Skip to content
1313–1375

PARTE QUINTA

Giovanni Boccaccio

Quel giorno stesso vi fu Diomede per volere a' Troian dare Antenore; per che Priamo Criseida gli diede, di sospiri, di pianti e di dolore

sì piena che ne 'ncresce a chi la vede; dall'altra parte era il suo amadore in sì fatta tristizia, che alcuno in simil non ne vide mai nessuno.

Vero è che con gran forza nascondea mirabilmente dentro al tristo petto la gran battaglia la quale egli avea con sospiri e con pianto, e nello aspetto

niente o poco ancor gli si parea, come ch'egli attendesse esser soletto, e quivi piangere e rammaricarsi, ed a grande agio seco disfogarsi.

Oh quante cose nell'altiera mente gli venner lì, Criseida vedendo rendere al padre! Questi parimente d'ira e di cruccio tututto fremendo,

seco rodiesi e dicea pianamente: — Oh misero dolente, or che attendo? non è el meglio una volta morire, che sempre in pianto vivere e languire?

Ché non turb'io con l'arme questi patti? Perché qui Diomede non uccido? Perché non taglio il vecchio che gli ha fatti? Perché li miei fratei tutti non sfido?

Che ora fosser ei tutti disfatti! Perché in pianto ed in dolente grido Troia non metto? Perché non rapisco Criseida ora, e me stesso guarisco?

Chi 'l vieterà s'io il vorrò pur fare? O perché con li Greci non m'accosto s'ei mi volesser Criseida donare? Deh, perché più dimoro, che non tosto

corro colà e follami lasciare? — Ma così fiero ed altiero proposto gli fé lasciar paura, non uccisa Criseida fosse in sì fatta divisa.

Criseida, poi vide che partire le convenia, quale ella era dogliosa, con quella compagnia che dovea gire, sopra il caval montò, e dispettosa

con seco stessa cominciò a dire: — Ahi, crudel Giove, e Fortuna noiosa, dove me ne portate contra voglia? Perché v'aggrada tanto la mia doglia?

Voi mi togliete, crudi e dispietati, a quel piacer che più m'andava al core, e forse vi credete umiliati esser con sacrificio e con onore

alcun da me, ma voi sete ingannati: in vostro vitupero e disonore mi dorrò sempre finch'io non ritorno a riveder di Troiol il viso adorno. —

Quinci si volse disdegnosamente ver Diomede e disse: — Andianne omai, assai ci siam mostrati a questa gente, la quale omai sperar può de' suoi guai

salute, se ben mira sottilmente all'onorevol cambio che fatto hai: ché hai per una femmina renduto un sì gran re, e cotanto temuto. —

E questo detto, al caval degli sproni diè, sanza dir fuor che a' suoi addio; e ben conobbe il re e' suoi baroni lo sdegno della donna. Indi sen gio

sanza ascoltare o commiati o sermoni, o riguardare alcuno, e se n'uscio di Troia, nella qual giammai tornare più non dovea, né con Troiolo stare.

Troiolo in guisa d'una cortesia, con più compagni montò a cavallo con un falcone in pugno, e compagnia le fero infin di fuori a tutto il vallo,

e volentieri per tutta la via l'averia fatta infino al suo istallo; ma troppo discoverto saria stato, e poco senno ancora riputato.

E tra lor già venuto era Antenore dalli Greci renduto, e con gran festa ricevuto l'aveano e con onore li giovani Troiani; e benché questa

tornata fosse a Troiol dentro al core, per Criseida data, assai molesta, pur con buon viso il ricevette, e fello con Pandar cavalcar davanti ad ello.

