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1313–1375

[XXII]

Giovanni Boccaccio

Quantunque il capo oppresso di Tifeo, Etna mostrante le sue ire accese, sbrigasse sé giungendo a Lilibeo, e Pachino e Peloro le distese

braccia, e Appennin le gambe, tale ched e' sorgesse a far le sue difese, alla nostra non fora mai equale la sua potenza, quanto che si dica

che molta fosse già in ovrar male; ne quella della gente che nemica, i monti l'un dell'altro caricando, infin al ciel di que' faccendo bica,

s'appressarono a Giove minacciando per torli il regno, e 'n Flegra poi sconfitti da lui ch'ancor li spaventa tonando; né qualunque altri mai furon trafitti

da tel celestiale: adunque presto ci s'apra il cielo a cui sagliàn diritti. Se chi vi sta nostro valor molesto non vuol sentire, e forse a' luoghi bassi

andare ad abitar, lasciando questo, in quello entrati, saran da noi cassi l'iddii reggenti, o per grazia ad alcuno simile scanno a noi forse darassi.

E se resister volesse nessuno, cacciandol quindi, il faremo abitare misero con Pluton nel regno bruno. Nostra virtù sopra le stelle pare,

nobiltà non ha luogo ove ricchezza i suo' difetti puote ristorare. La vigorosa e bella giovanezza che posseggiàn ne fa vie più sicuri,

e d'animo e di cuor ne dà fermezza. Qua' torri eccelse o qua' merlati muri ci negherien l'entrare in ogni loco ove piacesse a noi, per esser duri?

Dunque col carro su del nostro foco tirati da' dragon ce ne montiamo; già siam vicini a lui, già distiàn poco. Se c'è forse negato che v'intriamo,

come Feton l'accese altra fiata, e così noi la seconda l'ardiamo con chi dentro vi sta, sì che l'enfiata ira di noi dimostriàn con effetto

a chi contrario è suto a nostra entrata: e così si punisca il lor difetto.

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