Poi che alquanto il furor di Iunone fu per Tebe distrutta temperato, Marte nella sua fredda regione con le sue Furie insieme s'è tornato;
per che omai con più pio sermone sarà da me di Cupido cantato e delle sue battaglie, il quale io priego che sia presente a ciò che di lui spiego.
Ponga ne' versi miei la sua potenza quale e' la pose ne' cuor de' Tebani imprigionati, sì che differenza non sia da essi alli loro atti insani;
li qua', lontani a degna sofferenza, venir li fero a l'ultimo a le mani, in guisa che a ciascun fu discaro, e a l'un fu di morte caso amaro.
In cotal guisa adunque imprigionati i due Tebani, in supprema tristizia e quasi più che ad altro al pianger dati, del tutto d'ogni futura letizia
dovere aver giammai più disperati, maladicean sovente la malizia dello 'nfortunio loro, e 'l tempo e l'ora ch'al mondo venner bestemmiando ancora,
morte chiamando seco spessamente che gli uccidesse, se fosse valuto. E in istato cotanto dolente presso che l'anno avevan già compiuto,
quando per Vener, nel suo ciel lucente, d'altri sospir dar lor fu proveduto; né prima fu cotal pensiero eletto, che al proposto seguitò l'effetto.
Febo, salendo con li suoi cavalli, del ciel teneva l'umile animale, ch'Europa portò sanza intervalli là dove il nome suo dimora aguale;
e con lui insieme graziosi stalli Venus facea de' passi con che sale, per che il cielo rideva tutto quanto d'Amon, che 'n Pisce dimorava intanto.
Da questa lieta vista delle stelle prendea la terra graziosi effetti, e rivestiva le sue parti belle di nuove erbette e di vaghi fioretti;
e le sue braccia le piante novelle avean di fronde rivestite, e stretti eran dal tempo gli alberi a fiorire e a far frutta e 'l mondo ribellire.
E gli uccelletti ancora i loro amori tututti avean cominciato a cantare, giulivi e gai, nelle frondi e ne' fiori; e gli anima' nol potevan celare,
anzi 'l mostravan con sembianti fori; e' giovinetti lieti, che ad amare eran disposti, sentivan nel core fervente più che mai crescere amore;
quando la bella Emilia giovinetta, a ciò tirata da propria natura non che d'amore alcun fosse constretta, ogni mattina, venuta l'aurora,
in un giardin se n'entrava soletta ch'allato alla sua camera dimora faceva, e 'n giubba e scalza gia cantando amorose canzon, sé diportando.
E questa vita più giorni tenendo la giovinetta semplicetta e bella, con la candida man talor cogliendo d'in su la spina la rosa novella,
e poi con quella più fior congiugnendo al biondo capo fando ghirlandella, avvenne nova casa una mattina per la bellezza di questa fantina.
Un bel mattin ch'ella si fu levata e biondi crin ravolti alla sua testa, discese nel giardin, com'era usata: quivi cantando e faccendosi festa,
con molti for, su l'erbetta assettata, faceva sua ghirlanda lieta e presta, sempre cantando be' versi d'amore con angelica voce e lieto core.
Al suon di quella voce grazioso Arcita si levò, ch'era in prigione allato allato al giardino amoroso, sanza niente dire a Palemone,
e una finestretta disioso aprì per meglio udir quella canzone; e per vedere ancor chi la cantasse, tra' ferri il capo fuori alquanto trasse.
Egli era ancora alquanto il dì scuretto, ché l'orizonte in parte il sol teneva, ma non sì ch'elli con l'occhio ristretto non iscorgesse ciò che lì faceva
la giovinetta con sommo diletto, la quale ancora esso non conosceva; e rimirando lei fisa nel viso, disse fra sé: «Quest'è di paradiso!».
