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1313–1375

LIBRO SETTIMO

Giovanni Boccaccio

Mentre che la fortuna sì menava in Attene le cose in allegrezza, il giorno dato alli due s'appressava; per che con lieta e gran piacevolezza

Teseo i duci, li quali onorava, raunò insieme tutti e la grandezza del teatro mostrò loro, e appresso tutti s'affisser a seder con esso.

Stette Teseo con li venuti regi labdacii nel teatro eminente, co' quali insieme li baroni egregi furono alquanto più umilemente,

e tutti gli altri popoli e collegi nel pian sedettero intentivamente, sì che Teseo potessero udire, che, in piè levato, così prese a dire:

— Signori, io credo che ciascun sentito abbia perché tra li Teban quistione sia nata tale, e ancora 'l partito che io die' loro e non sanza ragione;

però di ciò c'han contro a me fallito né della mia pietà qui far menzione più non intendo, né del loro amore, non conosciuto da chi non l'ha in core.

Ma certo, quand'io loro in pace posi e nelle man di cento e cento diedi l'amor di quella ond'eran sì bramosi, non mi credetti che lance né spiedi

né troppi ferri chiari o rugginosi né gran cavai né grandi uomini a piedi dovesser terminar cotanto foco, ma esser ciò com'un palestral gioco.

E non credetti che tutta Lernea sotto li regi achivi si movesse per sì poca di cosa, anzi credea che ciaschedun de' suoi vassalli avesse

a terminar così fatta mislea, e che con brievi forze li piacesse l'un contra l'altro questo amore avere, lo qual mostra sia lor tanto in piacere.

Ma essi forse credendosi ch'io non conoscessi loro esser potenti, di mostrarlomi lor venne in disio, e voi han fatto qui con vostre genti

venire per pagar d'amore il fio, per cui e' son contra 'l dover ferventi; e io son ben contento che ci siate e che essi abbian lor forze mostrate.

Ma tuttavia la cosa ad altro segno vi priego che mandiate, com diraggio; qui non ha zuffa per acquistar regno o per pigliar perduto ereditaggio,

qui non è tra costor mortale sdegno, qui non si cerca di commesso oltraggio vendetta, ma amore è la cagione, com'ho già detto, di cotal quistione.

Dunque amorosa dee questa battaglia esser, s'io ben discerno, e non odiosa; l'odiose sien di chi mal far travaglia, o di chi n'ha ragion per altra cosa,

o degli aspri Centauri di Tesaglia, i qua' non sanno mai che si sia posa, e non tra noi che, ben che siam creati chi qua chi là, pur d'un sangue siam nati.

E come poria io mai sofferire vedere il sangue larisseo versare e l'un pe' colpi dell'altro morire come al seme di Cadmo piacque fare?

Oggi non è quel tempo né quelle ire; però con lor le lascian dimorare, e noi viviam come inseme dovemo, e leggier per amor ne combattemo.

Chi sarà que' che per sì fatta cosa volesse tanti popoli in periglio porre di gente tanto valorosa quant'io qui veggio? E' saria mal consiglio,

e all'iddii saria molto odiosa veder qui contro al padre uscire il figlio, e ferir l'un contra l'altro parente co' ferri in man nimichevolemente.

Poi ch'a tal fine qui sete adunati, perché vostra venuta invan non sia, secondo che più son da voi amati li due amanti, come ognun disia,

così si tragga, e cento nominati per parte siate, sì come la mia sentenzia diè il dì ch'io li trovai d'affanno, d'ira e d'amor pieni assai.

E acciò ch'odio fra voi non nascesse, le lance più nocive lascerete; sol con le spade o con mazze l'espresse forze di voi contenti proverete;

e le bipenni porti chi volesse, ma altro no: di queste assai avete; e quelli a cui il bene ovrar vittoria darà, s'avrà e la donna e la gloria.

