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1400–1450

e

Giovanni de Mantelli di Canobio

Per adimpir tutto quel ch'io promisse nel mio principio, in sto capitul quinto voglio mostrarlo; e fu quando che disse che quella infamia de che avivi tinto,

Mangan, el viso de tutte le donne avea l'onor degli omini più estinto <ch>e molto più macchiate le lor gonne. Or queste mi' rasone oldi, lettore,

che seranno al mio dir ferme colonne! Non te par d'uom molto grande l'errore, che sia più forte e più nobil creato e de più alto ingigno e più valore

che d'alcun altro che sia men dotato de tutte ste eccellenze <e> mai se sia lassato indure ad operar peccato? Poi non ti par che magior tristo fia

de chi è produtto tristo da Natura, quel che del tristo se mette in balìa? Or vide como la fama si oscura delli omin mal delle donne parlando,

che sai che tutta è piena la Scrittura e Vecchia e Nova, s'tu va' ben liggiando, ché li omini se han lassato guidare alle donne né onor né Dio guardando;

ad ogni brutto vizio perpetrare e da lussuria mossi senza freno s'hanno lassato ad esse subiugare. La prima matre ne trasse dal seno

al primo patre el cor, sì ch'e<i> transgresso fece al precetto del Signor sereno. Poi vienten oltra e mira el grave eccesso delli figliol di Dio, ch'a procreare

alli fioli delli omini han summesso e<l> loro arbitrio e fanno Idio turbare, che d'aver fatto l'omo par pentito e col diluvio fa 'l mondo disfare.

Vide Sichen dall'amor irretito per Dina e vidi lui e 'l popul morto; poscia Iacop per Rachëel schernito. Or mira el gran peccato ed el gran torto

che fa Davit a quel suo servo Uria, per Bersabè in tanto male è scorto. Mira de Salamon la torta via: fa idolatria per vil feminella

e lascia Dio. Poi vidi la pazzia che fa Sanson, che se fida de quella ch'è sua nemica. Poi Oloferno mira, deriso e morto da una viduella;

el troian Sinon, como al fin si tira per la bellezza d'una donna; e Ulisse saggio como per Circe se martira. Vidi como el mortal ferro transfisse

Achille al tempio pur per Polissena; e Ercole forte, ch'a filar se misse; e Giove preso dalla bella Almena; Leandro che per Ero nota el mare;

poi vide Cesar, che ligato el mena la bella Cleopatra. Or pôi guardare Annibal preso da una feminetta, che perder li fa Roma e onor sprezzare.

Vide el bon Tullio ch'ebbe sì perfetta arte nel dir, e quel ch'Euridice ama; per lei gir all'inferno non sospetta. Vidi Aristotol pin di chiara fama,

lassarse porre el freno e po' la sella e cavalcar per sazïar sua brama. Virgilio per vergo<g>na non favella, veggendose alla torre esser ligato

e sì beffato da una feminella. Vide el bon Dante d'amor cadenato, l'infiammato Petrarca e Gio<a>n Boccaccio; Cin da Pistoia e Sennuccio da lato.

Poi tutto 'l dì non se vide il tramaccio che li omin fan sotto l'ascose rete de queste donne; e presi da lor laccio mondani e religiosi, frati e priete,

senza aver li ripar, schermo o difesa, beveno del suo onor l'acqua di Lete: ché l'ingigno viril far mai contesa non puote alli lor colpi e al lor sapere,

perché 'n improviso fanno lor l'offesa. Or pôi chiaro, Mangano mio, vedere che questa falsa infamia che tu dài a queste donne era meglio tacere,

però che como del certo visto hai, molto più macchia dell'omo l'onore che delle donne qual più vil tu fai. Che troppo grande serebbe l'errore

dell'omo ch'è più nobile creato, più forte e de più ingigno e più valore, che n' è la donna, essersi mai lassato condur al male e subiugarse a lei,

sendo sì trista como hai dismostrato. Un'altra cosa ricordar ti dêi, che se le donne han fatto o fanno fare stupro, adulterio, sangue ed altri rei

vizi in sto mondo, tu non pôi negare ch'ancora l'omo non abbia operato quisti <e> magiur, perché uman è 'l peccare. Però è da sprezzar sto to trattato,

ché fuor del ver e per altrui piacere, senza alcuna rason hai mal parlato de queste donne; e senza fren tenere alla tua lingua, Idio calunnïasti:

più iniquità non pò el demonio avere. Or vo' ch'a riprovarti questo basti, perché io non parlo de mia autoritade, né cieco como ti mi movo a tasti;

ma el mio dir fondo sopra veritade delli sacri dottor di teologia, li qual reprovan la tua falsitade. Bench'io sia certo che sta opera mia

al vulgo non fia grata, la fia a quilli ch'alle vertù han dritta la lor via. S'e mei versi non sono ornati e belli, se 'l mio dir non è pien d'alta eloquenza,

lettor discreto, non guardar ad elli; ma piglia el frutto della lor sentenza e scusame, ché con la povertade sempre combatto, che mai non fu' senza,

e poi son privo d'ogne facultade e la fame mi dà tanto diletto, ch'io piango sempre l'inverno e la stade. E qui sia fin all'opera e al terzetto.

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