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1313–1375

PARTE TERZA

Giovanni Boccaccio

Fulvida luce, il raggio della quale infino a questo loco m'ha guidato com'io volea per l'amorose sale, or convien che 'l tuo lume duplicato

guidi lo 'ngegno mio, e faccil tale, che 'n particella alcuna dichiarato per me appaia il ben del dolce regno d'Amor, del qual fu fatto Troiol degno.

Al qual regno pervien chi fedelmente, con senno e con virtù, può sofferire d'amor le passioni interamente: per altro modo, rado pervenire

vi si può bene; adunque sii presente, o bella donna, e 'l mio alto disire riempi della grazia ch'io dimando, le lodi tue continue cantando.

Troiolo ancora che el molto ardesse, nondimen bene star pur li parea, pensando sol ch'a Criseida piacesse, e che ella umilmente rispondea

alle lettere sue quando scrivesse, ed ancor più qualora la vedea: ella il guardava con sì dolce aspetto ch'a lui parea sentir sommo diletto.

Erasi Pandar, come detto avanti, dalla donna in concordia dipartito, e lieto nella mente e ne' sembianti, di Troiolo cercava, cui smarrito

intra lieta speranza e tristi pianti lasciato avea quando se n'era gito; e tanto il gì in qua e 'n là cercando, ch'egli il trovò in un tempio pensando.

Al qual tantosto che esso pervenne, da parte il trasse e cominciògli a dire: — Amico car, tanto di te mi tenne quand'io uguanno ti vidi languire

sì forte per amor, che 'l cor sostenne per te gran parte in sé del tuo martire, che per darti conforto riposato non ho giammai finch'io te l'ho trovato.

Io son per te divenuto mezzano, per te gittato ho 'n terra il mio onore, per te ho io corrotto il petto sano di mia sorella, e posto l'ho nel core

il tuo amor; né passerà lontano tempo che 'l vederai con più dolzore che porger non ti può la mia favella, quando in braccio averai Criseida bella.

Ma come Dio, che tutto quanto vede, e tu che 'l sai, a ciò non m'ha indotto di premio isperanza, ma sol fede, che come amico portoti, condotto

m'ha ad ovrar che tu truovi mercede. Per ch'io ti priego, s'el non ti sia rotto da ria fortuna il disiato bene, che facci com'a savio far convene.

Tu sai ch'egli è la fama di costei santa nel vulgo, né si disse mai da nullo altro che tutto ben di lei; or venuto è che tu nelle man l'hai

e puogliel tor se fai quel che non dei; benché addivenir ciò non può mai sanza mia gran vergogna, ché parente le sono e trattator similemente.

Per ch'io ti priego tanto quant'io posso, ch'occulto sia tra noi questo mestiero: i' ho dal cuor di Criseida rimosso ogni vergogna e ciaschedun pensiero

che contra t'era, ed hol tanto percosso col ragionar del tuo amor sincero, che ella t'ama ed è disposta a fare ciò che ti piacerà di comandare.

Né fuor che tempo manca a tale effetto, il qual come l'avrà, nelle sue braccia ti metterò a prenderne diletto; ma, per Dio, fa che tale opra si taccia,

né t'esca fuor per caso alcun del petto, o caro amico mio; né ti dispiaccia se molte volte ti priego di questo: tu vedi ben che 'l mio priego è onesto. —

Chi poria dire intera la letizia che l'anima di Troiolo sentiva, udendo Pandar? Ché la sua tristizia, com' più parlava, più scemando giva.

Li sospir, ch'egli aveva a gran divizia, gli dieder luogo e la pena cattiva si dipartì, e 'l viso lagrimoso, bene sperando, divenne gioioso.

E sì come la nuova primavera di fronde e di fioretti gli arbuscelli, ignudi stati in la stagion severa, di subito riveste e fagli belli,

e prati e colli e ciascuna rivera riveste d'erbe e di bei fior novelli, così di nuova gioia subito pieno, si rifé Troiol nel viso sereno.