E ritornato dentro pianamente disse: — O Palemon, vieni a vedere: Vener è qui discesa veramente! Non l'odi tu cantar? Deh, se 'n calere
punto ti son, deh, vien qua prestamente! Io credo certo che ti fia in piacere qua giù veder l'angelica bellezza, a noi discesa della somma altezza. -
Levossi Palemon, che già l'udiva con più dolcezza che que' non credea, e con lui insieme alla finestra giva, cheti amenduni, per veder la dea;
la qual come la vide, in voce viva disse: — Per certo questa è Citerea; io non vidi giammai sì bella cosa tanto piacente né sì graziosa. -
Mentre costoro, sospesi e attenti, gli occhi e gli orecchi pur verso colei tenendo fissi facevan contenti, forte maravigliandosi di lei,
e del perduto tempo in lor dolenti passato pria sanza veder costei, Arcita disse: — O Palemon, discerni tu ciò ch'io veggo ne' belli occhi etterni? -
— Che? — li rispose allora Palemone. Arcita disse: — Io veggo in lor colui che già per Danne il padre di Fetone ferì, se io non erro, e in man dui
istral dorati tene, e già l'un pone sovra la corda, e non rimira altrui che me; non so se forse li dispiace ch'io miri questa che tanto mi piace. -
— Certo — rispose Palemone allora — il veggo, ma non so s'ha saettato l'un, ché non ha più che uno in mano ora. - Arcita disse: — Sì, e' m'ha piagato
in guisa tal che di dolor m'acora, se io non son da quella dea atato. - Allora Palemon tutto stordito gridò: — Omè, che l'altro m'ha ferito! -
A quello omè la giovinetta bella si volse destra in su la poppa manca; né prima altrove ch'alla finestrella le corser gli occhi, onde la faccia bianca
per vergogna arrossò, non sappiendo ella chi si fosser color; poi, fatta franca, co' colti fiori in piè si fu levata, e per andarsen si fu inviata.
Né fu nel girsen via sanza pensiero di quello omè, e ben che giovinetta fosse, più che non chiede amore intero, pur seco intese ciò che quello affetta;
e parendole ciò saper per vero d'esser piaciuta, seco si diletta, e più se ne tien bella, e più s'adorna qualora poi a quel giardin ritorna.
Dentro tornaron li due scudieri, poscia che videro Emilia partita; e, stati alquanto con nuovi pensieri, pria cominciò così a dire Arcita:
— Io non so che nel cor quel fiero arcieri m'ha saettato, che mi to' la vita, e sentomi fallire a poco a poco, acceso, lasso! non so in che foco.
E non mi si diparte della mente l'imagine di quella creatura né pensiero ho d'altra cosa niente; sì m'è fissa nel cor la sua figura,
e sì mi sta nell'animo piacente, ch'io mi riputerei somma ventura s'io le piacessi com'ella mi piace; e sanza ciò mai non credo aver pace. -
Palemon disse: — Il simile m'avene che tu racconti, e mai più nol provai; per che io sento al cor novelle pene, tal ch'io non credo si sentisser mai;
e veramente io credo che ci tene quel signore in balia, che già assai volte udi' ricordar, cioè Amore, ladro sottil di ciascun gentil core.
E dicoti che già sua prigionia m'è grave più che quella di Teseo; già più d'affanno nella mente mia sento, ch'io non credea che questo iddeo
donar potesse; e gran nostra follia a quella finestretta far ci feo, quando colei cantava tanto vaga, che già per lei di morte il cor si smaga.
Io mi sento di lei preso e legato, né per me trovo nessuna speranza; anzi mi veggo qui imprigionato e ispogliato d'ogni mia possanza;
dunque che posso far che le sia in grato? Nulla; ma ne morrò sanza fallanza; e or volesse Iddio ch'io fossi morto! Questa mi fora sommo e gran conforto.
Oh, quanto ne sarieno a tal fedita gli argomenti esculapii buoni e sani! il qual dice om che tornerebbe in vita con erbe i lacerati corpi umani.
