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1313–1375

PARTE QUARTA

Giovanni Boccaccio

Tenendo i Greci la cittade stretta con forte assedio, Ettòr, nelle cui mani era tutta la guerra, fé seletta de' suoi amici e ancora de' Troiani,

e valoroso con sua gente eletta incontro a' Greci uscì ne' campi piani come più altre volte fatto avea, con vari accidenti alla mislea.

Vennergli i Greci incontro, e con battaglia dura quel giorno consumaron tutto; ma de' Troiani alfine la puntaglia non resse bene, onde opportuno al tutto

fu il fuggir con danno e con travaglia, e molti ne moriro in doglia e lutto, ed assai ve ne furon per prigioni, nobili re ed altri gran baroni.

Tra li quai fu 'l magnifico Antenore, Polidamàs, suo figlio, e Menesteo, Santippo, Sarpidon, Polinestore, Polite ancora ed il troian Rifeo,

e molti più cui la virtù d'Ettore, nel partirsi, riscuoter non poteo; sì che gran pianto e cruccio fu in Troia, e quasi annunzio di vie piggior noia.

Chiese Priamo triegua e fugli data, e cominciossi a trattare in fra loro di permutar prigioni quella fiata, e per li sopra più di donare oro.

Il che Calcàs sentendo, con cambiata faccia si mise e con pianto sonoro infra li Greci, e per lo gridar fioco pure impetrò che l'udissero un poco.

— Signor miei — cominciò Calcàs — io fui troian, sì come voi tutti sapete, e se ben vi ricorda, io son colui il qual primiero a quel per che ci sete

recai speranza, e dissivi che vui a termine dovuto l'otterrete, cioè vittoria della vostra impresa, e Troia fia per voi disfatta e 'ncesa.

L'ordine e 'l modo ancora da tenere in ciò sapete, ch'io v'ho dimostrato; e perché tutte venissero intere le voglie vostre nel tempo spiegato,

sanza fidarmi in alcun messaggiere, o in libello aperto o suggellato, a voi, com'egli appar, ne son venuto per darvi in ciò e consiglio ed aiuto.

Il che volendo far, fu opportuno che con ingegno e molto occultamente, sanza ciò fare assentire a nessuno, io mi partissi, e fello, di presente

che 'l chiaro giorno fu tornato bruno, me n'uscii fuori, e qui tacitamente ne venni, e nulla meco ne recai, ma ciò ch'aveva tutto vi lasciai.

Di ciò nel ver poco o nulla mi curo, fuor d'una mia figliuola giovinetta ch'io vi lasciai; oh me, padre duro e rigido ch'io fui, costei soletta

menata n'avess'io qui nel sicuro! Ma nol sofferse la tema e la fretta: questo mi duol di ciò ch'io lasciai 'n Troia, questo mi toglie ed allegrezza e gioia.

Né tempo ancor di richieder poterla veduto ci ho, però taciuto sono, ma ora è tempo di potere averla, se da voi posso impetrar questo dono;

e s'or non s'ha, giammai di rivederla più non ispererò, e 'n abbandono la vita mia omai lascerò gire, sanza curar più 'l viver che 'l morire.

Qui son con voi di nobili baroni troiani, ed altri assai, cui voi cambiate con gli avversarii pe' vostri prigioni; un sol de' molti a me me ne donate,

in luogo delle cui redenzioni io riabbia mia figlia: consolate, per Dio, signor, questo vecchio cattivo, che d'ogni altro sollazzo è voto e privo.

Né d'aver or per li prigion vaghezza vi tragga, ch'io vi giuro per Iddio, ch'ogni troiana forza, ogni ricchezza è nelle vostre man per certo; e s'io

non me ne inganno, tosto la prodezza fallerà di colui che al disio di tutti voi tien serrate le porte, come apparrà per violenta morte. —

Questo dicendo il vecchio sacerdote, umile nel parlare e nell'aspetto, sempre rigava di pianto le gote, e la canuta barba e 'l duro petto

tutto bagnato avea; né furon vote le sue preghiere di pietoso effetto; ché, lui tacendo, i Greci con romore tutti gridaron: — Diaglisi Antenore. —

Così fu fatto, e Calcàs fu contento, e la bisogna impose a' trattatori, li quali al re Priamo il suo talento dissero, ed a' figliuoli ed a' signori

ch'ancora v'erano, onde un parlamento di ciò si tenne, ed agli ambasciatori risposer brieve se gli addomandati rendesser loro, i lor fosser donati.

Troiolo al domandare era presente che fero i Greci, e Criseida udendo richieder, dentro al cor subitamente per tutto si sentì ir trafiggendo

e d'una doglia sì acutamente, che morir si credette ivi sedendo; ma con fatica pur dentro ritenne l'amore e 'l pianto, come si convenne.

E pien d'angoscia e di fiera paura, quel che fosse risposto ad aspettare incominciò, con non usata cura seco volvendo quel ch'avesse a fare,

se tanta fosse la sua isciagura che tra' fratei sentisse dilibrare che a Calcàs Criseida si rendesse, come sturbarlo del tutto potesse.

Amore il facea pronto ad ogni cosa doversi opporre, ma d'altra parte era ragion che 'l contrastava, e che dubbiosa faceva molto quella impresa altiera,

non forse di ciò fosse corrucciosa Criseida per vergogna: e 'n tal manera, volendo e non volendo or questo or quello, intra due stava il timido donzello.

Mentre che egli in cotal guisa stava sospeso, molte cose ragionate fur tra' baron, di quel che bisognava ora al presente per le cose state,

e, com'è detto, a chi quelle aspettava fur le risposte interamente date, e che fosse Criseida renduta che mai non v'era stata sostenuta.

Qual poscia ch'è dall'aratro intaccato ne' campi il giglio, per soverchio sole casca ed appassa, e 'l bel color cangiato pallido fassi, tale alle parole

rendute a' Greci del diterminato consiglio infra' Troiani, 'n tanta mole di danno e di periglio, tramortito lì cadde Troiol d'alto duol ferito.

Il qual Priamo prese infra le braccia, ed Ettore e' fratei, temendo forte dell'accidente, e ciascun si procaccia di confortarlo, e le sue forze morte,

ora i polsi fregando ed or la faccia bagnandogli sovente, come accorte persone, s'ingegnavan rivocare, ma poco ancor valeva l'adoprare.

Esso giacea fra' suoi disteso e vinto ed un poco di spirto ancor avea, e 'l viso suo pallido e smorto e tinto era tututto, e più morta parea

che viva cosa, di pietà dipinto in guisa tal, ch'ognun pianger facea; sì grieve fu l'alto tuon che l'offese, quando di render Criseida intese.

Ma poi che la sua anima dolente, per lungo spazio, pria che ritornasse, vagata fu, ritornò chetamente; ond'esso, quale alcun che si svegliasse

stordito tutto, in piè subitamente si levò su, e pria che 'l domandasse alcun che fosse ciò ch'avea sentito, altro fingendo, da lor s'è partito.