E dopo un sospiretto, riguardando Pandar nel viso, disse: — Amico caro, tu ti dei ricordare e come e quando già pianger mi trovasti nello amaro

tempo che io soleva avere amando, ed ancor simil quando procacciaro le tue parole di voler sapere qual fosse la cagion del mio dolere.

E sai quant'io mi tenni a discovrirlo a te che sol mi sei unico amico, né era a me alcun periglio il dirlo, benché per ciò non fosse atto pudico;

pensa dunque ora come consentirlo io potrei mai, ché mentre teco il dico, ch'altri nol senta triemo di paura. Tolga Iddio via cotal disavventura.

Ma nondimen per quello Iddio ti giuro che 'l cielo e 'l mondo ugualmente governa, e s'io non vegna nelle man del duro Agamennon, che, se mia vita etterna

fosse come è mortal, tu puoi sicuro viver, ch'a mio poter sarà interna questa credenza, e 'n ogni atto servato l'onor di quella che m'ha 'l cor piagato.

Quanto per me tu aggi detto e fatto assai conosco e manifesto veggio, né meritar giammai in alcun atto nol ti potrei, ché d'inferno e di peggio,

in paradiso posso dir m'hai tratto; ma per l'amistà nostra ti richieggio che quel nome villan tu non ti pogni dove sovvien dell'amico a' bisogni.

Lascialo stare alli dolenti avari, cui oro induce a sì fatto servigio; tu fatto l'hai per trarmi degli amari pianti ov'io era e del duro letigio

che io avea con pensieri avversari e turbator d'ogni dolce vestigio, sì come per amico si dee fare, quando l'amico il vede tribulare.

E perché tu conosca quanto piena benivolenza da me t'è portata, io ho la mia sorella Polissena più di bellezza che altra pregiata,

ed ancor c'è con esso lei Elena bellissima, la quale è mia cognata: apri il cor tuo se te ne piace alcuna, poi me lascia operar con qual sia l'una.

Ma poi che tanto hai fatto, assai più ch'io pregato non t'avrei, metti in effetto, quando tempo parratti, il mio disio; a te ricorro e sol da te aspetto

l'alto piacere ed il conforto mio, la gioia e 'l bene e 'l sollazzo e 'l diletto, né più farò se non quanto dirai; mio fia 'l diletto e tu 'l grado n'avrai. —

Rimase Pandar di Troiol contento, e ciascheduno a sue bisogne attese. Ma come ch'a Troiolo ogni dì cento paresse d'esser con quella alle prese,

pur sofferia, e con sommo argomento in sé reggeva l'amorose offese, dando a' pensier d'amor la notte parte, e 'l dì co' suoi al faticoso Marte.

In questo mezzo il tempo disiato da' due amanti venne, donde fessi Criseida chiamar Pandaro e mostrato tutto gliel'ha; ma Pandaro dolessi

di Troiolo che 'l dì davanti andato era con certi, per bisogni espressi della lor guerra, alquanto di lontano, benché dovea tornare a mano a mano.

Disselo a lei, il che udir gravoso molto le fu, ma questo non ostante, Pandar, sì come amico studioso, mandò tosto per lui un presto fante,

il qual sanza pigliare alcun riposo, in brieve spazio a Troiol fu davante; il quale, udito ciò per che venia, lieto per ritornar si mise in via.

E giunto a Pandar, da lui pienamente intese ciò che esso far dovea; laonde esso assai impaziente la notte attese, la qual gli parea

che si fuggisse; e poi tacitamente con Pandar solo il suo cammin prendea in ver là dove Criseida stava, che sola e paurosa l'aspettava.

Era la notte oscura e tenebrosa come Troiol voleva, il quale attento mirando andava ciascheduna cosa, non forse alcuna desse sturbamento

poco o assai alla sua amorosa voglia, la qual del suo grave tormento fosse sperava; ed in parte segreta sol se n'entrò nella casa già cheta.

