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1313–1375

[XXXVI]

Giovanni Boccaccio

L'alta corona e bella d'Adriana di molte stelle nel ciel rilucente, a me promessa da voce non vana, ad operar virtù già molta gente

nel mondo mosse, tra le qua' Perseo, quella sperando vigorosamente, armato da Pallàde, ne rendeo vinto il Gorgone; e 'l miracol di Creta

con ingegno sottil vinse Teseo. Da questa ancora processe la lieta liberazion d'Andromeda, la quale poi di Perseo fu sposa mansueta.

Bruto con forza a nessun'altra equale uccise i figli aderenti a Tarquino, con giusta scure, perch'elli avean male la libertà, la quale è don divino,

ancora conosciuta; e 'l gran Catone che 'n Utica morio, e 'l Censorino mostrâr con forte petto ogni cagione dover tor via, la quale a star suggetto

viziosamente desse condizione: e del lor santo, buono e giusto petto Utica, Cipri, Libia e Acaia son testimoni sanza alcun difetto;

e 'l buon Fabrizio ancora, che la graia moneta rinunciò e de' Sanniti, ben ch'alli avari buona e giusta paia. I detti ornati, nitidi e puliti

di Cicerone, e di Torquato i fatti con que' di Paulo Emilio sentiti, di Scipion gli onori, i modi e gli atti per questa fur lor cari, avegna dio

ch'essi per fé non dritta ad essa tratti non fosser poi; e se il suo disio avesse Dido ad essa, quando Enea lasciò lei, vòlto sanza dire addio,

viva averebbe alla sua vita rea rimedio ancor trovato, e forse in guisa miglior che la credenza non porgea. E Biblide dolente non divisa

dal mondo si saria, ma, aspettando, l'anima avrebbe la carne conquisa. Così di sé alcuni male oprando incrudeliscon contro a sé dolenti,

le loro angosce mancare sperando. Oh come folli sono e mal sappienti chi per tal modo abandona gli affanni, a' qua' dovrien più tosto esser contenti

che con la morte raddoppiare i danni, o col voler di sùbito volare da leggier duoli a vie maggiori inganni! E io, la qual, per amore approvare,

avute ho quante noie posson dolere a chi con lui vivendo vuole stare, la 'mpromessa aspettando, il mio volere ho sommesso al soffrire; e con vittoria

credo del campo levarmi e godere, di quella ornata, nella etterna gloria.

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