Egli era, com'è detto, a sofferire già adusato, e più nel fece forte l'alto dolor, da non poter mai dire, che 'l padre, ed egli e' fratei per la morte
ebber d'Ettòr, nel cui sovrano ardire e le fortezze e le mura e le porte credien di Troia, il qual lunga stagione li tenne in pianto ed in tribulazione.
Ma non per ciò amor si dipartia, come ch'assai mancasse la speranza; anzi cercava in ogni modo e via, come suole esser degli amanti usanza,
di poter riaver, qual solea pria, la dolce sua ed unica intendanza; lei del non ritornar sempre scusando, per non poter ciò essere stimando.
Ei le mandò più lettere, scrivendo quel che sentia per lei la notte e 'l giorno, e 'l dolce tempo a mente riducendo, e la fede promessa del ritorno,
spesse fiate ancora riprendendo cortesemente il suo lungo soggiorno; mandovvi Pandar, qualora tra essi o triegue o patti alcun furon promessi.
Ed el similemente ebbe in pensiero ancor più volte di volervi andare, di pellegrino in abito leggero, ma sì non si sapeva contraffare
che gli paresse assai coprire il vero, né scusa degna sapeva trovare da dir, se fosse stato conosciuto in abito cotanto disparuto.
Né altro aveva da lei che parole belle e promesse grandi sanza effetto, onde a presumer cominciò che fole eran tututte, ed a prender sospetto
di ciò che era ver, sì come suole spesso avvenire a chi sanza difetto riguarda in fra le cose c'ha per mano; per che non fu il suo sospetto vano.
E ben conobbe che novello amore era cagion di tante e tai bugie, seco affermando che giammai nel core né paterne lusinghe mai, né pie
carezze avuto avrien tanto valore; né gli era luogo a veder per quai vie più s'accertasse di ciò che mostrato già gli aveva il suo sogno sventurato.
Al quale amor raccorciata la fede aveva molto, sì com'egli avviene che colui ch'ama mal volentier crede cosa ch'accresca amando le sue pene;
ma che pur fosse ver di Diomede, come pria sospettò, fé ne gli fene non molto poi un caso, che gli tolse ciascuna scusa, ed a creder lo volse.
Stavasi Troiol non sanza tormento del suo amore timido e sospeso, quand'egli udì, dopo un combattimento tra li Greci e' Troiani assai disteso
fatto, con uno ornato vestimento, a Diomede gravemente offeso tratto, tornar Deifobo pomposo di cotal preda, e seco assai gioioso.
E mentre che portarlosi davanti facea per Troia, Troiol sopravvenne, e molto il commendò fra tutti quanti, e per vederlo meglio alquanto il tenne;
e mentre e' rimirava, gli occhi erranti or qua or là d'intorno a tutto, avvenne che esso vide nel petto un fermaglio d'oro, lì posto forse per fibbiaglio.
Il quale esso conobbe incontanente, sì come quei che l'aveva donato a Criseida, allora che dolente partendosi da lei, preso commiato
quella mattina avea ch'ultimamente era la notte con lei dimorato; laonde disse: — Io veggio pur ch'è vero il sogno ed il sospetto e 'l mio pensiero. —
Quindi partito, Troiolo chiamare Pandar si fé, il quale a lui venuto, si cominciò con pianto a rammarcare del lungo amore il quale avea tenuto
a Criseida sua, ed a mostrare aperto il tradimento ricevuto gli cominciò, dolendosene forte, sol per ristoro chiedendo la morte.
E cominciò così piangendo a dire: — O Criseida mia, dov'è la fede, dov'è l'amor, dov'è ora il disire, dov'è la tanto gridata mercede
da te a Dio, oh me, nel tuo partire? Ogni cosa possiede Diomede, ed io, che più t'amai, per lo tuo 'nganno rimaso sono in pianto ed in affanno.
Chi crederà omai a nessun giuro, chi ad amor, chi a femmina omai, ben riguardando il tuo falso spergiuro? Oh me, che io non so, né pensai mai
che tanto avessi il cuor rigido e duro, che per altr'uom io t'uscissi giammai dell'animo, che più che me t'amava, ed ingannato sempre t'aspettava.
Or non avevi tu altro gioiello da poter dare al tuo novello amante, io dico a Diomede, se non quello ch'io t'avea dato con lagrime tante
in rimembranza di me tapinello, mentre con Calcas fossi dimorante? Null'altro far tel fé se non dispetto, e per mostrar ben chiaro il tuo 'ntelletto.
Del tutto veggio che m'hai discacciato del petto tuo, ed io oltre mia voglia nel mio ancora tengo effigiato il tuo bel viso con noiosa doglia.
Oh, lasso me, che 'n malora fui nato. Questo pensier m'uccide e mi dispoglia d'ogni speranza di futura gioia, e cagion èmmi d'angoscia e di noia.
Tu m'hai cacciato a torto della mente, là dov'io dimorar sempre credea, e nel mio luogo hai posto falsamente Diomedès; ma per Venere dea
ti giuro, tosto ten farò dolente con la mia spada alla prima mislea, se egli avviene ch'io 'l possa trovare, purché con forza il possa soprastare.
O el m'ucciderà, e fieti caro, ma spero pur la divina giustizia rispetto avrà al mio dolore amaro, e similmente alla tua gran nequizia.