E verso il suo palagio se ne gio, sanza ascoltare o volgersi ad alcuno, e tal qual era sospiroso e pio, sanza voler compagnia di nessuno,

nella camera ginne, e che disio di riposarsi avea, disse; onde ognuno, amico e servitor quantunque caro, n'uscì, ma pria le finestre serraro.

A quel che segue, vaga donna, appresso, non curo guari se non se' presente, perciocché 'l mio ingegno da se stesso, se la memoria debol non gli mente,

saprà 'l grave dolor, dal quale oppresso per la partenza tua tristo si sente, ben raccontar sanza alcun tuo soccorso, che se' cagion di sì amaro morso.

Io ho infino a qui lieto cantato il ben che Troiol sentì per amore, come che di sospir fosse mischiato; or di letizia volgere in dolore

convienmi; per che, se da te 'scoltato non son, non curo, che a forza il core ti cangerà, faccendoti pietosa della mia vita più ch'altra dogliosa.

Ma se pur viene a' tuoi orecchi mai, priegoti, per l'amore il qual ti porto, che abbi alcun rispetto alli miei guai, e ritornando mi rendi il conforto

il qual col tuo partir levato m'hai: e se discaro t'è trovarmi morto, ritorna tosto, ché poca è la vita, la qual lasciata m'ha la tua partita.

Rimaso adunque Troiolo soletto nella camera sua serrata e scura, e sanza aver di nessun uom sospetto, o di potere udito esser paura,

il raccolto dolor nel tristo petto per la venuta subita sventura cominciò ad aprire in tal maniera, ch'uom non parea, ma arrabbiata fera.

Né altrimenti il toro va saltando or qua or là, da poi c'ha ricevuto il mortal colpo, e misero mugghiando conoscer fa qual duolo ha conceputo,

che Troiolo facesse, nabissando se stesso, e percotendo dissoluto il capo al muro e con le man la faccia, con pugni il petto e le dolenti braccia.

Li miseri occhi per pietà del core forte piangean, e parean due fontane ch'acqua gittassero abbondevol fore; gli alti singhiozzi del pianto alle vane

parole ancor toglievano il valore, le quali ancor delle passate strane null'altro fuor che morte gian chiedendo, gl'iddii e sé biastemmiando e schernendo.

Ma poi che la gran furia diede loco, e per lunghezza temperossi il pianto, Troiolo acceso nel dolente foco, sopra il suo letto si gittò alquanto,

non ristando però molto né poco di pianger forte e di sospirar tanto, che 'l capo e 'l petto appena gli bastava a tanta noia quanta si donava.

Poi poco appresso cominciò a dire seco nel pianto: — O misera Fortuna, che t'ho io fatto, ch'ad ogni disire mio sì t'oppon? Non hai tu più alcuna

altra faccenda fuor che 'l mio languire? Perché sì tosto hai voltata la bruna faccia ver me, che già t'amava assai più ch'altro iddio, come tu crudel sai?

Se la mia vita lieta e graziosa ti dispiacea, perché non abbattevi tu la superbia d'Ilion pomposa? Perché il padre mio non mi toglievi?

ché non Ettòr, nel cui valor si posa ogni speranza in questi tempi grievi? Perché non ten portavi Polissena? Deh, perché non Parìs con tutta Elena?

Se a me fosse Criseida sola rimasa, di niuno altro gran danno non curerei, né ne farei parola, ma li tuoi strai dirittamente vanno

sempre alle cose donde s'ha più gola: per mostrar più la forza del tuo 'nganno, tu te ne porti tutto il mio conforto: deh, ora avessi tu 'nnanzi me morto!

Oh me, Amor, signor dolce e piacente, il qual sai ciò che nell'anima giace, come farà la mia vita dolente, s'io perdo questo ben, questa mia pace?

Oh me, Amor soave che la mente mi consolasti già, signor verace, che farò io se m'è tolta costei, a cui per tuo voler tutto mi diei?

Io piangerò e sempre doloroso starò dove ch'io sia, mentre la vita mi durerà 'n questo corpo angoscioso! O anima tapina ed ismarrita,

ché non ti fuggi dal più sventuroso corpo che viva? O anima invilita, esci del core e Criseida segui. Perché nol fai? Perché non ti dilegui?

O dolenti occhi il cui conforto tutto di Criseida nostra era nel viso, che farete? Oramai in tristo lutto sempre starete, poi da voi diviso

sarà, e 'l valor vostro fia distrutto dal vostro lagrimar vinto e conquiso. Invano omai vedrete altra virtute, se el v'è tolta la vostra salute.

O Criseida mia, o dolce bene dell'anima dolente che ti chiama, chi darà più conforto alle mie pene? Chi porrà 'n pace l'amorosa brama?

Se tu ten vai, oh me, morir convene a colui, lasso, che più che sé t'ama; ed io morrò sanza averlo mertato, de' dispietati iddii sia il peccato.

Deh, or si fosse questo tuo partire tanto indugiato ch'apparato avessi per lunga usanza, lasso, il sofferire! Io non vo' dir che io non m'opponessi,

a mio potere, a non lasciarti gire, ma se pur ciò addivenir vedessi, per lunga usanza mi parria soave la tua partenza ch'or mi par sì grave.

O vecchio malvissuto, o vecchio insano, qual fantasia ti mosse, quale sdegno, a gire a' Greci, essendo tu troiano? Era onorato in tutto il nostro regno

più di te nullo regnicola o strano? O iniquo consiglio, o petto pregno di tradimenti, d'inganni e di noia, or t'avess'io qual io vorrei in Troia!

Or fostù morto il dì che tu ci uscisti, or fostù morto a piè de' Greci allora che tu la bocca primamente apristi a richieder colei che m'innamora!

Oh quanto al mondo mal per me venisti! Tu se' cagion del dolor che m'accora; la lancia che passò Protesilao t'avesse nel cor fitta Menelao!

S' tu fossi morto i' viverei per certo, ché chi cercar Criseida non sarebbe; s'tu fossi morto i' non sarei diserto, da me Criseida non si partirebbe;

s'tu fossi morto, i' veggio assai aperto, quel che mi duole agual non mi dorrebbe. Dunque la vita tua è di mia morte trista cagione, e di dogliosa sorte. —

Mille sospiri più che fuoco ardenti uscivan fuor dell'amoroso petto, misti con pianto e con detti dolenti, sanza dar l'una all'altro alcun rispetto;

e sì vinto l'avien questi lamenti che più non potea oltre il giovinetto, ond'el s'addormentò; ma non dormio guari di tempo che si risentio.

E sospirando, in piè si fu levato, ginne alla porta che serrata avea, e quella aperse, e ad un suo privato valletto disse: — Fa che tu non stea:

subitamente Pandaro chiamato, fa ch'a me vegna. — E quindi si togliea al buio della camera, doglioso, pien di pensieri e tutto sonnacchioso.