E 'n certo loco remoto ed oscuro, come imposto gli fu, la donna attese, né gli fu l'aspettar forte né duro, né 'l non veder dove fosse palese,

ma baldanzoso, con seco, sicuro, spesso diceva: «La donna cortese tosto verrà, ed io sarò giocondo più che se sol signor fossi del mondo».

Criseida l'aveva ben sentito venire; per che, acciò ch'ei la 'ntendesse com'era posto, ella aveva tossito, e perché l'esser non gli rincrescesse

spesso parlava con suono espedito, e avacciava che ciascun sen gisse tosto a dormir, dicendo ch'ella avea tal sonno che vegghiar più non potea.

Poi che ciascun sen fu ito a dormire, e la casa rimase tutta queta, tosto parve a Criseida di gire dov'era Troiolo in parte segreta,

il qual, com'egli la sentì venire, drizzato in piè e con la faccia lieta, le si fé 'ncontro, tacito aspettando, per esser presto ad ogni suo comando.

Avea la donna un torchio in mano acceso, e tutta sola discese le scale, e Troiol vide aspettarla sospeso, cui ella salutò; poi disse quale

ella poté: — Signor, s'io t'ho offeso, in parte tale il tuo splendor reale tenendo chiuso, priegoti per Dio, che mi perdoni, dolce mio disio. —

A cui Troiolo disse: — Donna bella, sola speranza e ben della mia mente, sempre davanti m'è stata la stella del tuo bel viso splendido e lucente;

e stata m'è più cara particella questa, che 'l mio palagio certamente, e dimandar perdono a ciò non tocca. — Poi l'abbracciò e basciaronsi in bocca.

Né si partiron prima di quel loco, che mille volte insieme s'abbracciaro con dolce festa e con ardente gioco, e altrettante e vie più si basciaro,

sì come quei ch'ardevan d'egual foco, e che l'un l'altro molto aveva caro; ma come l'accoglienze si finiro, salir le scale e 'n camera ne giro.

Lungo sarebbe a raccontar la festa, ed impossibile a dire il diletto che 'nsieme preser pervenuti in questa; ei si spogliaro ed entraron nel letto,

dove la donna nell'ultima vesta rimasa già, con piacevole detto gli disse: — Spogliomi io? Le nuove spose son la notte primiera vergognose. —

A cui Troiolo disse: — Anima mia, io te ne priego, sì ch'io t'abbi in braccio ignuda sì come il mio cor disia. — Ed ella allora: — Ve' ch'io me ne spaccio. —

E la camiscia sua gittata via, nelle sue braccia si ricolse avaccio; e strignendo l'un l'altro con fervore, d'amor sentiron l'ultimo valore.

O dolce notte, e molto disiata, chente fostù alli due lieti amanti! Se la scienza mi fosse donata che ebber li poeti tutti quanti,

per me non potrebbe esser disegnata. Pensisel chi fu mai cotanto avanti mercé d'Amor, quanto furon costoro, e saprà 'n parte la letizia loro.

Ei non uscir di braccio l'uno all'altro in tutta notte, e tenendosi in braccio, si credieno esser tolti l'uno all'altro, o che non fosse ver che 'nsieme in braccio,

sì com'elli eran, fosse l'uno all'altro, ma sognar si credien d'essere in braccio; e l'uno all'altro domandava spesso: — Hotti io in braccio, o sogno, o sei tu desso? —

Ei si miravan con tanto disio, che l'un dall'altro gli occhi non torcea, e l'uno all'altro diceva: — Amor mio, deh, può egli esser ch'io con teco stea? —

— Sì, cuor del corpo, mercé n'abbia Dio — sovente l'uno all'altro rispondea. E strignendosi forte spessamente, si basciavano insieme dolcemente.

