Come Titan del sen dell'Aurora esce, così con le mie pecorelle i monti cerco sanza far dimora; e poi ch'i'ho lassù condotte quelle,
le nuove erbette della pietra uscite per caro cibo porgo innanzi ad elle. Pasconsi quivi timidette e mite, e servan lor grassezza con tal forma
che non curan di lupo le ferite. Io servo nelle mie tutta altra norma, sì come i pastor siculi, da' quali exemplo prende ogni ben retta torma.
Io non fatico loro a' disiguali poggi salir, ma ne' pian copiosi, d'erbe infinite do lor tante e tali che gli uveri di quelle fan sugosi
di tanto latte ch'io non posso avere vaso sì grande in cui tutto si posi. Né i loro agne' ne posson tanto bere ch'ancor più non avanzi; e honne tante
ch'io non ne posso il numero sapere. Né, perché il lupo se ne porti alquante io non me 'n curo; tale è la pastura che tosto più ne rende o altrettante.
Io do loro ombre di bella verdura, né con vincastro quelle vo battendo: come le piace ognuna ha di sé cura, vicine a molti rivi, che correndo
dintorno vanno a loro, ove la sete ispenta, poi la vanno raccendendo. Ma voi, Arcadi, sì poche n'avete che 'l numero v'è chiaro; e tanto affanno
donate lor che tutte le perdete. E, non che pascer, ma elle non hanno ne' monti ber che basti; e pur pensate di più saper di noi con vostro danno.
Le nostre in fonti chiare, derivate di viva pietra, beon con sapore tal che le serva in lieta sanitate: ma le tue molte tirano il liquore
mescolato con limo e, tabefatte, corrompon l'altre e muoion con dolore. E le tue, furibonde, rozze e matte, diversi cibi avendo a rugumare,
debili e per ebbrezza liquefatte si rendon, né non posson perdurare in vita guari; e il lor latte è rio, né può vitali agne' mai nutricare.
Ma il cibo buon, che il pecuglio mio dalla pietra divelto pasce e gusta, lor poche serva buone; e ciò che io ne mungo è saporoso; e quella angusta
fatica del salir le fa vogliose e veder chiar dall'erba la locusta. L'aria del monte le fa copiose di prole tal che 'n ben ogni altr'avanza;
poi l'empie d'anni e falle prosperose. E è sì lor, per continua usanza, il sol leggier che ciascuna più lieta è sotto lui che 'n altra dimoranza,
avvegna che, quand'e' già caldo vieta il cibo più, col mio suon le contento, cui ciascheduna ascolta mansueta. Io guardo lor sollicito dal vento
e nella notte vegghio sopra loro, alla salute di ciascuna intento. A me non cal, vegghiando, far dimoro né sampogna sonar, ché per sé sola
diletto prende ognuna in suo lavoro; né non mi curo s'alla mia parola non ubidiscon sùbito niente, sol ch'io me n'empia la borsa e la gola.
Com'io le guardi, a chi ben le pon mente, le tue veggendo, e 'l numero ne prende, all'avanzar mi fa più sofficiente; in che la cura nostra più s'accende
che ad aver poca greggia e vivace donde non tràssi quanto l'uom vi spende. Che dirai qui? Or non parla, ma tace Alcesto al mio cantar, però che vero
conosce quello e già per vinto giace. Il tuo parlare e' falso e non sincero, per ch'io non taccio né credo esser vinto, ma vincitor di qui partirmi spero.
Tu hai il nostro canto in ciò sospinto: chi è più ricco e più di mandra tira; dove di miglior guardia fu distinto che cantassimo qui; la qual chi mira
con occhio alluminato di ragione vedrà chi meglio intorno a ciò si gira. Dunque a ciò non chiude la quistione? Chi più avanza, quelli ha me' guardato
e più sa del guardar la condizione. Non son da por già mai per acquistato i tuoi agne', ché a molti tristo fine si vede tosto, lasso!, apparecchiato.
Ma le mie poche nell'alto confine vivaci, poste d'assalto sicure, non curanti di lappole o di spine; e tutte fuor delle brutte misture
bianche, con occhio chiaro, e conoscenti di me che lor conduco alle pasture. Tu fai, come ti par, tuoi argomenti, ma elli è me' delle mie il diletto,
che l'util delle tue che sì aumenti. Quand'io vorrò, da cui mi fia interdetto il su salire al monte, ove, pasciute, assegni alle tue tanto perfetto?
Da quelle erbacce gravi, ritenute nell'ampio ventre, ch'affamate e piene sempre le tien, di salir fien tenute. Queste son tue parole, né conviene
a te di me parlar, perché non sai, ne' monti usato, e l'uso ancor ti tiene. Ne' monti, dov'io uso, io apparai da quelle Muse che già li guardaro;
e nelle braccia lor crebbi e lattai. Ma tu più grosso ch'altro, in cui riparo già mai senno non fece né valenza, taciti omai; ché li tuo' versi amaro
suon rendono a coloro a cui sentenza, come di savie, stiamo; e la tua male di pasturar qui difesa scienza con altrui cerca coprirla di tale
mantel, che meco; ché tu se' nemico di greggia più che guardia o mandriale: di che ancor andrai tristo e mendico.
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