Pandaro venne, e già avea sentito ciò che chiedean li Greci ambasciatori, e come aveano ancora per partito preso di render Criseida i signori;

di che nel viso tutto sbigottito, di Troiol seco pensando i dolori, nella camera entrò oscura e cheta, né sa che dir parola o trista o lieta.

Troiolo, tosto che veduto l'ebbe gli corse al collo sì forte piangendo, che bene raccontarlo uom non potrebbe. Il che 'l dolente Pandaro sentendo,

a pianger cominciò, sì gliene 'ncrebbe, e 'n cotal guisa, null'altro faccendo che pianger forte, dimoraro alquanto, sanza parlar nessuno o tanto o quanto.

Ma poi che Troiolo ebbe presa lena, pria cominciò: — O Pandaro i' son morto, la mia letizia s'è voltata in pena, misero me, e 'l mio dolce conforto.

Fortuna insidiosa se ne 'l mena, e con lui 'nsieme il sollazzo e 'l diporto. Hai tu sentito ancor come ne sia da' Greci tolta Criseida mia? —

Pandaro, il qual non men forte piangea rispose: — Sì, così non fosse 'l vero! oimè lasso, ch'io non mi credea che questo tempo sì dolce e sincero

mancasse così tosto, né potea meco vedere ch'al tuo bene intero potesse nuocer fuor che palesarsi; or veggio i nostri avvisi tutti scarsi.

Ma tu perché tanta angoscia ti dai? Perché tanto dolor e tal tormento? Ciò che disideravi avuto l'hai, esser dovresti sol di ciò contento;

lasciagli a me e questi e gli altri guai, c'ho sempre amato, e mai un guatamento non ebbi da colei che mi disface, e che potrebbe sola darmi pace.

Ed oltre a ciò, questa città si vede piena di belle donne e graziose, e, se 'l ben ch'io ti vo' merita fede, nulla ce n'è, quai vuoi le più vezzose,

ch'a grado non le sia aver mercede di te, se tu per lei in amorose pene entrerai; però se noi perdemo costei, molte altre ne ritroveremo.

E come io udii già sovente dire il nuovo amor sempre caccia l'antico, nuovo piacere il presente martire torrà da te, se tu fai ciò ch'io dico.

Dunque non vuogli per costei morire, né vuogli di te stesso esser nemico; cre' tu per pianto forse riaverla, o ch'ella non sen vada ritenerla? —

Troiolo, udendo Pandaro, più forte a pianger cominciò, dicendo appresso: — Io priego Iddio che mi mandi la morte prima che io commetta un tale eccesso;

come che belle, leggiadre ed accorte sian l'altre donne, ed io il ti confesso, nulla cen fu mai simile a costei a cui son dato, e tutto son di lei.

Da' suoi begli occhi mosser le faville che del foco amoroso m'infiammaro; queste pe' miei passando a mille a mille, soavemente amor seco menaro

dentro dal cor, nel quale esso sortille come gli piacque, e quivi incominciaro primiere il foco, il cui sommo fervore cagione è stato d'ogni mio valore.

Il qual perch'io volessi, che non voglio, spegner non potrei mai, tant'è possente, e se più fosse ancor non me ne doglio, stesse Criseida nosco solamente;

del cui partir, non dell'amor, cordoglio l'anima innamorata dentro sente; né altra c'è, non dispiaccia a nessuna, ch'agguagliar le si possa in cosa alcuna.

Dunque come potrebbe Amor giammai, o d'alcuno i conforti, il mio disio volgere ad altra donna? I' ho assai a sostener d'angoscia nel cor mio,

ma troppo più fino agli stremi guai ve ne riceverei, prima che io in altra donna l'animo ponessi; Amore e Dio e 'l mondo questo cessi.

E la morte e 'l sepolcro dipartire questo mio fermo amor soli potranno, che che di ciò mi si deggia seguire; questi con lui la mia alma merranno

giù nello 'nferno all'ultimo martire; quivi insieme Criseida piangeranno, di cui sempre sarò dove ch'io sia, se' per morire, amor non se n'oblia.

Dunque, per Dio, il ragionar di questo, Pandaro, cessa, ch'altra donna vegna nel cor, dov'io in suo abito onesto Criseida tegno come certa insegna

de' miei piacer, quantunque ora molesto sia alla mente, ch'al suo mal s'ingegna, il suo partir del qual fra noi si parla, ch'ancor di quinci non veggiam mutarla.

Ma tu favelli divisatamente, quasi ragioni che men pena sia il perder che il non aver niente avuto mai; ell'è chiara follia,

Pandaro, sieti questo nella mente: ch'ogni dolor trapassa quel che ria fortuna adduce a chi stato è felice, e partesi dal ver chi altro dice.

Ma dimmi, se del mio amor ti cale, poscia che el ti par così leggero il permutare amore come aguale mi ragionavi, tu perché sentiero

non hai mutato, poi che tanto male di te si porta il tuo amor severo? perché non hai altra donna seguita, ch'avesse in pace posta la tua vita?

Se tu che viver suoi d'amor cruccioso, non l'hai in altro potuto mutare, io, che con lui vivea lieto e gioioso, come 'l potrò da me così cacciare,

come ragioni, perché angoscioso caso subitamente soprastare ora mi veggia? Io son per altra guisa preso, che la tua mente non divisa.

Credimi, Pandar, credimi ch'amore quando s'apprende per sommo piacere nell'anima d'alcun, cacciarnel fore non si può mai, ma puonne ben cadere

in processo di tempo, se dolore, o morte, o povertà, o non vedere la cosa amata ne gli son cagione, com'egli avvenne già a più persone.

Che farò dunque, lasso sventurato, s'io Criseida perdo in tal maniera che l'ho perduta? Perciocché cambiato a lei è Antenore. Oh me, ch'el m'era

la morte meglio, o non esser mai nato! Deh, che farò? Il mio cor si dispera, deh, morte, vieni a me che t'addomando, deh, vien, non mi lasciar languire amando.

Morte, tu mi sarai tanto soave, quant'è la vita a chi lieta la mena: già l'orrido tuo aspetto non m'è grave, dunque vieni e finisci la mia pena;

deh, non tardar, ché questo foco m'have incesa già sì ciascheduna vena, che rifrigero il tuo colpo mi fia; deh, vieni omai che 'l cor pur te disia.

Uccidimi, per Dio, non consentire ch'io viva tanto in questo mondo, ch'io il cuor del corpo mi veggia partire: deh, fallo, morte, i' ten priego per Dio,

ch'assai mi dorrà quel più che 'l morire: contenta in questa parte il mio disio; tu n'uccidi ben tanti oltre al volere, che ben puoi fare a me questo piacere. —

Così piangendo si rammaricava Troiolo, e Pandar piangea similmente, e nondimen sovente il confortava quanto poteva il più pietosamente;

ma tal conforto niente non giovava, anzi cresceva continuamente il pianto doloroso ed il tormento, tant'era di cotal cosa scontento.