E già essendo per accomiatarsi, egli e Criseida si fermaro alquanto, e dentro agli occhi l'un l'altro guatarsi, né ritener poté la donna il pianto,

e poscia per le man destre pigliarsi, e ver lei Troiol ancor s'accostò tanto, che, pian parlando, ella il poté udire, e disse: — Torna, non mi far morire. —

E sanza più, rivoltato il destriere, tutto tinto nel viso, a Diomede non parlò punto, e di cotal mestiere sol Diomede s'accorse, e ben vede

l'amor de' due, e dentro al suo pensiere con diversi argomenti ne fa fede; e di ciò mentre seco si pispiglia, nascosamente sé di colei piglia.

Il padre la raccolse con gran festa, come ch'a lei gravasse tale amore; ella si stava tacita e modesta, se stessa seco con grave dolore

tutta rodendo, ed in vita molesta, pure a Troiolo avendo fermo il core, che tosto si dovea permutare, e lui per nuovo amante abbandonare.

Troiolo in Troia tristo ed angoscioso, quanto fu mai nessun, se ne rivenne, e nel viso fellone e niquitoso, pria ch'al palagio suo non si ritenne;

quivi smontato, troppo più pensoso che stato fosse ancora, non sostenne che da alcun gli fosse nulla detto, ma se n'entrò in camera soletto.

Quivi al dolor ch'aveva ritenuto diè largo luogo, chiamando la morte, ed il suo ben piangeva, che perduto gli pare avere, e sì gridava forte,

che 'n forse fu di non esser sentuto da quei che 'ntorno givan per la corte; e 'n cotal pianto tutto il giorno stette, né servo né amico nol vedette.

Se 'l giorno era con doglia trapassato, non la scemò la notte già oscura, ma fu il pianto e 'l gran duol raddoppiato; così il menava la sua isciagura:

el biastemmiava il giorno che fu nato, e gli dii e le dee e la natura, il padre e chi parola conceduta avea ch'el fosse Criseida renduta.

Esso se stesso ancor maladicea, che sì l'aveva lasciata partire, e che 'l partito che preso n'avea, cioè con lei di volersi fuggire,

non l'avea fatto, e forte sen pentea, e di dolor ne voleva morire; o che almen non l'avea domandata, che forse gli saria stata donata.

E sé in qua ed ora in là volgendo, sanza luogo trovar per lo suo letto, seco diceva talora piangendo: «Che notte è questa, volendo rispetto

avere alla passata, s'io comprendo qual'ora or sia! Aguale il bianco petto, la bocca, gli occhi e 'l bel viso basciava della mia donna e stretta l'abbracciava.

Ella basciava me, e ragionando prendevam festa lieta e graziosa; or sol mi trovo, lasso, e lagrimando, in dubbio se giammai tanto gioiosa

notte deggia tornare; ora abbracciando vado il piumaccio, e la fiamma amorosa sento farsi maggiore, e la speranza farsi minor per lo duol che l'avanza.

Che farò, dunque, misero dolente? Aspetterò, pur ch'io 'l possa fare; ma se così s'attrista la mia mente nel suo partir, come perseverare

io spero di potere? Egli è niente a chi ben ama il potersi posare». Per che 'n tal guisa fece il simigliante la notte e 'l dì ch'era passato avante.

Pandar non era il dì potuto andare a lui, né alcun altro; onde il mattino venuto, tosto sel fece chiamare per poter seco alquanto il cor meschino,

parlando di Criseida, alleggiare; Pandar vi venne, e bene era indovino di ciò che quella notte fatto avea, ed ancora di ciò ch'allor volea.

— O Pandar mio, — disse Troiolo, fioco per lo gridare e per lo lungo pianto — che farò io, che l'amoroso foco sì mi comprende dentro tutto quanto,

che riposar non posso assai né poco? Che farò io, dolente, poi che tanto m'è stata la fortuna mia nemica, ch'i' ho perduta la mia dolce amica?

Io non la credo riveder giammai; così foss'i' allor caduto morto, che io da me partir ier la lasciai! o dolce bene, o caro mio diporto,

o bella donna a cui io mi donai, o dolce anima mia, o sol conforto degli occhi tristi fiumi divenuti, deh, non ve' tu ch'io muoio? Ché non m'aiuti?