Ma che dich'io, poi ch'Apollo, sentita cotal saetta, che' sughi mondani tutti conobbe, non seppe vedere medela a sé che potesse valere? -
Così ragionan li due nuovi amanti, e l'un l'altro conforta nel parlare; né san se questa è dea ne' regni santi che sia qua giù venuta ad abitare,
o se donna mondana; e li suoi canti e le bellezze li fan dubitare; per che, ignoranti di chi sì gli ha presi, molto si dolgon, da dolore offesi.
Né escon delle sicule caverne, allora ch'Eol l'apre, sì furenti, ora le basse e ora le superne parti cercando, li rabbiosi venti,
come costor delle parti più interne producean fuor sospiri assai cocenti, ma con picciole voci, perché ancora era la piaga fresca che gli accora.
Continuando adunque il gir costei, sola tal volta e tal con compagnia, nel bel giardino a diporto di lei, nascosamente gli occhi tuttavia
drizzava alla finestra, ove l'omei prima di Palemone udito avia: non che a ciò amor la costrignesse, ma per veder se altri la vedesse.
E se ella vedeva riguardarsi, quasi di ciò non si fosse avveduta, cantando cominciava a dilettarsi in voce dilettevole e arguta;
e su per l'erbe con li passi scarsi fra gli albuscelli, d'umiltà vestuta, donnescamente giva e s'ingegnava di più piacere a chi la riguardava.
Né la recava a ciò pensier d'amore che ella avesse, ma la vanitate, che innata han le femine nel core, di fare altrui veder la lor biltate;
e quasi nude d'ogni altro valore, contente son di quella esser lodate, e per quel di piacer sé ingegnando, pigliano altrui, sé libere servando.
Li due novelli amanti ogni mattino, nello apparir primier dell'aurora levati, rimiravan nel giardino per veder se in quel venuta ancora
fosse colei il cui viso divino oltre ad ogni misura gl'innamora; né di quel loco si potean levare mentre lei nel giardin vedeano stare.
E' si credevan, mirandola bene, saziar l'ardente sete del disio e minor far le lor gravose pene: e essi più dal valoroso iddio
Cupido si stringean nelle catene; e or con lieto aspetto e or con pio si dimostravan rimirando quella, sol per piacere a lei quanto a loro ella.
E come avven che 'l dente del serpente pria lede altrui con picciola morsura, sé dilatando poi subitamente offusca il membro della sua mistura,
poi l'uno a l'altro successivamente, infin che 'l corpo tutto quanto oscura; così costor di dì in dì, mirando, d'amore il fuoco gieno aumentando.
E sì per tutto l'avevan raccolto, che ogni altro pensier dato avea loco e a ciascun già si parea nel volto per le vigilie lunghe e per lo poco
cibo che e' prendean; ma di ciò molto davan la colpa a l'allegrezza e 'l gioco ch'aver soleano, e ora eran prigioni; così coprendo le vere cagioni.
E da' sospiri già a lagrimare eran venuti, e se non fosse stato che 'l loro amor non volean palesare, sovente avrian per angoscia gridato.
E così sa Amore adoperare a cui più per servigio è obligato: colui il sa che tal volta fu preso da lui e da cota' dolori offeso.
Era a costor della memoria uscita l'antica Tebe e 'l loro alto legnaggio, e similmente se n'era partita la 'nfelicità loro, e il dammaggio
ch'avevan ricevuto, e la lor vita ch'era cattiva, e 'l lor grande eretaggio; e dove queste cose esser soleano Emilia solamente vi teneano.
Né era lor troppo sommo disire che Teseo gli traesse di prigione, pensandosi ch'a lor converria gire in esilio in qualch'altra regione,
né più potrebber veder né udire il fior di tutte le donne amazone; ver è ch'uscir di lì per sommo bene disideravano, e starsi in Attene.
