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1313–1375

LIBRO UNDECIMO

Giovanni Boccaccio

Finito Arcita colei nominando la qual nel mondo più che altro amava, l'anima leve se ne gì volando ver la concavità del cielo ottava,

degli elementi i convessi lasciando; quivi le stelle ratiche ammirava, l'ordine loro e la somma bellezza, suoni ascoltando pien d'ogni dolcezza.

Quindi si volse in giù a rimirare le cose abandonate, e vide il poco globo terreno, a cui intorno il mare girava e l'aere e di sopra il foco,

e ogni cosa da nulla stimare a rispetto del ciel; ma poi al loco là dove aveva il suo corpo lasciato gli occhi fermò alquanto rivoltato;

e seco rise de' pianti dolenti della turba lernea, la vanitate forte dannando dell'umane genti, li quai, da tenebrosa cechitate

mattamente oscurati nelle menti, seguon del mondo la falsa biltate, lasciando il cielo; e quindi se ne gio nel loco che Mercurio li sortio.

A la voce d'Arcita dolorosa quanti v'eran gli orecchi alti levaro, aspettando che più alcuna cosa dovesse dir; ma poi che rimiraro

l'alma partita, con voce angosciosa pianse ciascuno e con dolore amaro; ma sopra tutti Emilia e Palemone, la qual così rispose a tal sermone:

— O signor dolce, dove m'abandoni? Dove ne vai? Perché non vengh'io teco? Dimmi quai sieno quelle regioni che ora cerchi; poi non se con meco,

io vi verrò, e con giuste cagioni! -, dicendo: — Poi non volle in vita seco Giove ch'io sia, e i' 'l seguirò morto, colui che è il mio bene e 'l mio conforto. -

Ma poi che vide lui tacente e muto e l'alma sua aver mutato ospizio da lui non stato mai più conosciuto, con Palemon piangendo il tristo ofizio

fecero, e gli occhi travolti al transuto chiusero, per suppremo benefizio, e il naso e la bocca; poi ciascuno si tirò indietro con aspetto bruno.

Non fer tal pianto di Priam le nuore, la moglie e le figliuole, allor che morto fu lor recato il comperato Ettore, lor ben, lor duca e lor sommo diporto,

quale Ipolita fé per lo dolore ch'ella sentì, e certo non a torto; e Emilia con lei, e altre molte attiche donne lì con loro accolte.

Piangeno i re offesi da pietate e da dolore, e piangea Palemone; piangevan gli altri d'ogni qualitate, o d'età vecchio o giovane garzone;

e come Attene davanti occupate erano in feste, ora in desolazione tututte si vedevan lagrimose e d'alti guai oscure e tenebrose.

Niun potea racconsolar Teseo, sì avea posto in lui perfetto amore; il simile avveniva di Pelleo e del buon Peritoo e di Nestore

e d'altri assai, e ancora d'Egeo; il qual la bianca barba per dolore tutta bagnata aveva per Arcita, allor passato della trista vita.

Ma come savio e uom che conoscea i mondan casi e le cose avvenute, sì come quei ch'assai veduto avea, il dolor dentro strinse con virtute,

per dare esempio a chiunque il vedea di confortarsi delle cose sute; e poi s'asise Palemone allato, il qual faceva pianto ismisurato;

e ingegnossi con parole alquanto, con quel silenzio ch'el poté avere, di voler temperare il tristo pianto, ricordando le cose antiche e vere:

le morti e' mutamenti e 'l duolo e 'l canto l'un dopo l'altro spesso ogn'uom vedere; ma mentre che parlava, ognun piangeva, poco intendendo a ciò che el diceva.

Anzi così l'udivan, come 'l mare Tiren turbato ascolta i navicanti, o come folgor, che scenda dall'are, pe' nuvoletti teneri ovvianti

da l'impeto suo cura di ristare, ma gli apre e scinde e lor lascia fumanti; e quel dì e la notte in duolo amaro, sanza punto ristar, continuaro.