Troiolo spesso i belli occhi amorosi basciava di Criseida, dicendo: — Voi mi metteste nel core i focosi dardi d'amor del qual io tutto incendo,

voi mi pigliaste ed io non mi nascosi, come suol far chi dubita, fuggendo; voi mi tenete e sempre mi terrete, occhi miei bei, nell'amorosa rete. —

Poi gli basciava e ribasciava ancora, e Criseida ancora i suoi basciava, poi tutto il viso e 'l petto, e nessuna ora sanza mille sospiri valicava,

non de' dolenti per cui si scolora, ma di quei pii pe' quai si dimostrava l'affezion che giaceva nel petto: e dopo quei rinnovava il diletto.

Deh, pensin qui li dolorosi avari, che biasiman chi è innamorato e chi, come fan essi, a far denari, in alcun modo, non s'è tutto dato,

e guardin se, tenendoli ben cari, tanto piacer fu mai da lor prestato, quanto ne presta amore in un sol punto, a cui egli è con ventura congiunto.

Ei diranno di sì ma mentiranno, e questo amor, dolorosa pazzia con risa e con ischerni chiameranno, sanza veder che solo una ora fia

nella qual sé e' denar perderanno, sanza aver gioia saputo che sia nella lor vita; Iddio gli faccia tristi, ed agli amanti doni i loro acquisti.

Rassicurati insieme i due amanti, insieme cominciaro a ragionare, e l'uno all'altro i preteriti pianti e l'angosce e' sospiri a raccontare;

e tai ragionamenti tutti quanti spesso rompien con fervente basciare, e sbandendo la lor passata noia prendieno insieme dilettosa gioia.

Ragion non vi si fece di dormire, ma che la notte non venisse meno per bene assai vegghiar avien disire: saziarsi l'un dell'altro non potieno,

quantunque molto fosse il fare e 'l dire ciò ch'a quell'atto appartener credieno, e sanza invan lasciar correr le dotte, tutte s'adoperaron quella notte.

Ma poi che' galli presso al giorno udiro cantar per l'aurora che surgea, dell'abbracciar si raffocò 'l disiro, dolendosi dell'ora che dovea

lor dipartir ed in nuovo martiro, il qual nessun ancor provato avea, porgli, per l'esser da sé separati, vie più che mai d'amor ora infiammati.

Li quai come Criseida cantare sentì, dolente disse: — O amor mio, ora si fa da doversi levare, se ben vogliam celar nostro disio,

ma io ti voglio, amor mio, abbracciare, pria che ti lievi, un poco, acciò che io men doglia senta della tua partita; deh, abbraccia tu me, dolce mia vita. —

Troiolo l'abbracciò quasi piangendo, e stringendola forte la basciava, il giorno che venia maladicendo, che lor così avaccio separava.

Poi cominciò in verso lei dicendo: — Il dipartir sanza modo mi grava: come partir da te mi debbo mai, che 'l ben ch'i' sento, donna, tu mel dai?

Non so com'io non mora pur pensando ch'andar me ne convien contra 'l volere e già di vita ch'io n'ho preso il bando, e morte sopra me monta a potere,

né so del ritornar come né quando. O Fortuna perché da tal piacere lontani me, che più ch'altro mi piace? Perché mi togli il sollazzo e la pace?

Deh, com' farò, se già nel primo passo sì mi stringe il disio del ritornarci, che vita nol sostiene, oh me lasso? Deh, perché vien' sì tosto a lontanarci,

o dispietato giorno? quando basso sarai ch'io ti veggia ristorarci? Oh me, ch'io non so! — Quindi rivolto a Criseida basciava il fresco volto,

dicendo: — S'io credessi in la tua mente, donna mia bella, sì com'io ti tegno dentro la mia, star continuamente più caro mi saria che 'l troian regno,

e di questo partir saria paziente, poscia ch'a quel contra mia voglia vegno, e spererei tornarci a tempo e loco, a temperar com ora il nostro foco. —

Criseida gli rispose sospirando, mentre che stretto nelle braccia il tene: — Anima mia, io udii, ragionando già è assai, s'i' mi ricordo bene,

ch'Amore è uno spirto avaro, e quando alcuna cosa prende, sì la tene serrata forte e stretta con gli artigli, ch'a liberarla invan si dan consigli.

