Skip to content
1400–1450

142

Giovanni de Mantelli di Canobio

Stanco, non sazio mai, degno di amare, soletto andai per riponsare a<l> loco che spesso fu compagno a<l> lacrimare, quando mi apparve Amor ' megio d'un foco

dicendo: – O mio guirrer, tu ti lamenti col pianto che te ocide a poco a poco. Ora ti lieva dagli argogli e stenti, ch'io voglio oggi menarte a primavera

ove nei prati spira i dolci venti –. Così seguendo, giunsi in parte ov'era di donne, al mio parere, un paradiso, a cui Venere bella e Amore impera.

Io fu' da' mei martìr tutto diviso, per la nova alegrezza de quell'alme che gloria avean celeste nel suo viso. Ivi di mirto un bosco era, e di palme,

in cui vaghi augelletti s'ascoltava cantar di amor cum amorose salme. Dal fonte un rivo per l'erbetta andava che avea di dïamante el suo colore,

rogiada e vari fiori el circundava. La beltade di 'l loco e il gran valore, l'accoglienza gentile e le parole, fôrno cagion di accender più el mio core.

Quivi le Muse si vedeva e il Sole, e ninfe adorne con soi canti e soni; tra rose, malva, stursi e infra vïole gente scorreva con cani e falconi,

a cui da canto andava loro amante, percotendo i distrer con rame e sproni. Fermai presso un ginebro le mie piante, dicendo a Amor: – Chi son costor sì vaghi,

in ligiadre fattezze umane e sante? – Rispose: – Io voglio, amante, che ti appaghi di tutti per saper como hai desio, qual vide in piagge amarsi, in fiumi e laghi.

E' son color che fanno el voler mio, el qual osserve con amar cum fede; mira, ciascun mi apprezza e fa suo dio, fanciullo ignudo, alato, che non vede.

Ma coi strali percuoto i cori e incendo per far più grazia quando altrui nol crede. Guarda al triunfo mio, dove alto io splendo, como esso è adorno in varie gemme ed oro,

con questo andar senza timor mi estendo. Omini e dèi son posti nel mio coro e sforzo qual disprezza la mia legge, e chi mi segue umanamente onoro.

Lo mio scettro ne' ciel e qua giù regge, né val contrasto cont<r>a mio volere; beato chi per mi suo error corregge. Dispon como a ti par di nostro avere:

una giovene eleggi ch'a te piazza, che poi de mi non t'abbia più a dolere –. Allora disse: – Questa vaga fazza a cui m'accosto, sempr<e> fu il mio bene.

Comanda che mia voglia al tutto fazza. Soe trezze aurate e soe luce serene, el canto e la 'loquenza <e> i modi saggi ligâr mio cor con soe forte catene –

Amore un strale trasse acceso in raggi nel petto di costei ch'ancora m'ama; cadde fra l'erba presso a umbrosi faggi. Da poi quella sullieva e quella chiama,

dicendo: – Questo accetta per compagno, che a ti serà in amar superna fama –. Taccio lo onore glorïoso e magno ch'ebbi da Amore e da quest'una in terra,

per cui sto lieto, né più piange e lagno. Uscito son di la mia cruda guerra avendo pace già da me bramata, perché el dolor costei benegna serra,

a cui son caro ed essa è mia beata. Aver penato amando, non mi dole <–ata> <–ole>

né mi ricordo d'i tormenti e inganni che al fine Amor tutti li priva e tole. E voglio dir felici i mei bianchi anni, da poi ch'Amor suavemente arcoglie

in bel così li mei passati affanni. Morte non stimo che mi' membra spoglie, quando mi avrà condutto al comun fine, qual manda in terra nostre pompe e gioglie.

Ché la mia amata e l'altre peregrine donne a mi fôrno in atti sì piacente ch'io consolai mie voglie egre e mischine. Amor, che doppo el duol mi fu clemente,

surrise e disse: – A voi questo fia caro, che <al>la mia matre e a me vero è servente <–aro> e di 'l mio ben farò lui esser degno,

perché in amar già mai non vidi avaro aver piagato per mei strali e sdegno, seguirmi con pazienza da ogni lato infin che lui mi son fatto benegno.

Donne, da voi fia dunqua apparecchiato, ch'a lui conven vostro gentil servire, el qual per fideltà ha meritato –. Esemplo io sia di amar senza el pintire,

amanti, se in mestizia alcun si trova; ché un giorno bando avran pene e languire. Amor qual sia fidele in amar prova; benché fanciullo para e <c>aeco in vista,

el suo volere in mille modi innova. Io dir vi posso, a soffrire s'acquista amando como ho amato in amarezza, poiché contenta ho la mia vita trista.

Doppo el dolor<e> giunge una alegrezza ch'abbatte ogne passion del miser petto, e ci conduce d'umil stato <a> altezza. Niun<o> saper mai può qual sia diletto,

se non colui che già provato ha 'l male, né qual sia d'il sperar l'ultimo effetto. Non dica aver el corso suo grande ale chi mal provede e schiva le fatiche,

a quel che un punto eternamente vale. Amanti, amate vostre dive amiche con la constanza, che nel mondo sola dette già laude a tutte l'opre antiche,

di cui gran fama ancor con palma vola. Finis

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
142 · Giovanni de Mantelli di Canobio · Poetry Cove