Quinci Teseo con sollecita cura con seco cerca per solenne onore fare ad Arcita nella sepoltura; né da ciò il trasse angoscia né dolore,

ma pensò che nel bosco, ov'e' rancura aver sovente soleva d'amore, faria comporre il rogo dentro al quale l'uficio si compiesse funerale.

E comandò ch'una selva che stava a quel bosco vicina, vecchia molto, fosse tagliata, e ciò che bisognava per lo solenne rogo fosse accolto

dentro al boschetto, nel qual comandava una area si facesse da tal colto: mossersi allora li ministri tosto, per far ciò che Teseo loro avea 'mposto.

El fece poi un feretro venire reale a sé davanti, e tosto fello d'un drappo ad or bellissimo fornire; e similmente ancor fece di quello

il morto Arcita tutto rivestire; e poi il fece a giacer porre in ello, incoronato di frondi d'alloro, con ricco nastro rilegate d'oro.

E poi che fu d'ogni parte lucente il nuovo giorno, elli il fece portare nella gran corte, ove tutta la gente come voleva il potea riguardare;

né crede alcun che sì fosse dolente di Tebe allora il popolo a mirare, quando li sette e sette d'Anfione figli fur morti en la trista stagione,

come d'Attene si vide quel giorno, nel quale altro che pianger non si udia: nessuno andava per la terra attorno, o el della sua casa non uscia,

in quella stando sì come musorno; o, se ne uscisse, a la corte sen gia per rimirar l'esequie dolorose, nate dell'aspre battaglie amorose.

Alta fatica e grande s'aparecchia, ciò è voler l'antico suol mostrare a l'alto Febo della selva vecchia; la qual Teseo comandò a tagliare

s'andasse, acciò ch'una pirra parecchia alla stata d'Ofelte possan fare, o se si puote, ancor la vuol maggiore, in quanto fu più d'Arcita il valore.

Essa toccava con le cime il cielo, e' bracci sparti e le sue come liete aveva molto, e di quelle alto velo alla terra facea; né più quiete

ombre aveva Acaia; né giammai telo l'aveva offesa, o altro ferro sete n'aveva avuta; ma la lunga etate d'essa tenean per degna deitate.

La qual non si credea che solamente gli uomini avesse per età passati, ma si credea che le ninfe sovente e' fauni e le lor greggi permutati

fosser da lei, che continuamente di sterpi nuovamente procreati si ristorava, in etterno durando, e degli antichi suoi pochi mancando.

Al miserabil loco soprastava tagliamento continuo, del quale ogni covil si vide che vi stava; e fuggì quindi ciascuno animale,

e ogni uccello i suoi nidi lasciava, temendo il mai più non sentito male; e alla luce, in quel giammai non stata, in poca d'ora si diè larga entrata.

Quivi tagliati cadder gli alti faggi e i morbidi tigli, i qua' ferrati sogliono spaventare i fier coraggi nelle battaglie, molto adoperati;

né si difeser dalli nuovi oltraggi gli esculi e i caonii, ma tagliati furono ancora, e 'l durante cipresso ad ogni bruma e il cerro con esso,

e gli orni pien di pece, nutrimento d'ogni gran fiamma, e gli ilici soprani, e 'l tasso, li cui sughi nocimento soglion donare, e' frassini che' vani

sangui ber soglion del combattimento, col cedro, che per anni mai lontani non sentì tarlo né isgombrò sito per sua vecchiezza dove fosse unito.

Tagliato fuvvi l'audace abete, e 'l pin similemente, che odore dà dalle tagliature, com sapete; il fragil corilo e il bicolore

mirto, e con questi l'alno senza sete, del mare amico; e, d'ogni vincitore premio, la palma fu tagliata ancora, e l'olmo che di viti s'innamora.

Donde la Terra sconsolato pianto ne diede; e quindi ciascuno altro iddio de' luoghi amati si partì intanto, dolente certo e contra suo disio,

e l'albitro dell'ombre Pan che tanto quel luogo amava, e ciascun semidio; e lor partenti ancor piangea la selva, che forse lì mai più non si rinselva.

Adunque fu degli alberi tagliati un rogo fatto mirabilemente; poco più furo i monti accumulati sopra Tesaglia dalla folle gente,

inverso il ciel mattamente elevati, che fosse quivi quel rogo eminente; il qual dalli ministri fu tessuto velocemente e con ordin dovuto.