Ed egli ha me ghermito in tal manera per te, caro mio ben, che s'io volessi ritornarmi ora quale in prima m'era, non ti cappia nel capo ch'io potessi;

tu mi se' sempre da mane e da sera nella mente fermato, e s'io credessi così essere a te io, mi terrei beata più che chieder non saprei.

Però sicuro vivi del mio amore, il qual mai per altrui più non provai, e se 'l tornarci disii con fervore, io il disio vie più di te assai,

né prima mi fien date licite ore sopra di me, che tu ci tornerai; cuor del mio corpo, i' mi ti raccomando. — E così detto, il basciò sospirando.

Levossi Troiol contr'a suo piacere, poi ribasciata l'ebbe cento volte, ma pur veggendo quel ch'era dovere, si vestì tutto, e poscia, dopo molte

parole, disse: — Io fo il tuo volere, io me ne vo; fa che non mi sien tolte le tue promesse, e accomandoti a Dio, e teco lascio lo spirito mio. —

A lei non venne alla risposta voce, tanto la noia la strinse del partire, ma Troiol quindi con passo veloce, ver lo palagio suo ne prese a gire,

e sente ben ch'amor vie più il coce ch'el non facea prima nel disire, tanto ha da più Criseida trovata, che seco non l'avea prima stimata.

Tornato Troiol nel real palagio, tacitamente se n'entrò nel letto per dormir s'el potesse alquanto ad agio, ma non gli poté sonno entrar nel petto,

sì gli facean nuovi pensier disagio, rammemorando il lasciato diletto, pensando seco quanto più valea Criseida, che el non si credea.

El giva ciascuno atto rivolgendo nel suo pensiero e 'l savio ragionare, e seco stesso ancora ripetendo il piacevole e dolce motteggiare;

l'amor di lei ancor giva sentendo troppo maggior che 'l suo immaginare, e con tali pensier più s'accendea in amor forte, e non se n'avvedea.

Criseida seco facea il simigliante, di Troiolo parlando nel suo core, e seco lieta di sì fatto amante, grazie infinite ne rende ad Amore,

e parle ben mille anni che davante a lei ritorni lo suo amadore, e ch'ella il tenga in braccio e basci spesso, come la notte avea fatto da presso.

Fu la mattina Pandaro venuto a Troiolo levato, e salutollo; Troiolo gli rendé il suo saluto, e con disio gli si gittò al collo:

— Pandaro mio, tu sii il ben venuto — e nella fronte con amor basciollo — tu m'hai d'inferno messo in paradiso, amico mio, se io non sia ucciso.

Io non potrei giammai operar tanto, se per te mille volte il dì morisse, che io facessi un attimo di quanto cognosco aperto ti si convenisse;

tu m'hai in gioia posto d'aspro pianto. — E da capo basciollo, e quindi disse: — Dolce mio ben che contento mi fai, quando sarà ch'io più ti tenga mai?

Non vede il sol, che tutto il mondo vede, sì bella donna, né tanto piacente, e, se le mie parole mertan fede, sì costumata, vaga ed avvenente,

quanto colei la cui buona mercede, più ch'altro vivo allegro veramente. Lodato sia Amor che mi fé suo, e similmente il buon servigio tuo.

