo e passi ogni emisperio, sicché ad ira muova il gran Tonante in fulminar questo spirto maligno!

Prenda vergogna a dimandare impero d'Italia bella e di sue donne sante! Qual gloria l'arme, gentilezza e 'ngegno? Omai chi vuol virtù ne prenda sdegno,

con forza d'arme, con tesoro e arte, non tema sua possa assai imbecille: ché, se tiranni mille fosseno insieme, ci dimostra Marte

aver trïunfo e corona d'uliva, fonte di libertà, te, madre diva. Deh, fatti bella e mostra quanto altera tu se', ché t'è serbata questa gloria,

ché lor nimica se' per tua natura! Pensa che 'l traditor vil poco spera, temendo il colpo della tua vittoria, e rodel dentro una mortal paura.

Pensi ciascun com'ha vita sicura: da odio e ferro e da mortal veleno si vede sempre intornïato a morte chiamar giustizia forte,

lacrimosa il bel viso, il collo e 'l seno Vendetta, Giove, del rio operare: fammi alla mia Fiorenza vendicare! Pensa a tue membra e mira quanto belle

conduce il cielo, o alma mia madonna; per quella libertà che t'è donata pensa alle tue matron, donne e donzelle, d'onesta leggiadria ferma colonna;

deh, pensa a' vegli tuoi che t'hanno ornata, pensa a' piccioli infanti, che lattata ancora hanno lor lingua, e nati sono nel libero tuo seno e claman forte:

«Alla morte! alla morte! Alla morte il tiranno e que' che 'l vono o la sua voglia, e viva libertate!» Deh, pensa omai se puoi fuggir pietate!

Tu se' pur di quel sangue antico e sacro, e tiello ancor per le divine membra, che ti diè l'alma Roma in sua famiglia. Non è sì fero cor, duro, né acro,

che non trema o dolcisca se 'l rimembra; tremane il mondo ancor per maraviglia. Apri la mente e alza su le ciglia: vedrai Bruto, Publicola e Camillo,

Orazio, Cincinato e Scipïone, Marcel, Fabio e Catone, Torquato e l'African, divo a vedello, Fabrizio e più di mille in questo coro,

che libertà sol vollon per tesoro. — Canzona mia, tu n'andrai in quella parte, dov'è più bella e ricca nostra donna; riverente dicendo tua ragione,

dirai: «Se 'l ciel dispone guerra o angoscia a noi, diva madonna, e' sì men dol, ma vo' che voi sacciate ch'i' chiamo sol: libertà, libertate!»

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
XXIV · Giovanni Gherardi · Poetry Cove