A cui Pandaro disse: — Amico caro, se non t'aggradan gli argomenti miei, ed ètti tanto quanto par discaro il dipartir futuro di costei,

perché non prendi, in quel che puoi, riparo alla tua vita, e va rapisci lei? Parìs andò in Grecia e menonne Elena, il fior di tutte l'altre donne,

e tu in Troia tua non ardirai di rapire una donna che ti piaccia? Tu farai questo se me crederai; caccia via il dolor, caccial via, caccia

l'angoscia tua e li dolenti guai, rasciuga il tristo pianto della faccia, e l'animo tuo grande ora dimostra oprando sì che Criseida sia nostra. —

Troiolo allora a Pandaro rispose: — Ben veggio, amico, ch'ogni ingegno poni per levar via le mie pene angosciose; io ho pensato ciò che tu ragioni,

e divisate ancor molte altre cose, come ch'io pianga e tutto m'abbandoni nel dolore ch'avanza ogni mia possa, sì grieve è stata la sua gran percossa.

Né m'ha però da consiglio dovuto potuto tor nel mio fervente amore, anzi pensando ho con meco veduto che 'l tempo non concede tale errore.

Se ciaschedun de' nostri rivenuto quiritto fosse, ed ancora Antenore, di romper fede i' non mi curerei, fosse ciò che potesse, anzi il farei.

Poi temo di turbar con violenta rapina il suo onore e la sua fama, né so ben s'ella ne fosse contenta, ed io pur so che ella molto m'ama;

per ch'a prender partito non s'attenta il cor, che d'una parte questo brama, e d'altra teme di non dispiacere, ché non piacendo, non la vorre' avere.

Pensato ancora avea di domandarla di grazia al padre mio che la mi desse, poi penso questo fora un accusarla e far palese le cose commesse,

né spero ancora ch'el dovesse darla, sì per non romper le cose promesse, sì perché la direbbe diseguale a me, al qual vuol dar donna reale.

Così piangendo, in amorosa erranza dimoro, lasso, e non so che mi fare, perocché il valor se pure avanza forte d'amor, il mio sento mancare,

e d'ogni parte fugge la speranza, e crescon le cagion del tormentare. Vorrei io esser morto il giorno ch'io prima m'accesi in sì fatto disio. —

Pandaro disse allora: — Tu farai come ti piacerà, ma s'io acceso fossi come tu mostri essere assai, quantunque fosse grave questo peso,

avendo la potenza che tu hai, se non mi fosse per forza difeso, di portarla farei il mio potere, a cui ch'el si dovesse dispiacere.

Non guarda amor cotanto sottilmente, quanto par che tu facci, quando cuoce ben da dover la 'nnamorata mente; il qual se quanto di' fiero ti nuoce,

seguita il suo volere, e virilmente t'opponi a questo tormento feroce, e vogli innanzi esser ripreso alquanto, che con martir morire in tristo pianto.

Tu non hai a rapir donna che sia dal tuo voler lontana, ma è tale, che di ciò che farai, contenta fia, e se di ciò seguisse troppo male,

o biasimo di te, tu hai la via di riuscirne tosto, ch'è cotale: renderla indietro. La Fortuna aiuta chiunque ardisce e' timidi rifiuta.

E se pur questa cosa a lei gravasse, in brieve tempo ne riavrai pace, ben ch'io non credo ch'ella sen crucciasse, tanto l'amor che le porti le piace.

Della sua fama, perch'ella mancasse, a dirti il ver, men grava e men dispiace: passisene ella come fa Elena, pur ch'ella faccia la tua voglia piena.

Adunque piglia ardir, sii valoroso, amor promessa non cura né fede; mostrati un poco al presente animoso, abbi di te medesimo mercede;

io sarò teco in ciascun periglioso caso, cotanto quanto mi concede il poter mio. Presumi pur di fare, gl'iddii ci avranno poscia ad aiutare. —

Troiolo il detto molto bene intese di Pandaro, e rispose: — Io son contento, ma s'elle fosser mille volte accese le fiamme mie, e maggio il mio tormento

che el non è, alla donna cortese, per soddisfarmi, un picciol gravamento io non farei, prima vorrei morire; però da lei il vo' prima sentire. —

— Dunque leviamci quinci e più non stiamo; lavati il viso, e ritorniamo a corte, e sotto il riso il dolore occultiamo; di nulla ancor si son le genti accorte,

che, stando qui, maravigliar facciamo ciascun che 'l sa; or fa che tu sii forte in ben celare, ed io terrò manera che con Criseida parlerai stasera. —

La fama velocissima, la quale il falso e 'l vero ugualmente rapporta, era volata con prestissime ale per tutta Troia, e con parola scorta

narrato aveva chente fosse e quale l'ambasciata de' Greci stata porta, e che Criseida data dal signore alli Greci era in cambio d'Antenore.

La qual novella sì come l'udio Criseida, che già non si curava del padre più: «Oh me, tristo il cor mio!» disse fra sé. E forte le noiava

come a colei ch'avea volto il disio a Troiolo il quale più ch'altro amava. E per paura ciò ch'udia contarne non fosse ver, non ardia dimandarne.

Ma come noi veggiamo ch'egli avviene, che l'una donna l'altra a visitare ne' casi nuovi va se le vuol bene, così sen venner molte a dimorare

con Criseida il giorno, tutte piene di pietosa allegrezza, ed a contare le cominciaron per ordine il fatto com'ella era renduta, e con che patto.

Diceva l'una: — Certo assai mi piace che tu torni al tuo padre e sii con lui. — L'altra diceva: — E a me, ma mi spiace vederla dipartir quinci da nui. —

L'altra diceva: — Ella potrà la pace nostra ordinare e far con esso lui, il qual sapete, come avemo udito, che prender fa qual vuol d'ogni partito. —

Questi e molti altri parlar femminili, quasi quivi non fosse, udiva quella sanza risponder, tenendoli vili; né poteva celar la faccia bella

gli alti pensier ch'avea d'amor gentili, venuti in lei per l'udita novella. Il corpo era qui e l'anima era altrove, cercando Troiol sanza saper dove.

E queste donne che far le credieno consolazione stando, sommamente parlando seco assai le dispiacieno, com'a colei che sentia nella mente

tutt'altra passion che non credieno color che v'erano, ed assai sovente donnescamente accomiatava quelle, tal voglia avea di rimaner sanz'elle.

Né potea ritenere alcun sospiro, e tal fiata alcuna lagrimetta cadendo, dava segno del martiro nel qual l'anima sua era costretta;

ma quelle stolte che le facean giro, credevan per pietà la giovinetta far ciò, ch'avesse d'abbandonar esse, le quali esser solean sue compagnesse.