Così costor da amor faticati, vedendo questa donna, il loro ardore più leve sostenean; poi ritornati, partita lei, nel lor primo furore,
in lor conforto versi misurati sovente componean, l'alto valore di lei cantando; e in cotale effetto nelli lor mal sentieno alcun diletto.
E non sappiendo ben chi ella fosse ancora, un dì un lor fante chiamaro, al quale Arcita ta' parole mosse: — Deh, dinne per amore, amico caro,
sai tu chi sia colei che dimostrosse l'altrieri a noi, cantando tanto chiaro, in quel giardino? Haila tu mai veduta in altra parte, o è dal ciel venuta?
Il valletto rispose prestamente: — Questa è Emilia, suora alla reina, più ch'altra che nel mondo sia piacente; la qual, perché ancor molto fantina,
al giardin se ne vien sicuramente, sanza fallir giammai, ogni mattina; e canta me' che mai cantasse Appollo, e io l'ho già udita, e così sollo. -
Disser fra lor costoro: — E' dice il vero; ell'è bene essa che n'ha tolto il core e a lei volto ogni nostro pensiero; e ciaschedun di noi albergatore
di pianti e di sospiri e di severo tormento ha fatti e d'ogni altro dolore: con tanta forza sé fa disiare con la bellezza che in lei appare! -
Così li due amanti con sospiri vivevan tutto il giorno discontenti, e vegnente 'l mattino i lor martiri avevan sosta, infin gli occhi lucenti
vedean d'Emilia, che li lor disiri ciaschedun'ora facean più ferventi; e così visser mentre fu la state, con doglia insieme e con soavitate.
Ma poi ch'al mondo tolse la bellezza Libra ch'aveva donata Ariete, li due amanti perder la dolcezza che quietava lor focosa sete,
ciò è vedere la somma chiarezza che gli teneva d'amor nella rete; donde rimaser dolorosi forte, chiamando giorno e notte sempre morte.
Il tempo aveva cambiato sembiante e l'aere piangea tutto guazzoso; secche eran l'erbe e spogliate le piante, e 'l popol d'Eol correa tempestoso
or qua or là nel tristo mondo errante; per che Emilia col viso amoroso, lasciati li giardin, sempre si stava in camera e del tempo non curava.
Allor tornarono i martiri e' pianti, gli aspri tormenti e le noie angosciose in doppio a ciaschedun de' due amanti, e non vedevan né udivan cose
che lor piacesse; e così tutti quanti si consumavano in pene dogliose; e ciaschedun disperar si volea, ma pure in fine se ne ritenea.
Grandi erano i sospiri e il tormento di ciascheduno, e l'esser prigionati vie più che mai faceva discontento ciascun di loro, a tal punto recati;
e ogni giorno lor pareva cento che fosser morti o quindi liberati; e per lor solo e unico conforto Emilia chiamavan, lor diporto.
In questo tempo un nobil giovinetto, chiamato Peritoo, venne a vedere Teseo, suo caro amico; e con diletto un dì si poser parlando a sedere;
e ragionando, a Teseo venne detto de' due Teban li qua' facea tenere imprigionati, Arcita e Palemone, ciaschedun grande e nobile barone.
Allora Peritoo il prese a pregare che li dovesse far veder costoro; per che Teseo per lor fece mandare e li si fé venir sanza dimoro.
Essi eran belli e di nobile affare, e ben parea la gentilezza loro nella forma e nell'abito ch'aveano, posto ch'alquanto scolorati seano.
Era Palemon grande e ben membruto, brunetto alquanto e nello aspetto lieto, con dolce sguardo e nel parlare arguto; ma ne sembianti umile e mansueto,
poi che fu innamorato, divenuto; d'alto intelletto e d'operar secreto, di pel rossetto e assai grazioso, di moto grave e d'ardir copioso.