Questo sarà come un giuoco a Marte, li sacrifici del qual celebriamo il giorno dato; e vederassi l'arte di menar l'armi in che c'esercitiamo;

e perciò ch'io giudice, non parte, qui esser debbo dove noi seggiamo, sanza arme i vostri fatti porrò mente; però di ben portarvi aggiate a mente. -

De' nobili e del popolo il romore toccò le stelle, sì fu alto e forte, — L'iddii — dicendo, — servin tal signore che delli amici suoi fugge la morte,

e con pietoso e grazioso amore dà ne' contrasti men gravosa sorte. - E in quel loco, sanza dipartirsi, cento e cento s'elessero e partirsi.

Levossi adunque prima in piedi Arcita e in parte del teatro si trasse; appresso Palemon d'altra partita a fronte disse Teseo se n'andasse,

e ciaschedun della gente lì sita con cui più li piacesse si tirasse. Avea detto, e però immantanente se n'andaro ad Arcita questa gente.

Il primo fu il fiero Agamenone, poi Menelao e Polluce e Castore con la lor gente, e poi Pignaleone; il re Ligurgo e di Pilos Nestore,

e 'l gran Pelleo col popol mirmodone, e 'l tirinzio Cromis di valore, Sicceo e Peritoo ancor vi giro, e Ippodomo e altri più il seguiro.

A Palemone andò Ida pisano, e dopo lui Ulisse e Diomede, e Minòs e' fratelli a mano a mano, e 'l re Evandro, a cui non servar fede

li suoi che 'l fer del suo reame strano gir per lo mondo, come ancor si crede; andovvi di Tesaglia il grande Ameto, e Anchelado, e Niso a lui dirieto.

Così divisi, delli suoi elesse Arcita diece, li qua' caramente pregò che ciascun nove ne prendesse con seco della sua più cara gente,

acciò che cento de' migliori avesse; e essi il fecero assai prestamente, e scritti furo, e agli altri fu detto che buon tempo si desser con diletto.

Il simil fece ancora Palemone; e di buoni uomin si trovar sì pari, ched e' non v'era variazione; e credesi che non ne fosser guari

rimasi al mondo di tal condizione, così gentili e per prodezza pari, quale era quivi l'uno e l'altro cento: di che Teseo fu assai contento.

Adunque, posto sotto grave pena lo stare in pace per cosa ch'avegna a tutti gli altri, Teseo ne li mena seco per via onorevole e degna

per la cittade d'allegrezza piena, dove col padre insiememente regna; e come prima insieme assai contenti li re si stavan tutti e le lor genti.

E posto che l'un l'altro conoscea col qual dovea le sue forze provare, nulla division vi si vedea però in alcuno atto adoperare;

anzi ciascuno quanto più potea a quelli a' qua' doveva incontro andare, con tutto cuor di piacer s'ingegnava; così in ben con festa vi si stava.

Già era il dì al quale il dì seguente combatter si dovea, quando l'iddii Palemone e Arcita umilemente giro a pregare, e con alti pii,

sopra gli altari stando foco ardente, incensi diero, e con sommi disii dier prieghi a tutti che ciascun gli atasse il dì seguente in ciò che bisognasse.

Ma pure Arcita ne' templi di Marte, poscia ch'egli ebbe gli altri visitati e dati fuochi e 'ncensi in ogni parte, si ritornò, e quelli alluminati

più ch'altri assai e con più solenne arte e di liquor sommissimi rorati, con cuor divoto tale orazione a Marte fece con gran divozione:

— O forte Iddio, che ne' regni nevosi bistonii servi le tue sacre case, ne' luoghi al sol nemici e tenebrosi, de' tuoi ingegni piene per quai rase

d'ardir le fronti furo agli orgogliosi fi' della Terra, allor ch'ognun rimase di morte freddo in sul suol per le prove fatte da te e dal tuo padre Giove,

se per alto voler la mia etate e le mie forze meritan che io de' tuoi sia detto, per quella pietate ch'ebbe Nettunno allor che con disio

di Citerea usavi la biltate, rinchiuso da Vulcano, ad ogni iddio fatto palese, umilmente ti priego ch'alli miei prieghi tu non facci niego.