E ciascuna voleva confortarla pur sopra quello ch'a lei non dolea; parole assai dicean da consolarla per la partenza la qual far dovea

da lor, né erano altro che grattarla nelle calcagne, ove il capo prudea; ché ella di lor niente si curava, ma di Troiolo solo il qual lasciava.

Ma dopo molto cinguettare invano, come fanno le più, s'accomiataro e girsen via, ed ella a mano a mano vinta e sospinta dal dolore amaro,

nella camera sua piangendo piano se n'entrò dentro, e sanza dar riparo con consiglio nessuno al suo gran male, tal pianger fé che mai non si fé tale.

Erasi la dolente in sul suo letto stesa gittata, piangendo sì forte, che dir non si poria; e 'l bianco petto spesso batteasi, chiamando la morte

che l'uccidesse, poi che 'l suo diletto lasciar le convenia per dura sorte, e' biondi crin tirandosi rompea, e mille volte ognor morte chiedea.

Ella diceva: — Lassa sventurata, misera me dolente, ove vo io? Oh, trista me, che 'n mal punto fui nata, dove ti lascio, dolce l'amor mio?

Deh, or foss'io nel nascere affogata, o non t'avessi, dolce mio disio, veduto mai, poi che sì ria ventura e me a te, e te a me or fura.

Che farò io, dogliosa la mia vita, allor che più non ti potrò vedere? Che farò io da te, Troiol, partita? Certo io non credo mai mangiar né bere,

e se per sé non sen va la smarrita anima fuor del corpo, a mio potere la caccerò con fame, perch'io veggio che sempre omai andrò di male in peggio.

Or vedova sarò io daddovero, poi che da te dipartir mi conviene, cuor del mio corpo, e 'l vestimento nero ver testimonio fia delle mie pene.

Oimè lassa, che duro pensiero è quello in che la partenza mi tiene! Oh me, come potrò io sofferire, Troiol, vedermi da te dipartire?

Come potrò io sanza anima stare? Ella si rimarrà qui per lo certo col nostro amore e teco a lamentare il partir doloroso, che per merto

di tanto buon amor ci convien fare. Oh me, Troiol mio, or fia el sofferto da te vedermi gir? Ché non t'ingegni, per amore o per forza mi ritegni?

Io me n'andrò, né so se fia giammai ch'io ti riveggia, dolce mio amore, ma tu che tanto m'ami, che farai? deh, potrai tu sostenere il dolore?

Io già nol sosterrò, io so che guai soverchi mi faran crepare il core. Deh, or fosse pur tosto, perché poscia io sarei fuor di questa grave angoscia.

O padre mio, iniquo e disleale alla patria tua, sia tristo il punto che nel petto ti venne sì gran male qual fu volere a' Greci esser congiunto,

e li Troian lasciar! Nell'infernale valle fostù, volesse Dio, defunto, iniquo vecchio, che negli ultimi anni della tua vita, hai fatti tali inganni!

Oimè lassa, trista e dolorosa, ch'a me convien portar la penitenza del tuo peccato! Cotanto noiosa vita non meritai per mia fallenza.

O verità del ciel, luce pietosa, come sofferi tu cotal sentenza, ch'un pecchi ed altro pianga, com'io faccio, che non peccai e di dolor mi sfaccio? —

Chi potrebbe giammai narrare appieno ciò che Criseida nel pianto dicea? Certo non io, ch'al fatto il dir vien meno, tant'era la sua noia cruda e rea.

Ma mentre tai lamenti si facieno Pandaro venne, a cui non si tenea uscio giammai, e 'n camera sen gio là dov'ella faceva il pianto rio.

El vide lei 'n sul letto avviluppata ne' singhiozzi del pianto e ne' sospiri, e 'l petto tutto e la faccia bagnata di lagrime le vide, e due disiri

di pianger gli occhi suoi, e scapigliata, dar vero segno degli aspri martiri. La qual come lui vide, fra le braccia per vergogna nascose la sua faccia.

— Crudele il punto cominciò a dire Pandar — fu quel nel qual io mi levai, che dovunque oggi vo, doglia sentire, tormenti, pianti, angosce ed alti guai,

sospiri, noia ed amaro languire mi par per tutto. O Giove che farai? Io credo che del ciel lagrime versi, tanto ti son li nostri fatti avversi.

E tu, o sconsolata mia sorella, che credi far? Cre' tu cozzar co' fati? Perché disfai la tua persona bella con pianti sì crudeli e smisurati?

Levati su e volgiti e favella, leva alto il viso, e gli occhi sconsolati rasciuga alquanto, ed odi quel ch'io dico a te mandato dal tuo dolce amico. —

Voltossi allor Criseida, faccendo un pianto tal che dir non si poria, e rimirava Pandaro dicendo: — Oh lassa me! che vuol l'anima mia,

la qual convienmi abbandonar piangendo, né so se mai ch'io mel riveggia fia? Vuol ei sospiri, o pianti o che domanda? Io n'ho assai s'egli per questi manda. —

Ell'era tale a riguardar nel viso quale è colei ch'alla fossa è portata, e la sua faccia fatta in paradiso, tututta si vedeva trasmutata;

la sua vaghezza e 'l piacevole riso fuggendosi, l'aveano abbandonata e 'ntorno agli occhi un purpureo giro dava vero segnal del suo martiro.

Il che vedendo Pandaro, ch'avea con Troiol pianto il giorno lungamente, le lacrime dolenti non potea tener, ma cominciò similemente,

lasciando star quel che parlar volea, a pianger con costei dogliosamente; ma poi ch'ebber ciò fatto insieme alquanto temperò prima Pandaro il suo pianto.

E disse: — Donna, io credo c'hai udito, ma ne son certo, come se' richesta dal padre tuo, e preso è il partito di renderti dal re; sì che per questa

semmana ten dei gir, s'ho 'l ver sentito; e quanto questo sia cosa molesta a Troiolo, appien non si poria dire, il qual del tutto in duol ne vuol morire.

Ed abbiam tanto pianto oggi egli ed io, ch'è maraviglia donde egli è venuto; ora alla fine, pel consiglio mio, alquanto s'è di pianger ritenuto,

e par che d'esser teco abbia disio; per ch'io a dir, sì come gli è piaciuto, tel son venuto, pria che vi partiate, acciò ch'insieme alquanto vi sfoghiate. —

Grande è — disse Criseida — il mio dolore, come di quella che più di sé l'ama, ma il suo m'è di gran lunga maggiore, udendo che per me la morte brama;

or s'aprirà, s'aprir si dee mai core per fiera doglia, il mio; ora si sfama la nemica Fortuna in sui miei danni, ora conosco i suoi occulti inganni.

Grave m'è la partenza, Iddio il vede, ma più m'è di veder Troiolo afflitto, e incomportabil molto, per mia fede, tanto ch'io, ne morrò sanza rispitto.