Dunque non m'hai poca cosa donata, né me a poca cosa donato hai; la vita mia ti fia sempre obbligata, ad ogni tuo piacer sempre l'avrai,

tu l'hai da morte a vita suscitata. — E qui si tacque allegro più che mai. Pandaro, uditol, stette alquanto, e poi così rispose lieto a' detti suoi:

— S'io ho, bel dolce amico, fatto cosa che ti sia cara, assai ne son contento, ed èmmi sommamente graziosa; ma nondimen più che mai ti rammento

che ponghi freno alla mente amorosa, e che sia savio, ché dove tormento hai tolto via con dilettosa gioia, per favellar non ti ritorni a noia. —

Io il farò sì che a grado fieti — rispose Troiolo al suo caro amico. Poi gli contò gli accidenti suoi lieti con somma festa, e seguì: — Ben ti dico

ch'io non fu' mai d'amor dentro alle reti com'io sono ora, e vie più che l'antico ora mi coce il foco, che tratto aggio degli occhi di Criseida e del visaggio.

Io ardo più che mai, e questo foco, ch'io sento nuovo, è d'altra qualitate che quel di prima: el mi rinfresca gioco sempre nel cor, pensando alla biltate

che n'è cagion, ma vero è che un poco le voglie mie più calde che l'usate fa di tornar nell'amorose braccia, e di basciar la dilicata faccia. —

Saziar non si poteva il giovinetto di ragionar con Pandaro del bene il qual sentito aveva, e del diletto, e del conforto dato alle sue pene,

e dello amor che portava perfetto a Criseida, in cui sola la spene aveva posta, e messone in oblio ogni suo altro fatto e gran disio.

Tra picciol tempo, la lieta fortuna di Troiolo rendé luogo a' suoi amori, il qual, poscia che fu la notte bruna, del suo palagio solo uscito fori,

senza nel ciel vedere stella alcuna, per lo cammino usato, a' suoi dolzori nascosamente se n'entrò, e cheto nel luogo usato e' si stette segreto.

Come Criseida altra volta venne, così a tempo venne questa volta, ed il modo di prima tutto tenne; e poi che lieta e graziosa accolta

fatta s'ebber fra lor quanto convenne, presi per man con allegrezza molta nella camera insieme se n'entraro, e sanza indugio alcun si coricaro.

Come Criseida Troiolo in braccio ebbe, così gioiosa cominciò a dire: — Qual donna fu o mai esser potrebbe, la qual potesse tanto ben sentire

quant'io fo ora? Deh, chi sen terrebbe di non volere a mano a man morire se altro non potesse, per avere un poco sol di così gran piacere? —

Poi cominciava: — Dolce l'amor mio, io non so che mi dir, né mai potrei dir la dolcezza e 'l focoso disio che m'hai nel petto messo, ov'io vorrei

averti tutto sempre sì com'io v'ho l'immagine tua, né chiederei a Giove più, se questo mi facesse, che sì com'ora sempre ti tenesse.

lo non mi credo ch'el possa giammai questo foco allenar, com'io credea che el facesse, poi che 'nsieme assai fossimo stati, ma ben non vedea:

l'acqua del fabbro su gittata ci hai sì che egli arde più che non facea, perché mai non t'amai quant'ora t'amo, e giorno e notte ti disio e bramo. —

Troiolo a lei diceva il simigliante, tenendosi amenduni in braccio stretti, e motteggiando usavan tutte quante quelle parole ch'a cotai diletti

si soglion dir tra l'uno e l'altro amante, basciandosi le bocche, gli occhi e' petti, rendendo l'uno all'altro le salute che scrivendosi insieme eran taciute.

Ma il nemico giorno s'appressava, come per segno si sentiva aperto, il qual ciascun cruccioso biastemiava, parendo lor che el si fosse offerto

più tosto assai ch'offrirsi non usava; il che doleva a ciascun per lo certo, ma poi che più non si poteva allora, ciascun su si levò sanza dimora.

E l'un dall'altro fece dipartenza al modo usato, dopo più sospiri, e nel futuro ordinaron che senza indugio si tornasse a quei disiri,

sì che potesser con la lor presenza rattemperar gli amorosi martiri, ed operar la lieta gioventute, mentre durasse, in sì fatta salute.