O sommo Giove, in cui certo riparo so c'ha ragione, e da cui tutta inizia l'alta virtù per cui si vive e move, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
Che fanno le tue folgori ferventi? Riposansi elle, o più gli occhi non tieni volti a' difetti delle umane genti? O vero lume, o lucidi sereni,
pe' quai s'allegran le terreni menti, togliete via colei nelli cui seni bugie e 'nganni e tradimenti sono, né più la fate degna di perdono.
O Pandar mio, che ne' sogni aver fede m'hai biasimato con cotanta istanza, or puoi veder ciò che per lor si vede, la tua Criseida te ne fa certanza:
hanno gli dei di noi mortal mercede ed in diverse guise dimostranza ci fan di quello ch'è a noi ignoto, per nostro bene spesse volte noto.
E questo è l'un de' modi che dormendo talor si mostra, io me ne sono accorto molte fiate già mente tenendo; or vorre'io allor essermi morto,
da poi che per innanzi non attendo sollazzo, gioia, piacer né diporto; ma per lo tuo consiglio vo' 'ndugiarmi a morir co' nemici miei nell'armi.
Mandimi Dio Diomedès davanti la prima volta ch'i' esco alla battaglia; questo disio tra li miei guai cotanti, sì ch'io provar gli faccia come taglia
la spada mia, e lui morir con pianti nel campo faccia, e poi non me ne caglia che mi s'uccida, sol ch'io muoia, e lui misero truovi nelli regni bui. —
Pandaro con dolor tutto ascoltava, e ver sentendol, non sapea che dirsi, e d'una parte a star quivi il tirava dell'amico l'amor, d'altra a partirsi
vergogna spesse volte lo 'nvitava pel fallo di Criseida, e spedirsi qual far dovesse seco non sapea, e l'uno e l'altro forte gli dolea.
Alla fine così disse piangendo: — Troiol, non so che mi ti debba dire; lei quant'io posso tanto più riprendo, s'è come di', e del suo gran fallire
niuna scusa avanti far ne 'ntendo, né mai dov'ella sia più voler gire; ciò ch'io fei già il fei per tuo amore, lasciando addietro ciascun mio onore.
E s'io ti piacqui, assai m'è grazioso; di quel ch'or fassi altro non posso fare e come tu così ne son cruccioso, e s'io vedessi il modo d'ammendare,
abbi per certo, io ne sarei studioso: faccialo Dio che può ciò che gli pare, priegol io quanto posso ch'El punisca lei sì che più 'n tal guisa non fallisca. —
Grandi furo i lamenti e 'l rammarchio, ma pur fortuna suo corso facea; colei amava con tutto il disio Diomedès, e Troiolo piangea;
Diomedès si lodava di Dio, e Troiolo il contrario si dolea; nelle battaglie Troiol sempre entrava, e più ch'altrui Diomedès cercava.
E spesse volte insieme s'avvisaro con rimproveri cattivi e villani, e di gran colpi fra lor si donaro, talvolta urtando, e talor nelle mani
la spada avendo, vendendosi caro insieme molto il loro amor non sani; ma non avea la Fortuna disposto che l'un dell'altro fornisse il proposto.
L'ira di Troiolo in tempi diversi a' Greci nocque molto sanza fallo, tanto che pochi ne gli uscieno avversi che non cacciasse morti del cavallo,
sol che ei l'attendesser, sì perversi colpi donava; e dopo lungo stallo, avendone già morti più di mille, miseramente un dì l'uccise Achille.
Cotal fine ebbe il mal concetto amore di Troiolo in Criseida, e cotale fine ebbe il miserabile dolore di lui al qual non fu mai altro eguale;
cotal fine ebbe il lucido splendore che lui servava al solio reale; cotal fine ebbe la speranza vana di Troiolo in Criseida villana.
O giovinetti, ne' quai con l'etate surgendo vien l'amoroso disio, per Dio vi priego che voi raffreniate pronti passi all'appetito rio,
e nell'amor di Troiol vi specchiate, il qual dimostra suso il verso mio; per che, se ben col cuor gli leggerete non di leggieri a tutte crederete.
Giovane donna, e mobile e vogliosa è negli amanti molti, e sua bellezza estima più ch'allo specchio, e pomposa ha vanagloria di sua giovinezza,
la qual quanto piacevole e vezzosa è più, cotanto più seco l'apprezza; virtù non sente né conoscimento, volubil sempre come foglia al vento.
E molte ancor perché d'alto lignaggio discese sono, e sanno annoverare gli avoli lor, si credon che vantaggio deggiano aver dall'altre nell'amare,
e pensan che costume sia oltraggio, torcere il naso, e dispettose andare; queste schifate ed abbiatele a vili, ché bestie son, non son donne gentili.
Perfetta donna ha più fermo disire d'essere amata, e d'amar si diletta; discerne e vede ciò ch'è da fuggire, lascia ed elegge provvida, ed aspetta
le promission; queste son da seguire, ma non si vuol però scegliere in fretta, ché non son tutte sagge perché sieno più attempate, e quelle vaglion meno.
Dunque siate avveduti, e compassione di Troiolo e di voi insiememente abbiate, e fia ben fatto; ed orazione per lui fate ad Amor pietosamente,
che 'l posi in pace in quella regione dov'el dimora, ed a voi dolcemente conceda grazia sì d'amare accorti, che per rea donna al fin non siate morti.
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