E morir vo' sanza sperar mercede, poi che 'l mio Troiol veggio sì trafitto. Di' che quan' vuol venir, questo mi fia sommo conforto nell'angoscia mia. —

E questo detto, ricadde supina, poi 'n sulle braccia ricominciò 'l pianto. A cui Pandaro disse: — Oh me, meschina, or che farai? Non prenderai alquanto

di conforto, pensando che vicina sia l'ora già che quel ch'ami cotanto ti sarà 'n braccio? Leva su, racconcia te, ch'esso non ti trovi così sconcia.

Se el sapesse che così facessi, esso s'uccideria, né il potrebbe ritenernel nessuno; e s'io credessi che così stessi, el non ci metterebbe,

credimi, il piè, se io far lo potessi, ch'io so che vita ne gli seguirebbe. Però levati su, rifatti tale che tu alleggi e non creschi il suo male. —

— Va — Criseida disse — io t'imprometto, Pandaro mio, ch'io me ne sforzeraggio. Come partito ti sarai, dal letto sanza indugio niun mi leveraggio,

ed il mio male e 'l perduto diletto tutto nel cor serrato mi terraggio. Fa pur ch'el vegna e vegna al modo usato, che troverà qual suol l'uscio appoggiato. —

Ritrovò Pandar Troiolo pensoso, e sì forte nel viso sbigottito, che per pietà ne divenne doglioso, ver lui dicendo: — Or se' tu sì 'nvilito

come tu mostri, giovin valoroso? Ancor non s'è da te 'l tuo ben partito; perché ancor cotanto ti sconforti che gli occhi in testa ti paion già morti?

Tu se' vivuto assai sanza costei, non ti dà 'l cuor poter vivere ancora? Nascesti tu al mondo pur per lei? Dimostrati uomo alquanto e ti rincora,

caccia questi dolori e questi omei almeno in parte; io non fe', poi dimora in altro luogo se non qui con teco, ch'io le parlai e fui gran pezza seco.

E per quel che mi paia, tu non senti la metà noia che la dolente face, e' suoi sospiri son tanto cocenti, e sì questa partenza le dispiace,

che trapassano i tuoi per ognun venti. Dunque con teco datti alquanto pace, ch'almen puoi tu, in questo caso amaro, conoscer quanto tu a lei se' caro.

I' ho con esso lei testé composto che tu ad essa ne vadi, e stasera sarai con seco, e quel c'hai già disposto le mostrerai per più bella maniera

che tu potrai; tu t'avvedrai ben tosto quel ch'a grado le fia con mente intera: forse che troverete modi i quali fien grandi alleggiamenti a' vostri mali. —

A cui rispose Troiol sospirando: — Tu parli bene, ed io così vo' fare. — Ed altre cose assai disse, ma quando tempo gli parve di dovere andare,

Pandaro sopra ciò lasciò pensando, ed el sen gì, e mille anni gli pare d'essere in braccio al suo caro conforto, il qual fortuna poi gli tolse a torto.

Criseida, quando ora e tempo fue, com' era usata, con un torchio acceso sen venne a lui, e nelle braccia sue il ricevette, ed esso lei, compreso

da grieve doglia, e mutoli amendue nasconder non potero il core offeso; ma abbracciati sanza farsi motto incominciaro un gran pianto e dirotto.

E forte insieme amendue si stringieno di lagrime bagnati tutti quanti, e volendo parlarsi non potieno, sì gl'impedivan gli angosciosi pianti

e' singhiozzi e' sospiri, e nondimeno si basciavan talvolta, e le cascanti lagrime si bevean, sanza aver cura ch'amare fossero oltre lor natura.

Ma poscia che gli spiriti affannati per l'angoscia del pianto e de' sospiri, furon nelli lor luoghi ritornati per l'allentar de' noiosi martiri,

Criseida, ver Troiolo levati gli occhi dolenti per gli aspri disiri, con rotta voce disse: — O signor mio, chi mi ti toglie, e dove ne vo io? —

Poi gli ricadde col viso in sul petto venendo meno, e le forze partirsi, da tanta doglia fu il cor ristretto, ed ingegnossi l'alma di fuggirsi;

e Troiolo guardando nel suo aspetto, e lei chiamando e non sentendo udirsi, e gli occhi suoi velati e lei cascante, che morta fosse gli porser sembiante.

Il che vedendo Troiolo, angoscioso di doppia doglia, la pose a giacere, spesso basciando il viso lagrimoso, cercando se potesse in lei vedere

alcun segno di vita, e doloroso ogni parte tentava, ed al parere di lui, di vita così sconsolata dicea piangendo ch'era trapassata.

Ell'era fredda e sanza sentimento alcun, per quel che Troiol conoscesse, e questo gli parea vero argomento che ella i giorni suoi finiti avesse;

per che, dopo lunghissimo lamento, prima che ad altro atto procedesse, l'asciugò 'l viso e 'l corpo suo compose, come si soglion far le morte cose.

E fatto questo, con animo forte la propria spada del fodero trasse, tutto disposto di prender la morte, acciocché il suo spirto seguitasse

quel della donna con sì trista sorte, e nell'inferno con lei abitasse, poi che aspra fortuna e duro amore di questa vita lui cacciava fore.

Ma prima disse, acceso d'alto sdegno: — O crudel Giove, e tu Fortuna ria, a quel che voi volete, ecco ch'io vegno; tolta m'avete Criseida mia,

la qual credetti che con altro ingegno tor mi doveste, e dove ella si sia ora non so, ma 'l corpo suo qui morto veggio da voi a grandissimo torto.

Ed io lascerò 'l mondo, e seguiraggio con lo spirito lei poi ch'el vi piace; forse di là miglior fortuna avraggio, con lei avendo de' miei disir pace,

se di là s'ama, sì come io aggio udito alcuna volta vi si face; poi che vedermi in vita non volete, l'anima mia almen con lei ponete.

E tu città la qual io lascio in guerra, e tu Priamo, e voi cari fratelli, fate con Dio, ch'io me ne vo sotterra, di Criseida dietro agli occhi belli;

e tu per cui tanto dolor mi serra e che dal corpo l'anima divelli, ricevimi, Criseida — volea dire, già con la spada al petto per morire,

quand'ella, risentendosi, un sospiro grandissimo gittò, Troiol chiamando. A cui el disse: — Dolce mio disiro, or vivi tu ancora? — E lagrimando,

in braccio la riprese, e 'l suo martiro, come potea, con parole alleggiando, la confortò, e l'anima smarrita tornò al core onde s'era fuggita.

E stata alquanto tutta alienata, si tacque; e poscia la spada veggendo, cominciò: — Quella perché fu tirata del foder fuori? — A cui Troiol, piangendo,

narrò qual fosse la sua vita stata. Ond'ella disse: — Che è ciò ch'io 'ntendo? Dunque, s'io fossi stata più un poco, ti sarestù ucciso in questo loco?

