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1400–1450

b

Giovanni de Mantelli di Canobio

Lèggese in Genesì, proprio nel primo, che poi che Dio ebbe el mondo creato e i ciel e l'omo de terrestro limo, vedde che ciò <ch'Egli> aveva operato

era perfetto e tutto santo e bono; non podea d'alcun esser reprovato. S'adunqua d'alcun omo uscissi sono che fusse repugnante a questo ditto,

è falso e iniquo e verbo de dimono! Si ciò che Esso creò fu sì perfetto, Lui de necessità conven che sia bon, santo, iusto e p<ri>vo d'imperfetto.

Or vidi adunqua ch'è la gran bosìa la tua sentenza, che vol che Dio erri a farce uscir di donna, e che sia ria. Ma voglio ancor più che tua boce serri,

or ch'io te provarò li toi dittati u' più palesi i toi venen riserri. Tu dici se noi non fussemo nati de donna ma como pomo produtti,

o altri frutti in àlbori creati, noi non seremo mai stati suddutti a tosse, a freddo a cataro e a spudare, ma puri e netti qual angioli tutti.

Io te voglio el contrario dismostrare. Nanzi che mai di donna nascesse omo, per sua superbia volere abbassare, e pel peccato del vedato pomo,

Idio a lui tutte ste pene infisse; nel Genesì si trova e<l> quando e 'l como. E quel da Lira sopra questo scrisse ed i nostri dottor molt'alti assai,

e la chiosa ordinaria ancor ne disse. Per allumar el tuo cor d'altri rai più scintillanti, o discreto lettore, piglia st'altra rason e intenderai

che non se convenea <al>l'alto Fattore mandar le pene se non pel peccato; e sai ch'uscir di donna non è errore, ché se error fusse, Idio <a>rebbe errato,

ch'ai primi dui parenti Ei fe' precetto, como trovo nel loco prelegato. Ma quando peccò l'omo, el poveretto offese Dio, e Lui glie de' ste pene,

per ché le pene occùpano el diletto che piglia l'omo quando el vizio tene; e questo è proprio divina iustizia, punir el fallo e premïar el bene.

E per risponder meglio a tua stultizia, un argumento al natural redutto farò, che ogni rason tua strema e vizia. Che se la terra avesse l'om produtto,

quantonque con essenze più legiadre, como la fa nelli arbori e lor frutto, e' non arebbe conosciuto padre, né l'amor del figliol, né di fradello,

né anche arebbe conusciuto madre. – Per ognon cento – sarìa stato fello, ché natura più pronta al mal fare l'arebbe fatto d'ogni vizio ostello;

che pur la parentela fa schivare de molti mal che l'om commetteria che per vergogna d'essa lassa stare. Poscia qual omo mai s'affannaria

a 'dificar o lavorar di fuora, ch'in breve el mondo mancato serìa? Che c<on> ogni fatica l'om lavora per lassar ricchi i fioli e li parenti,

perché l'amor de quilli a ciò l'incora. Io vo' che bastin sti mei argumenti, se no<n> a ti almen a quei ch'han dritti alle vertude i loro sintimenti,

a dimostrarli che quisti toi ditti son d'annullar, perché senza rasone sono fondati e falsamenti scritti. E per fermar la mia conclusïone,

io credo ben assai aver difensato l'onor di Dio e la mia intenzione, e 'l tuo falso parlare aver mostrato, là dove in rima falsamente ha' scritto

che a farce uscir di donna Dio ha errato. E benché tuo Boccaccio abbia mal ditto contra le donne, non pose la mano encontra Dio, com' fa' tu nel to ditto.

Ma chi vol specular con occhio sano el suo Corbaccio e trarne ver construtto, vedrà ch'ogni altro so libro fe' vano, sol per quest'opra e' perse ogni so frutto

de sua fatica e ciò fu la rasone perch'a vil fine ha suo studio condutto. Oh, quante eccelse rime e bel sermone ornato, in prosa quanti libri fece,

che de tutti sua donna fu casone! Como all'om savio se conven e lece per sì vil cosa como si rasona che femina è, macchiarse de sua pece?

E tanta poesia vulgar che sona con la sua tromba per Italia tutta, del suo trïunfo perde la corona! Degna eloquenza in vil tema s'imbrutta

se, como dice, per sì trista e vile como è la donna ha tanta opra construtta. Ma per rispondere a un dubio sottile che me porìa tacitamente pòrto

esser d'alcun' ch'han l'ingigno gentile, dicendo: – Questo del suo obliquo e torto camin s'avide, e volse infin tornare doppo tanto periglio a salvo porto –.

Ma tu non sai che 'l savio speculare mai non se pente, anze el tempo prevede e non se lassa mai in error cascare? E più savio me par chi tace e vede

el fallo d'un de cui quel fia suggetto, ché chi lo dice in sua vergogna rede. E qui fa fin el secondo terzetto.

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