El fu di sotto di strame salvaggio agrestamente fatto e di tronconi d'alberi grossi, e fu il suo spazio maggio; poi fu di frondi di molte ragioni

tessuto, e fatto con troppo più saggio avvedimento, e di più condizioni di ghirlande e di fior fu pitturato: e questo suolo assai fu elevato.

Sopra di questi l'arabe ricchezze e quelle d'oriente con odori mirabil fero delle lor bellezze il terzo suol composto sopra i fiori;

quivi lo 'ncenso, il qual giammai vecchiezze non conobbe, vi fu dato agli ardori, e il cennamo più ch'altro durante, e il legno aloè di sopra stante.

Poi fu la sommità di quella pira d'un drappo in ostro tirio con oro tinto coperto, a veder cosa mira sì per valore e sì per lo lavoro;

e, questo fatto, indietro ognun si tira e con tacito aspetto fa dimoro, quelli attendendo che dovean venire col morto corpo a tal cosa finire.

Già ogni parte era piena di pianto, e già l'aula regia mugghiava, tale che di lontan bene altrettanto nelle valli Eco trista risonava;

e Palemone, di lugubre manto coperto, nella corte si mostrava con rabbuffata barba e tristo crine e polveroso e aspro sanza fine.

E sopra 'l corpo misero d'Arcita, non men dolente Emilia piangea, tutta nel viso palido smarrita e' circunstanti più pianger facea,

né dal corpo poteva esser partita, con tutto che Teseo gliele dicea; anzi parea che sommo suo diporto fosse mirare il suo Arcita morto.

Quando gli Achivi in abito doglioso entraron dentro a l'aula piangente, allora il pianto assai più doloroso incominciò e d'una e d'altra gente,

più forte che non fu quando il dubbioso mondo lasciò quell'anima dolente; e rintegrossi più volte e ristette dentro le menti da dolor costrette.

Né dal tumulto tacque alcuna volta la stupefatta casa, che Egeo a Palemone con parola molta non desse alcun conforto, se 'l poteo,

a lui mostrando in quanto male involta fosse la vita d'esto mondo reo e le cose durissime occorrenti miseramente ogni giorno a' viventi.

E ben che Palemon forse tacesse, e' non l'udia, se non come Atteone si crede che la sua turba intendesse: anzi piangeva in sé, né orazione

esser potea che da ciò il traesse, tanta nel core avea compassione al trapassato suo più caro amico, a cui ingiustamente fu nemico.

Quivi cavalli altissimi, guardati per lui, furon coverti nobilmente, e su vi fur, delle sue armi armati, sopra ciascuno un giovane sergente;

quivi l'esuvie de' suoi primi nati furono apparecchiate parimente, quivi faretre e archi con saette, e più sue veste nobili e elette.

E acciò che Teseo intero segno di nobil sangue desse di costui, tutti vi fé gli ornamenti da regno venir presenti, e adornarne lui;

lì le veste purpuree, con ingegno fatte, si videro addosso a colui; lo scettro e 'l pomo e l'eccelsa corona per lui al fuoco del suo rogo dona.

Li più nobili Achivi i vasi cari, di mel, di sangue e di latte novello pieni, portaron con lamenti amari sopra le braccia, precedendo quello;

né si studiavano i lor passi guari, anzi soavi, con l'aspetto bello cambiato, andavan l'uno a l'altro appresso, come l'ordine dato avea concesso.

Sopra le spalle, de' Greci i maggiori il feretro levarsi lagrimando, e con esso d'Attene usciron fori, con alto pianto la gente gridando,

l'iniqui iddii e li loro errori con alte voci spesso bestemiando; e 'nfino al loco per la pira eletto portaro i duci il miserabil letto.

La qual già fatta in quel loco trovata e d'ogni legno ricca, sopra d'essa ebbero la lettiera riposata, la qual fu tosto dalla gente spessa

che li seguiva tutta intorniata, per ciò veder, con disoluta pressa; e poi li duci indietro si tiraro e gli altri che venivano aspettaro.