Chi ti vede ora, dolce anima bella? Chi siede teco, cuor del corpo mio? Chi t'ascolta ora, chi teco favella? Oimè lasso più ch'altro, non io!

Deh, che fai tu? Or ètti punto nella mente di me, o messo m'hai in oblio per lo tuo padre vecchio ch'ora t'have, laond'io vivo in pena tanto grave?

Qual tu m'odi ora, Pandaro, cotale ho tutta notte fatto, né dormire lasciato m'ha questo amoroso male; e pur se sonno alcun nel mio languire

trovato ha luogo, niente mi vale, perché, dormendo, o sogno di fuggire, o d'esser solo in luoghi paurosi, o nelle man di nemici animosi.

E tanta noia m'è questo vedere, e sì fatto spavento m'è nel core, che vegghiar mi saria meglio e dolere; e spesse volte mi giugne un tremore

che mi riscuote e desta, e fa parere che d'alto in basso i' caggia e, desto, Amore insieme con Criseida chiamo forte, or per mercé pregando ed or per morte.

A cotal punto, qual odi, venuto misero sono, e duolmi di me stesso e del partir, più che giammai creduto io non avrei. Oh me, che io confesso

che io deggia sperare ancora aiuto, e che la bella donna ancor con esso verrà tornando; ma il cuor che l'ama non mel consente ed ognora la chiama. —

Poscia ch'egli ebbe in tal guisa gran pezza parlato e detto, Pandaro, doglioso di così grave e noiosa gramezza, disse: — Deh, dimmi, Troiol, se riposo

o fine dee aver questa tristezza, non credi tu che il colpo amoroso da altri mai che da te sia sentito, o di partenza sia stato al partito?

Ben son degli altri così innamorati come tu se', per Pallade tel giuro, e sonne ancor di quei che sventurati son più di te, men pare esser sicuro,

e non si son però del tutto dati, come tu se', a viver tanto duro; ma la lor doglia, quando troppo avanza, s'ingegnan d'alleggiar con isperanza.

E tu dovresti il simigliante fare: tu di' che ella infra 'l decimo giorno t'ha impromesso di qui ritornare; questo non è tanto lungo soggiorno,

che tu nol debbi potere aspettare sanza attristarti, e star come musorno. Come potresti sofferir l'affanno, se allontanarsi convenisse un anno?

E' sogni e le paure gitta via, in quel che son lasciali andar ne' venti; essi procedon da malinconia, e quel fanno veder che tu paventi;

solo Iddio sa il ver di quel che fia, ed i sogni e gli auguri a che le genti stolte riguardan, non montano un moco, né al futuro fanno assai o poco.

Dunque, per Dio, a te stesso perdona, lascia questo dolor cotanto fiero; fammi esta grazia, questo don mi dona, levati su, alleggia il tuo pensiero,

e de' passati ben meco ragiona, ed a' futuri il tuo animo altiero dispon, che torneranno assai di corto; dunque, sperando ben, prendi conforto.

Questa città è grande e dilettosa, ed ora è 'n triegua sì come tu sai; andianne in qualche parte graziosa di qui lontana, e quivi ti starai

con alcun d'esti re, e la noiosa vita con esso lui trapasserai, mentre che passi il termine c'ha dato la bella donna che 'l cor t'ha piagato.

Deh, fallo, i' te ne priego, leva suso non è atto magnanimo il dolersi come tu fai, ed il giacer pur giuso; e s'e tuoi modi sì stolti e diversi

fuor si sapesser, saresti confuso, e diria l'uom che tu de' tempi avversi, come codardo, e non d'amor, piangessi, o che d'essere infermo t'infingessi. —

— Oh me, chi molto perde piange assai, né 'l può conoscer chi non l'ha provato qual è quel ben che io andar lasciai; per ciò non doverei esser biasmato

s'altro che pianger non facessi mai; ma poi che tu, amico, m'hai pregato, conforterommi a tutto mio potere, in tuo servigio e per farti piacere.