Oh me, dolente a me, che m'hai tu detto? Io non sarei in vita stata mai di dietro a te, ma per lo tristo petto fitta l'avrei. Or noi abbiamo assai

a lodar Dio; per ora andiamo a letto, quivi ragionerem de' nostri guai; s'io considero il torchio consumato, el n'è di notte già gran pezzo andato. —

Come altra volta gli stretti abbracciari erano stati, così furono ora, ma questi fur più di lagrime amari, che stati fosser di dolcezza ancora

piacevoli, ed i tristi ragionari fra loro incominciar sanza dimora. E cominciò Criseida: Dolce amico, ascolta bene attento quel ch'io dico.

Poscia ch'io seppi la trista novella del traditor del mio padre malvagio, se Dio mi guardi la tua faccia bella, nulla giammai sentì tanto disagio

quant'io ho poi sentito, come quella ch'oro non curo, città né palagio, ma sol di dimorar sempre con teco in festa ed in piacere, e tu con meco.

E voleami del tutto disperare, non credendo giammai più rivederti, ma poi che tu la mia anima errare vedesti, e ritornar di nuovo, certi

pensier mi sento per la mente andare utili forse, i quali vo' ch'aperti prima ti sien che noi più ci dogliamo, ché, forse, sperar bene ancor possiamo.

Tu vedi che mio padre mi richiede, al qual di girne non ubbidirei se 'l re non mi stringesse, la cui fede convien si servi, come saper dei.

Per che andar men convien con Diomede, ch'è stato trattator de' patti rei, qualora tornerà: volesse Iddio né el tornasse mai né tempo rio.

E sai che qui è ogni mio parente fuor che mio padre, e ciascuna mia cosa ancora ci rimane, e s'alla mente mi torna ben, di questa perigliosa

guerra si tratta continuamente pace tra voi e' Greci, e se la sposa si rende a Menelao, credo l'avrete, ed io so già che voi presso vi sete.

Qui mi ritornerò se voi la fate, però ch'altrove non ho dove gire; e se per avventura la lasciate, nel tempo delle triegue di venire

ci avrò cagione, e così fatte andate sai che non s'usa alle donne disdire; e' miei parenti mi ci vederanno di buona voglia e mi c'inviteranno.

Allor potremo alcun sollazzo avere, come che l'aspettar sia grave noia; ma conviensi apparare a sostenere della fatica chi vuol che la gioia

gli venga poscia con maggior piacere; io veggio pur che stando noi in Troia, sanza vederci più dì ci conviene talor passar con angosciose pene.

Ed oltre a questo, maggiore speranza, o pace o no, mi nasce del tornarci: mio padre ha ora questa disianza, e forse avvisa ch'io non possa starci,

per lo suo fallo, sanza dubitanza o di forza o di biasimo acquistarci; come saprà ch'io ci sia onorata, non curerà della mia ritornata.

Ed a che far tra' Greci mi terrebbe, che, come vedi, son sempre nell'armi? E s'el non mi tien ivi, ove potrebbe in altra parte io nol veggio mandarmi,

e s'el potesse, credo nol farebbe, però ch'a' Greci non vorria fidarmi. Qui dunque mi rimandi è opportuno, né ben ci veggio contrario alcuno.

Egli è, come tu sai, vecchio ed avaro, e qui ha ciò che el può fare o dire: il che io gli dirò, se el l'ha caro, per lo miglior mi ci facci reddire,

mostrandogli com'io possa riparo, ad ogni caso che sopravvenire potesse, porre, ed el per avarizia della mia ritornata avrà letizia. —

Troiolo attento la donna ascoltava, ed il dir suo gli toccava la mente, e quasi verisimil gli sembrava dover ciò che diceva certamente

esser così, ma perché molto amava, pur fede vi prestava lentamente; ma alla fin, come vago che fosse, seco cercando, a crederlo si mosse.

Laonde parte della grieve doglia da lor partissi, e ritornò speranza, e divenuti poi di men ria voglia, ricominciaron l'amorosa usanza;

e sì come augel di foglia in foglia nel nuovo tempo prende dilettanza del canto suo, così facean costoro, di molte cose parlando fra loro.

Ma non potendo a Troiolo passare del cuor, che questa partir si dovea, incominciò in tal guisa a parlare: — O Criseida mia, più ch'altra dea

amata assai, e più da onorare da me che dianzi uccider mi volea credendo morta te, che vita credi che sia la mia, se tosto tu non riedi?

Vivi sicura come del morire che io m'ucciderei, se tu penassi niente troppo di qui rivenire; né veggio bene ancor com'io mi passi

sanza doglioso ed amaro languire, sentendot'io altrove; e dubbio fassi novello in me, che el non ti ritegna Calcàs, e quel che parli non avvegna.

Non so se pace fra noi si fia mai, ma pace o no, appena che tornarci credo che Calcàs ci voglia giammai, perché non crederia potere starci

sanza infamia del fallo che assai fu, se in ciò non vogliamo ingannarci; e se con tanta istanza ti richiede, ch'el ti rimandi appena vi do fede.

El ti darà in fra' Greci marito, e mostreratti che stare assediata è dubbio di venire a reo partito; lusingheratti, e farà ch'onorata

sarai da' Greci, ed el v'è riverito, sì com'io 'ntendo, e molto v'è pregiata la sua virtù; per che, non sanza noia, temo che tu giammai non torni in Troia.

E questo m'è a pensar tanto grave, che dir nol ti poria, anima bella e tu sola hai nelle tue man la chiave della mia vita e della morte, e quella

so che la puoi e misera e soave come ti piace, fare, o chiara stella per cui io vado a grazioso porto; se tu mi lasci, pensa ch'io son morto.

Dunque, per Dio, troviam modo e cagione che tu non vadi, se trovar si puote: andiamcene in un'altra regione, né ci curiam se le promesse vote

vengon del re, se la sua offensione fuggir possiamo; e' son di qui remote genti che volentieri ci vedranno, e per signori ancor sempre n'avranno.

Fuggiamci, dunque, quinci occultamente, e là n'andiamo insieme tu ed io, e quel che noi abbiam di rimanente nel mondo a viver, cuor del corpo mio,

viviamlo con diletto insiememente. Questo vorrei, e questo ho in disio, s'el ti paresse, e questo è più sicuro, ed ogni altro partito mi par duro. —

Criseida sospirando gli rispose: — Caro mio bene e del mio cor diletto, tutte potrebbon esser quelle cose, ed ancor più, nella forma c'hai detto;

ma io ti giuro per quelle amorose saette che per te m'entrar nel petto, comandamenti, lusinghe o marito, non torceran da te mai l'appetito.

Ma ciò che d'andar via tu ragionavi, non è savio consiglio al mio parere: pensar si deon questi tempi gravi, e di te e de' tuoi ti dee calere.