Là venne Palemone, al quale Egeo dolente andava dal suo destro lato, e dal sinistro li venia Teseo, poi d'altri Greci tututto fasciato;

Emilia poi appresso si vedeo, cui più debole sesso sconsolato accompagnava, e essa in mano il foco feral recava al doloroso loco.

Nel qual poi ched e' furon pervenuti, Emilia lassa cominciò piangendo: — O dolce Arcita, e' non furon creduti da me tai casi, che a te venendo

fosser li visi da dolor premuti, con piagnevoli voci quali intendo; né 'n questa guisa mi credetti entrare nelle camere tue ad abitare.

Assai è, lassa!, duro a sostenere ciò che io veggo, che le prime tede al rogo tuo mi convenga tenere. O dispietati iddii, sanza merzede,

or che è questo che v'è in piacere? Dove è l'amore antico, ove la fede che solavate portare a' mondani? Ella n'è gita con li venti vani.

O caro Arcita, più non posso avanti: prendi le fiamme da me concedute al rogo tuo, e' dolorosi pianti per la tua alma in loco di salute. -

E mentre ch'essa ne' dolenti canti stava così, da lei fur conosciute le voci funeral che in usanza erano allor per pelopea mostranza.

Per che ella, al rogo fatta più vicina, con debil braccio le fiamme vi mise, e per dolore indietro risupina tra le sue donne cadde, in quelle guise

che fan talor, poi tagliata è la spina, le bianche rose per lo sol succise; e semiviva fece dubitare di morte a chi la potea rimirare.

Ma, sanza lungo indugio risentita, si levò in piè e l'anella si tolse le quai donate già l'aveva Arcita, e con suoi altri ornamenti gli accolse,

e 'n su la pira, subita e smarrita, le gittò presta, sì come altri volse, dicendo: — Te': non si convene omai che io m'adorni, poi lasciata m'hai. -

E quinci, rotti li tristi lamenti, muta ricadde, e il chiaro colore fuggì del viso, e' belli occhi lucenti perdér la luce, sì ne giro al core

subitamente tutti i sentimenti per lui soccorrer, che già dal dolore soverchio con fierezza era assalito, laonde ogni valor l'era fuggito.

Da l'altra parte, Palemon s'avea la barba e' crin tutti quanti tagliati e posti sopra Arcita, e sì dicea con sommo pianto: — O iddii spietati,

con altro patto certo mi credea che questi crini vi fosser litati; ma poi nell'are, iddii, non li volete, nelle dolenti esequie li prendete. -

E poi ch'egli ebbe la barba e' capelli così donati, a sé fece venire militari armi con altri gioielli, e tutti su li vi fece salire;

e altre cose assai ancor con quelli care li fur, piangendo, d'offerire e di far ricca la pira dolente, dove giacea il suo caro parente.

Già istrepivan per lo messo foco le prime frondi, e la fiamma pigliava con le sue lingue parte in ogni loco, e ognora più ricca diventava;

e certo in lungo tempo né in poco più ricca pira non si ricordava, che quella fu quivi fatta ad Arcita per lo suppremo onor della sua vita.

Le gemme crepitavano, e l'argento, che ne' gran vasi e negli ornamenti era, si fondea tutto, e ogni vestimento sudava d'oro nella fiamma fiera;

e ciascun legno d'assirio unguento si facea grasso e con maggior lumiera; e' meli ardenti stridivano in esse, con l'altre cose in quelle allora messe.

E le cratere de' vini spumanti e dello scuro sangue, e 'l grazioso candido latte, tututti fumanti sentieno ancora il fuoco poderoso;

e' maggior Greci intorno tutti quanti stavano a Palemon per lo noioso rogo dagli occhi torli, e 'l simigliante stavan le donne ad Emilia davante.

Allora Egeo fé far di cavalieri ischiere sette, di diece per una, armati tutti sopra gran destrieri; e ciascheduno indosso aveva alcuna

sua sopravesta, quale era mestieri di vestirlasi a quella festa bruna; delle quai sette de' Greci maggiori furono allora li conducitori.