Io son, come tu vedi, giovinetto, e per nuova bellezza tanto Amore sotto sua signoria mi ten distretto, che le mie forze e tutto mio valore

conviene ovrarmi, se io vo' diletto sentir di ciò che più disia il core; e sanza te io son poco possente, anzi più tosto non posso niente.

Dunque m'aiuta per lo santo foco che t'arse già, sì come me arde ora, e nel presente mio palestral gioco con le tue forze nel pugnar m'onora;

certo sì fatto don non mi fia poco, ma sommo bene; adunque qui lavora; s'io son di questa pugna vincitore io il diletto e tu n'abbi l'onore.

I templi tuoi etterni s'orneranno dell'arme del mio vinto compagnone, e ancora le mie vi penderanno, e fiavi disegnata la cagione;

etterni fuochi sempre v'arderanno, e la barba e' miei crin, che offensione di ferro non sentiron, ti prometto, se mi fai vincer come io ho detto. -

Era allor forse Marte in esercizio di chiara far la parte rugginosa del grande suo e orribile ospizio, quando d'Arcita l'Orazion pietosa

pervenne lì per fare il dato ofizio, tututta nello aspetto lagrimosa; la qual divenne di spavento muta, com di Marte ebbe la casa veduta,

ne campi trazii, sotto i cieli iberni, da tempesta continua agitati, dove schiere di nimbi sempiterni da' venti or qua e or là trasmutati

in varii luoghi ne' guazzosi verni, e d'acqua globi per freddo agroppati gittati sono, e neve tuttavia che 'n ghiaccio a mano a man s'indura e cria;

e una selva steril di robusti cerri, dove era, folti e alti molto, nodosi e aspri, rigidi e vetusti, che d'ombra etterna ricuoprono il volto

del tristo suolo, e 'ntra gli antichi fusti di ben mille furor sempre ravolto vi si sentia grandissimo romore, né v'era bestia alcuna né pastore:

in questa vidde la ca' dello dio armipotente, questa edificata tutta d'acciaio splendido e pulio, dal quale era dal sol riverberata

la luce che abborreva il luogo rio; tutta di ferro era la stretta entrata, e le porte eran d'etterno adamante ferrate d'ogni parte tutte quante.

E le colonne di ferro costei vide che l'edificio sosteneno; lì l'Impeti dementi parve a lei veder, che fier fuor della porta uscieno;

e il cieco Peccare, e ogni Omei similemente quivi si vedieno; videvi l'Ire rosse come foco, e la Paura pallidi in quel loco.

E con gli occulti ferri i Tradimenti vide, e le 'nsidie con giusta apparenza; lì Discordia sedea e sanguinenti ferri avea in mano, e ogni Differenza;

e tutti i luoghi pareano strepenti d'aspre Minacce e di Crudele Intenza; e 'n mezzo il loco la Vertù tristissima sedea, di degne lode poverissima.

Videvi ancora l'allegro Furore, e oltre a ciò con volto sanguinoso la Morte armata vide e lo Stupore; e ogni altar quivi era copioso

di sangue, sol nelle battaglie fore de' corpi uman cacciato, e luminoso era ciascun di fuoco tolto a terre arse e disfatte per le triste guerre.

E era il tempio tutto istoriato da sottil mano e di sopra e dintorno; e ciò che pria vi vide disegnato eran le prede, di notte e di giorno

tolte alle terre; e qualunque sforzato fu, era quivi in abito musorno; vedeanvisi le genti incatenate porti di ferro e fortezze spezzate.

Videvi ancor le navi bellatrici, i voti carri e li volti guastati, e i miseri pianti e infelici, e ogni forza con gli aspetti elati;

ogni fedita ancor si vedea lici, e' sangui con le terre mescolati; e in ogni luogo con aspetto fiero si vedea Marte torbido e altiero.