Se n'andassimo via, come parlavi, tre cose ree ne potresti vedere: l'una verrebbe della rotta fede, che porta più di mal ch'altri non crede.

E ciò sarebbe de' tuoi il periglio, che sé per una femmina lasciati vedendo fuor d'aiuto e di consiglio, darian paura agli altri degli agguati;

e se io ben con meco m'assottiglio, voi ne sareste molto biasimati, né vi saria il ver giammai creduto da chi avesse sol questo veduto.

E se tempo niuno fede o leanza richiede, quel della guerra par esso, perciocché nullo ha tanto di possanza, che guari possa per sé solo stesso;

aggiungonvisi molti ad isperanza che quel che metton per altrui sia messo per lor, che sé 'n aver ed in persona mettono, e 'n ciò sperando s'abbandona.

D'altra parte, che pensi tra le genti della partita tua si ragionasse? E' non dirien ch'Amor co' suoi ferventi dardi a cotal partito ti recasse,

ma paura e viltà: dunque ritienti da tal pensier se mai nel cor t'entrasse, se el t'è punto la tua fama cara, che del valor tuo suona tanto chiara.

Appresso pensa la mia onestate e la mia castità, somme tenute di quanta infamia sarien maculate, anzi del tutto disfatte e perdute

sarieno in me, né giammai rilevate per iscusa sarieno, o per virtute ch'io potessi operar che ch'io facessi, se anni centomila in vita stessi.

Ed oltre a questo vo' che tu riguardi a ciò che quasi d'ogni cosa avviene: non è cosa sì vil, pur ben si guardi, che non si faccia disiar con pene,

e quanto tu più di possederla ardi, più tosto abbominio nel cor ti viene, se larga potestate di vederla fatta ti fia, ed ancor di tenerla.

Il nostro amor che cotanto ti piace, è per ch'el ti convien furtivamente e di rado venire a questa pace; ma se tu m'averai liberamente,

tosto si spegnerà l'ardente face che or t'accende, e me similemente; per che, se 'l nostro amor vogliam che duri, com'or facciam, convien sempre si furi.

Dunque prendi conforto, e la Fortuna col dare il dosso vinci e rendi stanca; non soggiacette a lei giammai nessuna persona in cui trovasse anima franca.

Seguiamo il corso suo, fingiti alcuna andata in questo mezzo, e 'n quella manca li tuoi sospiri, ch'al decimo giorno, sanza alcun fallo, qui farò ritorno. —

— Se tu — disse allor Troiol — ci sarai infra 'l decimo giorno, i' son contento, ma 'n questo mezzo, i miei dolenti guai da cui avranno alcun alleggiamento?

Io non posso ora, sì come tu sai, passare un'ora sanza gran tormento s'io non ti veggio; come dieci giorni passar potrò infin che tu ritorni?

Deh, per Dio, trova modo a rimanere, deh, non andar, se tu vedi alcun modo; io ti conosco d'arguto sapere, se bene intendo ciò che da te odo;

e se tu m'ami, tu puoi ben vedere che pur di ciò pensar tutto mi rodo, cioè che tu ten vada; veder puoi, se tu ten vai, qual fia mia vita poi. —

— Oh me, — disse Criseida — tu m'uccidi, ed oltre al creder tuo malinconia troppa mi dai, e veggio non ti fidi quant'io credea nella promessa mia.

Deh, ben mio dolce, perché sì diffidi? Perché a te di te to' la balia? Chi crederia che uomo in arme forte, un aspettar dieci dì non comporte?

Io credo di gran lunga sia 'l migliore di prendere il partito ch'io t'ho detto; siene contento, dolce mio signore, e cappiati per certo dentro al petto

ch'el me ne piange l'anima nel core d'allontanarmi dal tuo dolce aspetto, forse più che non credi e non ti pensi; ben lo sent'io per tutti quanti i sensi.

Lo spender tempo è utile talvolta per tempo guadagnare, anima mia; io non ti son, come tu mostri, tolta perch'io al padre mio renduta sia;

né ti cappia nel cuor ch'io sia sì stolta che non sappia trovare e modo e via di ritornare a te, cui io più bramo che la mia vita, e vie più troppo t'amo.

Ond'io ti priego, se 'l mio priego vale, e per lo grande amore il qual mi porti, per quel ch'io porto a te ch'è altrettale, che tu di questa andata ti conforti,

ché s' tu sapessi quanto mi fa male veder li pianti e li sospiri forti che tu ne gitti, el te ne 'ncrescerebbe, e di farne cotanti ti dorrebbe.

Per te in allegrezza ed in disio spero di vivere e di tornar tosto, e trovar modo al tuo diletto e mio. Fa ch'io ti veggia in tal guisa disposto,

pria che da te io mi diparta, ch'io non abbia più dolor, che quel che posto m'ha nella mente amor troppo focoso; fallo, ten priego, dolce mio riposo.

E priegoti, mentr'io sarò lontana, che prender non ti lasci dal piacere d'alcuna donna, o da vaghezza strana; ché, s'io 'l sapessi, dei per certo avere

che io m'ucciderei sì come insana, dolendomi di te ch'oltre al dovere mi lasceresti per altra, che sai che t'amo più ch'uom donna amasse mai. —

A quest'ultima parte sospirando rispose Troiol: — S'io far lo volessi ciò che tu ora tocchi sospicando, non so veder com'io giammai potessi,

sì m'ha per te ghermito Amore amando; né so veder come in vita si cessi questo amor ch'io ti porto, e la ragione ti spiegherò, ed in brieve sermone.

Non mi sospinse ad amarti bellezza, la quale spesso altrui suole irretire; non mi trasse ad amarti gentilezza che suol pigliar de' nobili il disire;

non ornamento ancora né ricchezza mi fé per te amor nel cor sentire; delle quai tutte sei più copiosa, che altra fosse mai donna amorosa;

ma gli atti tuoi altieri e signorili, il valore e 'l parlar cavalleresco, i tuoi costumi più ch'altra gentili, ed il vezzoso tuo sdegno donnesco,

per lo quale apparien d'esserti vili ogni appetito ed oprar popolesco, qual tu mi sei, o donna mia possente, con amor mi ti miser nella mente.

E queste cose non posson tor gli anni con mobile fortuna, laond'io, con più angoscia e con maggiori affanni, sempre d'averti spero nel disio.

Oimè lasso, qual fia de' miei danni ristoro, se ten vai, dolce amor mio? Certo nessun, se non la morte omai, questa fia sola fine de' miei guai. —

Poscia ch'essi ebber molto ragionato e pianto insieme, perché s'appressava già l'aurora, quello hanno lasciato, e strettamente l'un l'altro abbracciava.

Ma poi che' galli molto ebber cantato, dopo ben mille basci si levava ciascun, l'un l'altro sé raccomandando e così dipartirsi lagrimando.

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PARTE QUARTA · Giovanni Boccaccio · Poetry Cove