E a sinistra man, con tondo giro, tre volte il rogo tutto intorniaro; e la polvere alzata il salir diro delle fiamme piegava, e risonaro

le lance che alle lance si feriro per lo sovente intorniarsi amaro, che quivi si facea intorno intorno, sopra 'l piè presti e sanza alcun sogiorno.

Dieder quelle arme orribile fragore quattro fiate, e altrettante pianto le donne dier con misero dolore e con le palme ripercosse alquanto;

poi, dietro ciascheduno al suo rettore come l'ordine usato dava intanto, sul destro braccio si voltaron tutti, con nuovo giro e con dolore e lutti.

E ciò che essi sopra l'arme aveno forse portato lì per covertura, tututti quanti insieme si traeno, quelle gittando nella calda arsura;

e i cavalli ancora discoprieno di lor coverte e di lor armadura; e così il quarto giro fu fornito per quella gente, come avete udito.

E oltre a questo, chi vi gittò freno, chi lancia, chi iscudo e qual balteo; chi elmo e qual barbuta, e altri pieno di saette turcasso; e chi vi dieo

archi e chi spade, come me' poteno; e qual toraca ancor metter vi feo, chi carri da triunfi e chi cavalli, tanto lor piacque a tutti onor di falli.

Il giorno inverso della notte andava, e Vulcan lasso in ceneri recate le cose avea che ciascun li donava; per che con acque per ciò ordinate

da' Greci il rogo già si soporava, e fine era alle cose, che lasciate appena fur, l'ombre sopravenute: tanto le fecer d'ogni onor compiute!

Egeo vi ritornò il dì seguente, e con pietosa man tutte raccolse le ceneri, da capo prima spente con molto vino, e di terra le tolse,

e in una urna d'oro umilemente le mise, e quella in cari drappi involse e nel tempio di Marte fé guardare, fin ch'altro luogo le potesse dare.

E acciò che l'onor fosse maggiore, molti giuochi vi furono ordinati, ne' quali i re mostrar molto valore; ma intra gli altri nel corso onorati

i primi furono e Ida e Castore, sì come molto in ciò esercitati; costoro adunque di vertute equali, di lor vittoria pari ebber segnali,

perciò che fu a ciaschedun donato per premio del valore un dono caro: ciò fu per uno un caval covertato di nobili coverte, u' si mostraro

da uom, d'ingegno altissimo dotato di Pallade gli onor, quando pigliaro nome novello i Cicropi, e ancora v'era il palude ove pria fé dimora.

Vedeasi ancor le fistule sonare, le quali ella trovò primieramente; poi con Aragne folle disputare, e di Vulcan vi si vedea vincente;

e altre istorie assai, le quai contare non è ben convenevol al presente. Adunque l'Oebalio e 'l Pisano furo onorati di don sì sovrano.

Ma poi nell'unta palestra Teseo per virtù propria meritò l'onore, però ch'al tempo suo me' ch'altro il feo, e ben lo seppe Elena; e per maggiore

gloria li fece lì recare Egeo un bello scudo e di molto valore, nel qual vedeasi Marsia sonando, sé con Appollo nel sonar provando.

Vedeasi appresso superar Fitone, e quindi sotto l'ombre graziose, sopra Parnaso, presso a l'Elicone fonte seder con le nove amorose

Muse e cantar maestrevol canzone; e oltre a queste v'eran molte cose, tutte in onor di Febo, con molto oro, belle a vedere e care per lavoro.

Poi al cesto giucando assai più degno Polluce si mostrò, che avanzato aveva Ameto, pien d'alto disdegno, da Febo male in ogni cosa atato;

onde per la gran forza e per lo 'ngegno il quale aveva ne' giuochi operato, li fé venire Egeo due nappi grandi, per oro cari e per arte ammirandi.

In essi con non poca sottigliezza era scolpito Alcide nella cuna ancor giacente prender con fierezza le serpi a lui mandate e ad ognuna

la morte dare; e quindi la fortezza ch'egli usò nella nemea selva bruna contra 'l fiero leone, e quindi appresso l'altre fatiche sue v'eran con esso.