Mandici Iddio il dì decimo tosto, sì ch'io mi torni lieto com'io era quando di render questa fu risposto: non fu mai rosa in dolce primavera

bella, com'io a ritornar disposto sono, come vedrò la fresca cera di quella donna ritornata in Troia, che m'è cagion di tormento e di gioia.

Ma dove potrem noi per festa andare come ragioni? Andianne a Sarpidone? E come vi potrò io dimorare? Io avrò sempre in l'animo questione

non forse questa potesse tornare anzi il dì dato per nulla cagione; ché non vorrei non esserci se viene, per quanto il mondo vale e può di bene. —

— Deh, io farò che sanza indugio, alcuno, se ella torna, fia per me venuto — rispose Pandar; — io porrò qui uno per questo sol, sì che ben fia saputo

da noi. Or fosse el già! Non c'è nessuno da cui come da me fosse voluto; sì che per questo già non lascerai; andianne là dov'ora detto m'hai. —

I due compagni nel cammino entraro, e forse dopo quattromila passi, là dove Sarpidone era, arrivaro; il quale come 'l seppe, incontro fassi

a Troiol lieto, e molto gli fu caro. Li quali, avvegna che e' fosser lassi del molto sospirar, pur lietamente festa fer grande col baron possente.

Costui, sì come quei che d'alto core era più ch'altri in ciascheduna cosa, fece a ciascun maraviglioso onore or con cacce, or con festa graziosa

di belle donne e di molto valore, con canti e suoni, e sempre con pomposa grandezza di conviti tanti e tali, che 'n Troia mai s'eran fatti eguali.

Ma che giovavan queste feste al pio Troiol che 'l core ad esse non avea? Egli era là dove spesso il disio formato nel pensier suo nel traea,

e Criseida come suo Iddio con gli occhi della mente ognor vedea, or una cosa or altra immaginando di lei, e spesso d'amor sospirando.

Ogni altra donna a veder gli era grave, quantunque fosse valorosa e bella; ogni sollazzo, ogni canto soave, noioso gli era non vedendo quella,

nelle cui mani Amor posto la chiave avea della sua vita tapinella; e tanto bene avea, quanto pensare a lei potea, lasciando ogni altro affare.

E non passava sera né mattina che con sospiri costui non chiamasse: — O luce bella, o stella mattutina. — Poi come s'ella presente ascoltasse,

mille fiate e più rosa di spina chiamandola, che ella il salutasse, pria ch'el ristesse, sempre convenia, e 'l salutar col sospirar finia.

Nessuna ora del giorno trapassava che non la nominasse mille fiate; sempre il suo nome in la bocca gli stava, e 'l suo bel viso e le parole ornate

nel cuore e nella mente figurava; le lettere da lei a lui mandate, il dì ben cento volte rileggea, tanto di rivederle gli piacea.

E' non vi furon tre dì dimorati che a Pandar Troiol cominciò a dire: — Che facciam noi qui più? Siam noi legati a dovere qui vivere e morire?

Aspettiam noi d'essere accomiatati? A dirti il vero, i' me ne vorre' ire. Deh, andianne, per Dio, assai siam suti con Sarpidone e volentier veduti. —

Pandaro a lui: — Or siam noi per lo foco venuti qui, o è 'l decimo giorno venuto? Ancor deh, temperati un poco, ché l'andarne ora parria uno scorno.