Arcita era assai grande ma sottile, non di soperchio, e di sembianza lieta; bianco e vermiglio com rosa d'aprile, e' cape' biondi e crespi, e mansueta
statura aveva, e abito gentile; gli occhi avea belli e guardatura queta; ma nel parlar gran coraggio mostrava, e destro e visto assai a chi 'l mirava.
Conobbe Peritoo, nel lor venire, Arcita e 'ncontro li si fu levato, e abbracciollo e caminciolli a dire: — O caro amico, come se tu stato
qui tanto sanza farlomi sentire, ché l'uscir di prigion t'avre' impetrato? Mal grado n'abbi tu, ché ti sta bene d'avere avute queste e maggior pene. -
Poi si rivolse a Teseo, suo amico, dicendo: — Se giammai per mio amore nulla facesti, quel ch'ora ti dico ti priego facci, dolce mio signore,
che questo Arcita, mio compagno antico, facci che di prigione egli esca fore; io ten sarò tutto tempo tenuto, e elli, in ciò che per te fia voluto. -
Teseo rispose: — Dolce amico caro, ciò che tu mi domandi sarà fatto, ma odi come, non ti sia discaro. I' 'l trarrò di prigion con questo patto,
che nel mio regno e' non faccia riparo, né ci venga giammai per nessuno atto; ch'io l'ho disfatto e tenuto in prigione, perch'a dritto di lui ho sospeccione.
S'io cel prendessi, io gli farò tagliare la testa sanza fallo immantanente; però, se vuol cotal patto pigliare, vada dove li piace di presente
per lo tuo amor, che lo mi fai lasciare; ché altramente mai al suo vivente uscito non saria di prigionia, ben lo ti giuro per la fede mia. -
Peritoo disse: — E io vo' ch'elli il faccia e te ringrazio di cotanto dono. - E tosto i ferri da' piè li dislaccia, e libero lui lascia in abandono.
Arcita s'inginocchia e sì l'abraccia, dicendo: — Peritoo, dovunque io sono, son tutto tuo, e ciò ch'io possa fare, sol che ti piaccia a me tuo comandare. -
Poi se n'andò innanzi al gran Teseo, e ginocchion disse: — Nobil signore, se per me cosa incontro a te si feo giammai, perdona per lo tuo onore,
ch'altro per me al ver non si poteo; il danno che m'hai fatto e 'l disinore i' 'l ti perdono, e ti ringrazio assai di questa grazia ch'agual fatta m'hai.
E in che che parte io me ne debba gire, son tutto tuo, quando ti sia in piacere; non men che vita avrò caro il morire per te, pur che ci sia il tuo volere.
A così grande e fervente disire mi pinge Amor, che m'ha nel suo potere, e a te e a' tuoi sì obligato, ch'io sarò sempre tuo in ogni lato. -
Teseo cotal parlar non intendea donde venisse, ma semplicemente di puro cuor le parole prendea; e però fé venir subitamente
nobili doni, e disse li piacea che, oltre a quel ch'è 'ntra lor convenente, e' pigliasse que' doni e glien portasse, e del patto e di que' si ricordasse.
Arcita, a cui niente avea lasciato la misera fortuna, bisognoso ebbe i don di Teseo non poco a grato; e poscia, con uno atto assai pietoso,
piangendo prese da Teseo commiato, e del palagio discese doglioso, pensando al suo esilio che 'l doveva privar di veder ciò che li piaceva.
Ma Palemon, vedendo queste cose, quasi nel cor moriva di dolore per la fortuna sua, che più noiose cose serbava al suo misero core,
e pel compagno suo, al qual gioiose credea novelle del comune amore; e quasi prese nova gelosia di ciò ch'ancor non aveva in balia.
Esso fu rimenato alla prigione, e Perito se ne gì con Arcita e disse: — Caro amico e compagnone, la voglia di Teseo tu l'hai udita;
ben che 'l tempo sia duro e la stagione, e' si pur vuol pensar della partita; ben me ne pesa, e sappi, s'io potessi, non vorrei mai da me ti dividessi.