Era contento Troiolo, ed in canti menava la sua vita e 'n allegrezza; l'alte bellezze ed i vaghi sembianti di qualunque altra donna nulla prezza,

fuor che la sua Criseida, e tutti quanti gli altri uomin vivere in trista gramezza, a respetto di sé, seco credeva, tanto il suo ben gli aggradava e piaceva.

Esso talvolta Pandaro pigliava per mano, e 'n un giardin con lui ne gia, e con el pria di Criseida parlava, del suo valore e della cortesia,

poi lietamente con lui cominciava, rimoto tutto da malinconia, dolcemente a cantare in cotal guisa, qual qui sanz'alcun mezzo sì divisa:

— O luce etterna, il cui lieto splendore fa bello il terzo ciel dal qual ne piove piacer, vaghezza, pietate ed amore, del sole amica, e figliuola di Giove,

benigna donna d'ogni gentil core, certa cagion del valor che mi move a' sospir dolci della mia salute, sempre lodata sia la tua virtute.

Il ciel, la terra ed il mare e lo 'nferno, ciascuno in sé la tua potenza sente, o chiara luce, e s'io il ver discerno, le piante, i semi e l'erbe parimente,

gli uccei, le fiere e' pesci, con etterno vapor ti senton nel tempo piacente, e gli uomini e gl'iddii; né creatura sanza di te nel mondo vale o dura.

Tu Giove prima agli alti effetti lieto, pe' quai vivono e son tutte le cose, movesti, bella dea, e mansueto sovente il rendi all'opere noiose

di noi mortali, il meritato fleto in liete feste volgi e dilettose, e 'n mille forme già quaggiù 'l mandasti, quand'ora d'una ed or d'altra il piagasti.

Tu 'l fiero Marte al tuo piacer benegno ed umil rendi, e cacci ciascuna ira; tu discacci viltà e d'alto sdegno riempi chi per te, dea, sospira;

tu d'alta signoria merito e degno fai ciaschedun, secondo ch'el disira; tu fai cortese ognuno e costumato che del tuo foco alquanto è infiammato.

Tu 'n unità le case e le cittadi, li regni e le province e 'l mondo tutto tien', bella dea; tu dell'amistadi se' cagion certa e del lor caro frutto;

tu sola le nascose qualitadi delle cose conosci, onde il costrutto vi metti tal, che fai maravigliare chi tua potenza non sa ragguardare.

Tu legge, o dea, poni all'universo, per la quale esso in esser si mantiene; né è alcuno al tuo figliuolo avverso che non sen penta, se d'esser sostiene;

ed io che già con ragionar perverso gli fui, agual, sì come si conviene, mi riconosco innamorato tanto, che espriemer giammai non potrei quanto.

Il che avvegna che alcun riprenda, poco men curo, ch'el non sa che dirsi; Ercole forte in questo mi difenda, che da Amore non poté schermirsi,

avvegna ch'ogni savio il ne commenda. E chi con frode non vuol ricoprirsi, non dirà mai ch'a me sia disdicevole ciò ch'ad Ercole fu già convenevole.

Adunque io amo, ed intra i grandi effetti tuoi, quest'un molto mi piace e aggrada; questo seguisco, in cui tutti i diletti son, se diritto l'anima mia bada,

più che in altro compiuti e perfetti; anzi da questo ogn'altro si digrada, questo mi fa seguitar quella donna, che di valore più ch'altro s'indonna.

Questo m'induce aguale a rallegrarmi, e farà sempre, sol che io sia saggio; questo m'induce, dea, tanto a lodarmi del tuo lucente e virtuoso raggio,

per lo qual benedico ch'alcune armi non mi difeser dal chiaro visaggio, nel qual la tua virtù vidi dipinta, e la potenza lucida e distinta.

E benedico il tempo, l'anno e 'l mese, il giorno, l'ora e 'l punto che costei onesta, bella, leggiadra e cortese, primieramente apparve agli occhi miei;

benedico figliuolto che m'accese del suo valor per la virtù di lei, e che m'ha fatto a lei servo verace, negli occhi suoi ponendo la mia pace.