Dove n'andrai tu ora ed in qual loco nel qual tu facci più lieto soggiorno? Deh, stiamo ancor due dì, poi ce n'andremo, e, se vorrai, a casa torneremo. —

Come che Troiol contra voglia stesse, pur si rimase ne' pensieri usati, né valea perché Pandar gliel dicesse, ma dopo il quinto dì accomiatati

quantunque a Sarpidon ciò non piacesse, ver le lor case si son ritornati, dicendo Troiol nel cammino: — Oh Dio, troverò io tornato l'amor mio? —

Ma Pandar seco diceva altrimente, come colui che conosceva intera la 'ntenzion di Calcàs, pur pianamente: «Questa tua voglia sì focosa e fiera

si potrà raffreddar, s'el non mi mente ciò ch'io udii infin quand'ella c'era; ed il decimo giorno e 'l mese e l'anno, pria la riveggi, credo passeranno».

Poi che furono a casa ritornati, intramendue in camera n'andaro, ed a seder si furono assettati, e di Criseida molto ragionaro,

sanza dar sosta Troiol agl'infiammati sospir; ma dopo alquanto si levaro, Troiol dicendo: — Andiamo, e sì vedremo la casa almen, poi ch'altro non potemo. —

E questo detto, il suo Pandaro prese per mano, e 'l viso alquanto si dipinse con falso riso, e del palagio scese, e varie cagion con gli altri finse

ch'eran con lui, per nasconder l'offese ch'el sentiva d'amor; ma poi ch'attinse con gli occhi di Criseida la magione chiusa, sentì novella turbagione.

E' parve che il cor gli si schiantasse, poi veduta ebbe la porta serrata e le finestre; e tanto di sé 'l trasse la passion novellamente nata,

ch'el non sapea se stesse o se andasse, e nella faccia sua tutta cambiata n'averia dato segno manifesto a chi l'avesse riguardato presto.

Con Pandar poi come potea doglioso della sua nuova angoscia ragionava; poi dicea: — Lasso, quanto luminoso eri luogo e piacevol, quando stava

in te quella biltà che 'l mio riposo dentro degli occhi suoi tutto portava; or se' rimaso oscuro sanza lei, né so se mai riaverla ti dei. —

Quando sol gia per Troia cavalcando, ciaschedun luogo gli tornava a mente; de' quai con seco giva ragionando: «Quivi rider la vidi lietamente,

quivi la vidi verso me guardando, quivi mi salutò benignamente, quivi far festa e quivi star pensosa, quivi la vidi a' miei sospir pietosa.

Colà istava, quand'ella mi prese con gli occhi belli e vaghi con amore; colà istava, quand'ella m'accese con un sospir di maggior fuoco il core;

colà istava, quando condiscese al mio piacere il donnesco valore; colà la vidi altera, e là umile mi si mostrò la mia donna gentile».

Poi ciò pensando, giva soggiugnendo: «Lunga hai fatta di me, Amor, la storia, s'io non mi voglio a me gir nascondendo, e 'l ver ben mi ridice la memoria:

dove ch'io vada o stea, s'io bene intendo, ben mille segni della tua vittoria discerno, c'hai avuta trionfante di me, che schernii già ciascuno amante.

Ben hai la tua ingiuria vendicata, signor possente e molto da temere; ma poi ch'a te servir l'alma s'è data tutta, sì come chiaro puoi vedere,

non la lasciar morire sconsolata; ritornala nel suo primo piacere, stringi Criseida sì come fai, sì chella torni a dar fine a' miei guai».

El se ne gia talvolta in sulla porta per la quale era la sua donna uscita: «Di quinci uscì colei che mi conforta, di quinci uscì la mia soave vita;

fino a quel loco le feci la scorta, e quivi da lei feci dipartita, e quivi, lasso, le toccai la mano» seco dicea, seguendo a mano a mano.

«Quindi n'andasti, cuor del corpo mio; quando sarà che tu quindi ritorni, caro mio bene e dolce mio disio? Certo io non so, ma questi dieci giorni

più che mille anni fien! Deh, vedrotti io giammai tornar con li tuoi atti adorni, a rallegrarmi sì com'hai promesso? Deh, fia el mai? Deh, or foss'egli adesso!».