Io sì ti donerò arme e destrieri di gran valore, belle e ben fornite, per te e anco per li tuo' scudieri; e poi, dove vi piace, ve ne gite;
tu se' di nobil sangue e buon guerrieri, nato di genti valenti e ardite, e non potrai fallire ad alto stato: dove ch'arrivi, e' ti sarà donato. -
Arcita li rispose lagrimando e ringraziollo del proferto onore, e poi li disse: — Bello amico, quando la mia partita è a grado al signore,
io la farò; ma sempre lamentando andrò la mia fortuna con dolore, poi c'ho perduto ciò ch'al mondo avea, e converrà che d'altrui servo stea.
E certo io non conosco a cui servire con maggior fede e con minor fatica io possa ch'a Teseo, che dal morire mi tolse, presso alla mia terra antica;
ma poi non vuol, convemmi intorno gire, né so che farmi e vie men ch'io mi dica. Or foss'io qui rimaso per servente di chi si fosse, e non vi dria niente!
Non sai tu, Peritoo, come l'andare attorno per lo mondo pien d'affanni m'è conceduto? E' ti de' ricordare ch'ancor non son trapassati due anni,
che sei gran re per lo nostro operare fur morti a Tebe, e gravissimi danni n'ebber gli Argivi e popoli altri assai, per che odiati sarén sempre mai.
E oltre a ciò l'iddii ne sono avversi: come tu sai, antica nimistate serva Giunon ver noi, e diè perversi mali a color che passar questa etate;
e noi ancor perseguendo ha somersi, come tu vedi, in infelicitate estrema; e Ercul né Bacco n'aiuta, per che io tengo mia vita perduta. -
Queste parole facea dire Amore; ma Peritoo non le conosceva, sì come que' che non sapea l'ardore che per Emilia dentro l'accendeva;
e però pur con purità di core lui confortava, e spesso li diceva: — Deh, non pensar che ti fallin l'iddii che tu non abbi ancor quel che disii.
Molti altri regni ci ha dove potrai miglior fortuna attender pianamente, così com'io; e tu udito l'hai che del qui rimaner saria niente
il ragionare, e a me parve assai ricever pur quand'io liberamente ti trassi di prigion; sie valoroso, ché Dio non mancò mai a virtuoso. -
Poscia che Arcita, doppio ragionando con Peritoo, sentì che 'l rimanere non avea luogo, in sé stette pensando; e tornandoli a mente che vedere
Emilia non potrebbe, essendo in bando, quasi vicin fu a dir di volere innanzi la prigion che tale esilio, sospignendolo amore a tal cansilio.
Ma la ragion, che subita prevenne alla volontà folle di costui, con tre buoni argomenti appena il tenne, dicendo: «Se tu di' questo ad altrui,
e' non fia detto: “Amore il ci ritenne” ma: “Non credendo sé valer, per lui donato s'è a questa gran viltate, prima ch'abbia voluta libertate”.
E oltre a questo, se di prigion fora se', molte cose potranno avvenire che in istato ti parranno ancora; e se 'n palese non potrai venire
in questa terra, come vorresti, ora, forse altro tempo ci potrai reddire; e se non in palese, almeno ascoso, tanto che veggi il bel viso amoroso.
E se e' fosse tanta tua ventura che 'n altro regno ella si maritasse, non ti sarebbe soperchia sciagura se in prigione allora ti trovasse?
Il che s'avien, con sollecita cura esser potrai là dovunque ella andasse; e posto che sua grazia non acquisti, pur la vedranno almen gli occhi tuoi tristi».
Questi consigli distolser Arcita dal suo sconcio e reo intendimento, e confortassi l'anima invilita, in ciò sperando; e preso il guarnimento
da Perito proferto fé partita, sé offerendo al suo comandamento, dove che fosse, e sé raccomandando, co' suoi scudier se ne gì sospirando.