Ebbevi ancora Evandro molto onore con Sarpedone al desco allor giucando, a cui per merto del suo gran valore uno elmo venne, d'Egeo al comando,

e forte e bello e 'n forma di pastore su vi sedeva Pan iddio sonando, in quella vera forma che gli danno gli Arcadi allor che figurar lo fanno.

Molti altri ancor che con costor giucaro, li quai sarebbe lungo il raccontare, ne' fatti giuochi assai ben si portaro, alli quai tutti fece Egeo donare

solenni doni, onde si contentaro lieti non poco di tale operare, di lor vertù sovente contendendo, l'un dell'altro i difetti riprendendo.

Né ne' giuochi olimpiaci giammai d'ulivo fu ghirlanda conceduta, over ne' fizii delli pennei mai, o d'appio ne' nemei ricevuta,

o di pin negli stimii, ch'ad assai fosse al ricevitor così dovuta, come 'n quel giuoco detto cereale di quercia l'ebbe Agamenon aguale.

Poi fé subitamente Palemone, là dove il rogo d'Arcita era stato, edificar con mira operazione un tempio grande, bello e elevato,

il qual sacrò alla santa Giunone; e in quel volle che 'l cener guardato fosse d'Arcita, in etterna memoria del suo valore e della sua vittoria.

Era il tempio grande, come è detto, e per più cose molto da lodare, nel quale el fece per propio diletto tutti i casi d'Arcita istoriare

e adornar di lavorio perfetto da tal che ottimamente il seppe fare: il quale i Greci rimirando spesso, con giusto cuor pietà avevan d'esso.

El si vedeva lì, nel primo canto, Teseo di Scizia tornar vincitore, e delle donne achive il tristo pianto e le lor voci e lor greve dolore

quasi sentia chi le mirava alquanto, sì fu sovrano e buon l'operatore; e ciascheduna v'era conosciuta da chi l'avesse altra volta veduta.

Vedeasi appresso il sanguinoso Ismeno, e il superbo Asopo, e ciascun lito di corpi morti quasi tutto pieno; e similmente si vedeva il sito

di Tebe qual el fu né più né meno, e' monti ancor donde era circuito, nel quale ancora con superba fronte vi si vedea regnare il gran Creonte.

Né molto poi, li gran duci armati, Teseo con Creonte e la lor gente in gran battaglia insieme mescolati vi si vedeano, e quale era valente

e qual codardo assai bene avvisati eran da chi mirava fisamente; e 'l campo v'era vinto da Teseo, con quanto lì per lui poscia si feo.

E per li monti si vedean fuggire le dolorose madri co' figliuoli; pareanvisi le voci ancor sentire de' lor dolenti e dispietati duoli;

e vedeansi le donne achive gire nell'alte torri, con diversi stuoli, e ardere ogni cosa, poscia ch'esse ebber le corpor nelle fiamme messe,

e quella tutta nel fuoco avampare; poi v'era il campo tutto ricercato da chi dovea cotale uficio fare, nel qual tra gli abbattuti era trovato

Arcita tutto sanguinoso stare, e Palemone ancor presso pigliato, e a Teseo menati per prigioni, perché parevan nobili baroni.

Poi ciascheduno tristo e doloroso al carro avanti a Teseo triunfante vi si vedeva e in atto pensoso; e rimirando un poco più avante,

in prigion si vedeano, e l'amoroso giardino ancora allato loro stante, tutto vestito pel tempo novello di nuove frondi, grazioso e bello.

Nel qual la lieta e bella giovinetta gir si vedeva in su li nuovi albori, e lietamente cantando soletta frondi cogliendo e bellissimi fiori,

e a sé far leggiadra ghirlandetta; e quivi a finestrella gli amadori erano in guisa che chi li mirava diceva che ciascun di loro amava.

Vedeansi poi i lor grevi sospiri e' rotti sonni e l'amorosa vita, e quali e chenti fosser lor martiri; e quivi appresso ancora come Arcita,

da Peritoo con sommi disiri disprigionato, faceva partita; e vedevasi in Corinto arrivare, quindi in Mecena e poi in Egina andare.

