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1503–1556

LXI

Giovanni Della Casa

Di là, dove per ostro e pompa e oro fra genti inermi ha perigliosa guerra, fuggo io mendico e solo, e di quella esca ch'i' bramai tanto, sazio, a queste querce

ricorro, vago omai di miglior cibo, per aver posa almen questi ultimi anni. Ricca gente e beata ne' primi anni del mondo, or ferro fatto, che senz'oro

men di noi macra in suo selvaggio cibo si visse, e senza Marte armato in guerra; quando tra l'elci e le frondose querce ancor non si prendea l'amo entro a l'esca.

Io, come vile augel scende a poca esca dal cielo in ima valle, i miei dolci anni vissi in palustre limo; or fonti e querce mi son quel che ostro fummi e vasel d'oro:

così l'anima purgo, e cangio guerra con pace, e con digiun soverchio cibo. Fallace mondo, che d'amaro cibo sì dolce mensa ingombri! Or di quella esca

foss'io digiun, ch'ancor mi grava, e 'n guerra tenne l'alma co' i sensi ha già tanti anni! ché più pregiate che le gemme e l'oro renderei l'ombre ancor de le mie querce.

O rivi, o fonti, o fiumi, o faggi, o querce, onde il mondo novello ebbe suo cibo, in quei tranquilli secoli de l'oro! Deh come ha il folle poi cangiando l'esca

cangiato il gusto, e come son questi anni da quei diversi in povertate e 'n guerra! Già vincitor di gloriosa guerra prendea suo pregio da l'ombrose querce:

ma d'ora in or più duri volgon gli anni, ond'io ritorno a quello antico cibo che pur di fere è fatto e d'augelli esca, per arricchire ancor di quel primo oro.

Già in prezioso cibo o 'n gonna d'oro non crebbe, anzi tra querce e 'n povera esca, virtù, che con questi anni ha sdegno e guerra.

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