Da Peritoo partito, se ne gio dov'era Palemone imprigionato, e sì li disse: — Caro amico mio, da te convien che io prenda commiato
e ch'io mi parta, contro al mio disio, sì come fuor bandito e iscacciato; né ci oserò, credo, tornar giammai, ond'io morrò in dolorosi guai.
Io me ne vo, o caro compagnone, con redine a fortuna abandonate, e vorria inanzi certo esta prigione, che isbandito usar mia libertate;
almen vedrei alla nuova stagione colei che ha 'l mio core in potestate, ché mai, partito, vederla non spero, ond'io morrò di doglia, questo è 'l vero.
Io lascio l'alma qui innamorata e fuor di me vagabundo piangendo men vo, né so là dove l'adirata fortuna mi porrà così languendo;
per ch'io ti priego, s'alcuna fiata vedi colei per cu' i' ardo e incendo, che tu le raccomandi pianamente que' che morendo va per lei dolente. -
Mentre 'n tal guisa favellava Arcita, Palemon sempre lagrimava forte, dicendo: — Lassa, trista la mia vita! Perché non mi confonde tosto morte,
acciò che prima della tua partita fosse finita la mia trista sorte? Ché sanza te in doglioso tormento rimango, lasso! tristo e iscontento.
Ma tu, se savio se' sì come suoli, dei di fortuna assai bene sperare e alquanto mancar delli tuoi duoli, pensando ch'assai puoi adoperare,
libero come se' di quel che vuoli, là dove a me conviene ozioso stare: tu vederai andando molte cose ch'alleggeranno tue pene amorose.
Ma io, che sol rimango, a poco a poco verrò mancando come cera ardente; e ben che tal fiata mi dea gioco il riguardare il bel viso piacente,
tutto mi fia uno accender più foco, come a me più non dimorrà presente; ond'io non so omai quel ch'io mi faccia, e par che 'l cuore in corpo mi si sfaccia. -
Così piangean con amari sospiri li due compagni forte innamorati, e parean divenuti due disiri di pianger forte, sì eran bagnati;
per che, tra lor crescendo i lor martiri, da' lor valletti furon rilevati e della lor follia forte ripresi del mostrarsi d'amor cotanto accesi.
Allora i due compagni si levaro per le parole de' loro scudieri, e amenduni stretti s'abracciaro di buono amor e di cuor volontieri;
e poco appresso in bocca si basciaro, e più che prima nel lagrimar fieri, con rotta voce si dissero addio. E così quindi Arcita si partio.
Nulla restava a far più ad Arcita se non di girsen via, e già montato era a caval per far sua dipartita, fra sé dicendo: «O lasso sconsolato!
Sol tanto fosse a Dio cara mia vita ch'io solo un poco il viso dilicato d'Emilia vedessi anzi 'l partire, poi men dolente me ne potrei gire».
Passò i cieli allor quella preghiera, e seguì tosto d'Arcita l'affetto, ché quel giglio novel di primavera sovr'un balcone appoggiata col petto
si venne a star, con una cameriera, mirando il grazioso giovinetto che in esilio dolente n'andava, e compassione alquanto gli portava.
Ma esso dopo il priego alzò il viso, incerto del futuro, e vide allora l'angelico piacer di paradiso; per ch'el disse con seco: «Omai se fora
di qui mi to' fortuna, e' m'è avviso non poter male avere». E quindi ancora la riguardò, dicendo: «Anima mia, piangendo sanza te me ne vo via».
E così detto, per fornir la 'mposta fattoli da Teseo, a cavalcare incominciò; ma dolente si scosta dal suo disio, il qual quanto mirare
poté il mirò, pigliando talor sosta, vista faccenda di sé racconciare; ma non avendo più luogo lo stallo, uscì piangendo d'Attene a cavallo.
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