Poscia d'Egina ad Attene tornato, e dipartito dallo re Pelleo, e il gran tempio d'Appollo lasciato, vi si vedeva servire a Teseo;

e mentre stette in così fatto stato, ciò ch'el fé v'era, e sì come Penteo dir si faceva, e sì come soletto se n'andava tal volta nel boschetto,

là dove il chiaro rivo il dilettava e 'l venticel che le frondi battea e ciascheduno uccel che lì cantava: e lui dormente tutto si vedea;

e Panfil v'era ancor come ascoltava infra le frasche ciò che el dicea, e riportava ciò a Palemone, signor di lui, ch'ancora era 'n prigione.

Di Panfil poscia v'era la malizia che elli usò, quando fece Alimeto quivi venire, e simil la letizia di Palemon, quando si vedea lieto

fuor di prigion, dov'elli avea dovizia vie più che d'allegrezza, d'amar fleto; e lui armato vedevasi andare nel tempo oscuro ad Arcita trovare.

Poscia vedeasi nel boschetto sceso, che attendeva Arcita ancor dormente; poi come, desto, era fra lor conteso dell'amor della donna pianamente;

poscia ciascuno, di furore acceso, nell'arme si vedeva parimente combatter fieri con aspra battaglia, e come ognun di vincer si travaglia;

là dove Emilia si vedea venuta, che per lo bosco con Teseo cacciando s'andava, né alcuno avea sentuta questa battaglia; e vedeavisi quando

quivi Teseo con parole partuta l'avea, e come con lor ragionando li riconobbe, e il dato partito preso da loro, e poi bene ubidito.

Vedeanvisi le feste de' Dircei, che e' facevan costretti d'amore; e quivi ancora li duci lernei, venir ciascun con sommissimo onore,

vi si vedevano, acciò che colei sola ristesse dell'uno amadore; e poi le 'nsegne a' suoi da ciascun date, e come armati in esse fur mostrate.

Eranvi i templi d'incensi fumanti, e il pigliar di lor prima milizia: poi nel teatro insieme tutti quanti, e di diversi strumenti letizia

vi si vedea, e tutti i lor sembianti, e come la battaglia lor s'inizia; e ciò che poi vi si fé quel giorno tututto v'era di lavoro adorno.

E la gran festa ancor vi si parea, e' sacrifici e 'l chiamato Imeneo ch'allor si fé, quando Arcita prendea pria per isposa davanti a Teseo

Emilia bella; e poi vi si vedea il duol dolente ch'ogni Greco feo nella partita della trista vita, che fé il valoroso e buono Arcita.

E il feretro suo di sopra a' regi con alti pianti si vedea portato, e similmente da tutti gli egregi baron che v'eran da ciaschedun lato;

e 'l lamento de' popoli e collegi che 'nfino in ciel parea fosse ascoltato; poi sopra il rogo si vedeva ardente il corpo ornato molto riccamente.

Sola la sua caduta da cavallo gli uscì di mente né vi fu segnata: credo che' fati voller senza fallo, acciò che mai non fosse ricordata;

ma non poté la gente amenticallo sì nel cor era di ciascuno entrata con greve doglia, sì era in amore di ciascheduno il giovane amadore.

Era 'n tal guisa tututto dipinto il nobil tempio, dentro al quale el pose di sacerdoti numero distinto, li quai le trierterie dolorose,

il dì che Arcita fu da' fati estinto, dovesser celebrar maravigliose; e riccamente il tempio fé dotare e d'ornamenti nobili adornare.

E 'n mezzo d'esso fece prestamente una colonna di marmo pulita drizzar, sopra la qual d'oro lucente una urna fu discretamente sita,

dentro la qual la cenere tepente fece servar del suo amico Arcita; e adornolla di sequenti versi, in guisa tal che ben legger potersi:

«Io servo dentro a me le reverende del buono Arcita ceneri, per cui debito sacrificio qui si rende; e chiunque ama, per esempio lui

pigli, s'amor di soverchio l'accende; perciò che dicer può: “Qual se', io fui; e per Emilia usando il mio valore mori': dunque ti guarda da amore.”».

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