E benedico i ferventi sospiri ch'io ho per lei cacciati già del petto, e benedico i pianti e li martiri che fatti m'ha avere amor perfetto,

e benedico i focosi disiri tratti del suo più bel che altro aspetto, perciocché prezzo di sì alta cosa istati sono, e tanto graziosa.

Ma sopra tutti benedico Iddio che tanto cara donna diede al mondo, e che tanto di lume ancor nel mio discerner pose in questo basso fondo,

che 'n lei innanzi ogni altro il gran disio io accendessi, e fossine giocondo. A che grazie giammai non si porieno render per uom, quai render si dovrieno.

Se cento lingue, e ciascuna parlante, nella mia bocca fossero, e 'l sapere nel petto avessi d'ogni poetante, espriemer non potrei le virtù vere,

l'alta piacevolezza e l'abbondante sua cortesia; chi n'ha dunque potere, priego divoto che lei lungamente mi presti e me ne facci conoscente;

che se' tu dessa, dea, che far lo puoi, sol che tu vogli, ed io ten priego molto. Chi più felice si potrà dir poi, se 'l tempo che con meco esser dee volto.

tutto disponi a' piacer miei e suoi? Deh, fallo, dea, poi ch'io mi son raccolto nelle tue braccia, donde uscito m'era, non ben sapendo la tua virtù vera.

Segua chi vuole i regni e le ricchezze, l'arme, i cavai, le selve, i can, gli uccelli, di Pallade gli studi, e le prodezze di Marte, ch'io in mirar gli occhi belli

della mia donna e le vere bellezze, il tempo vo' por tutto, ché son quelli che sopra Giove mi pongon, qualora gli miro, tanto il cor se ne innamora.

Io non ho grazie quai si converrieno a te da me, o bella luce etterna; però prima tacer che non appieno renderle vommi; tu, chiara lucerna,

al disidero mio non venir meno, prolunga, cela, correggi e governa il mio ardore e quel di questa a cui son dato, e fa ch'io non sia mai d'altrui. —

Nell'opere opportune alla lor guerra egli era sempre nell'armi il primiero; ché sopra i Greci uscia fuor della terra, tanto animoso e sì forte e sì fiero,

che ciascun ne dottava, se non erra la storia, e questo spirto tanto altiero più che l'usato gli prestava Amore, di cui egli era fedel servidore.

Ne' tempi delle triegue egli uccellava, falcon, gerfalchi ed aquile tenendo, e tal fiata con li can cacciava, orsi, cinghiari e gran lion seguendo,

li piccioli animal tutti spregiava; ed a' suoi tempi Criseida vedendo, si rifaceva grazioso e bello, come falcon ch'uscisse di cappello.

Era d'amor tutto il suo ragionare, o di costumi, e pien di cortesia, lodava molto i valenti onorare, e simile i cattivi cacciar via;

piaceagli ancora di vedere ornare li giovani d'onesta leggiadria, e tenea sanza amore ogni uom perduto, di che che stato el si fosse suto.

Ed avvegna ch'el fosse di reale sangue, e volendo ancor molto potesse, benigno si faceva a tutti eguale, come ch'alcun talvolta nol valesse.

Così voleva Amor che tutto vale, che el per compiacere altrui il facesse; superbia, invidia e avarizia in ira aveva, e ciò ch'ognun dietro si tira.

Ma poco tempo durò cotal bene, mercé della Fortuna invidiosa, che 'n questo mondo nulla fermo tene: ella gli volse la faccia crucciosa

per nuovo caso, si com'egli avviene, e sottosopra volgendo ogni cosa, Criseida gli tolse e' dolci frutti, e' lieti amor rivolse in tristi lutti.

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PARTE TERZA · Giovanni Boccaccio · Poetry Cove