Egli pareva a se stesso nel viso esser men che l'usato colorito, e per questo faceva un suo avviso d'esser talvolta dimostrato a dito,

quasi dicesser: «Perché sì conquiso è divenuto Troiolo e smarrito?». Color che 'l dimostrassono, e non era ma sospica chi sa la cosa vera.

Per che gli piacque di mostrare in versi chi ne fosse cagione, e sospirando, quando era assai stanco di dolersi, alcuna sosta quasi al dolor dando,

mentre aspettava nelli tempi avversi, con bassa voce si giva cantando e ricreando l'anima conquisa dal soperchio d'amore, in cotal guisa:

— La dolce vista e 'l bel guardo soave de' più begli occhi che si vider mai, ch'i' ho perduti, fan parer sì grave la vita mia, ch'io vo traendo guai;

ed a tal punto già condotto m'have, che 'nvece di sospir leggiadri e gai, ch'aver solea, disii porto di morte per la partenza, sì me ne duol forte.

Oh me, Amor, perché nel primo passo non mi feristi sì ch'io fossi morto? Perché non dipartisti da me, lasso, lo spirito angoscioso che io porto,

per ciò che d'alto mi veggio ora in basso? Non è, Amore, al mio dolor conforto fuor che 'l morir, trovandomi partuto da quei begli occhi ov'io t'ho già veduto.

Quando per gentil atto di salute, ver bella donna giro gli occhi alquanto, sì tutta si disfà la mia virtute, che ritener non posso dentro il pianto;

così mi fan l'amorose ferute membrando la mia donna a cui son tanto, oh lasso me, lontano a veder lei, che se 'l volesse Amor, morir vorrei.

Poi che la mia ventura è tanto cruda che ciò che gli occhi incontra più m'attrista, per Dio, Amor, che la tua man li chiuda, poi c'ho perduta l'amorosa vista;

lascia di me, Amor, la carne ignuda, ché, quando vita per morte s'acquista, gioioso dovria essere il morire e sai ben dove l'alma ne dee gire.

Ella n'andrà in quelle belle braccia donde ha fortuna rea 'l corpo gittato; non vedi tu che già nella mia faccia io son del color suo, Amor, segnato?

Vedi l'angoscia che da me la caccia, trannela tu, e nel seno più amato da lei la porta, ov'ella attende pace, ché già ogni altra cosa le dispiace. —

Poi ch'egli avea cantando così detto, al sospirare antico si tornava, il dì andando, e la notte nel letto, di Criseida sua sempre pensava,

né d'altro quasi prendea diletto; e' dì passati spesso annoverava, non credendo giammai giungere a' dieci, ch'a lui tornasse Criseida da' Greci.

Li giorni grandi e le notti maggiori oltre all'usato modo gli parieno; el misurava dalli primi albori infino allor che le stelle apparieno;

e dicea 'l sole entrato in nuovi errori, né i cavai come già fer corrieno; della notte diceva il simigliante, e l'una, due, diceva tutte quante.

Era la vecchia luna già cornuta nel partir di Criseida, ed el l'avea, da lei uscendo in sul mattin, veduta; per che sovente con seco dicea:

«Allor che questa sarà divenuta colle sue nuove corna, qual facea quando sen gì la nostra donna, fia tornata qui allor l'anima mia».

El riguardava li Greci attendati davanti a Troia, e come già turbarsi, vedendoli, solea, così mirati con diletto eran; e ciò che soffiarsi

sentia nel viso, sì come mandati sospiri da Criseida, solea darsi a creder fosser, dicendo sovente: O qua o quivi è mia donna piacente. —

In cotal guisa e 'n altri modi assai, il tempo sospirando trapassava; e con lui Pandaro era sempre mai, che a ciò far sovente il confortava,

ed in ragionamenti lieti e gai, a suo poter, di trarlo s'ingegnava, donando a lui ognor buona speranza della sua vaga e valorosa amanza.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
PARTE QUINTA · Giovanni Boccaccio · Poetry Cove