E tal ricetto edificato avea Mulcifero sottil con la sua arte, prima che 'l sol gli avesse Citerea mostrata co' suoi raggi esser con Marte.

Il quale di lontan ciò che volea colei sentì, e seppe di che parte ella venia a lui sollecitare; per che la prese e 'ntese il suo affare.

Udita questa adunque di lontano da Arcita mandata umilemente, sanza più star sen gio a mano a mano là dov'era chiamato occultamente;

né prima i templi il loro iddio sovrano sentiron che tremaron di presente e rugghiar tutte ad una ora le porte: di che Arcita in sé temette forte.

Li fuochi dieron lume vie più chiaro e diè la terra mirabile odore, e' fummiferi incensi si tiraro a l'imagine lì posta ad onore

di Marte, le cui armi risonaro tutte in sé mosse con dolce romore; e segni dierono al mirante Arcita che la sua orazion era esaudita.

Dunque contento il giovinetto stette con isperanza di vittoria avere; né quella notte di quel tempio uscette, anzi la spese tututta in preghiere,

e più segnali in quella ricevette che gli affermaron più le cose vere; ma poscia che li apparve il novo giorno, fecesi armare il giovinetto adorno.

Palemon similmente fatto avea ciaschedun tempio d'Attene fummare, né 'n cielo avea lasciato dio o dea il qual per sé non facesse pregare;

ma sopra tutti gli altri Citerea li piacque più il giorno d'onorare con incensi e con vittime pietose, e nel suo tempio ad adorar si pose.

E fé divoto cotale orazione: — O bella dea, del buon Vulcano sposa, per cui s'allegra il monte Citerone, deh, i' ti priego che mi sii pietosa

per quello amor che portasti ad Adone; e la mia voglia per te amorosa contenta, e fa la mia destra possente doman, per modo ch'io ne sia godente.

Nulla persona sa quanto io amo, niun conosce il mio sommo disio, nullo poria sentir quant'io la bramo, la bella Emilia, donna del cor mio,

cui giorno e notte e sempre e ognor chiamo, se non se tu e 'l tuo figliulo iddio, li qua' sentite dentro quanto amore per lei martira me suo servidore.

Io non poria con parole l'affetto mostrar ch'io ho, né dir quanto io sento; tu sola il ti conosci e al difetto puoi, dea, dar lontan contentamento

e 'l mio penar ritornare in diletto, se tu fai ciò di che io qui attento tanto ti priego, ciò è che io sia in possession di Emilia, donna mia.

Io non ti cheggio in arme aver vittoria per li templi di Marte d'armi ornare; io non ti cheggio di portarne gloria di que' contra de' quai doman provare

mi converrà, né cerco che memoria lontana duri del mio operare; io cerco sola Emilia, la qual puoi donarmi, dea, se donar la mi vuoi.

Il modo trova tu, ch'io non ne curo; o ch'io sia vinto o ch'io sia vincitore m'è poco caro, s'io non son sicuro di possedere il disio del mio amore;

però, o dea, quel che t'è men duro piglia, e sì fa che io ne sia signore; fallo, i' te ne priego, o Citerea, e ciò non mi negare, o somma dea.

Li templi tuoi sarai, sempre onorati da me, sì come degni fermamente, e di mortine spesso incoronati; e ogni tuo altar farò lucente

di fuoco, e sacrifizii fien donati quali a tal dea si deon certamente; e sempre il nome tuo per eccellenza più ch'altro iddio avrò in reverenza.

E se t'è grave ciò ch'io ti domando far, fa che tu nel teatro la spada primaia prendi, e il mio cor forando, costringi che lo spirto for ne vada

con ogni vita, il campo insanguinando; ché cotal morte troppo più m'agrada che non farebbe sanza lei la vita, vedendola non mia, ma sì d'Arcita. -

Come d'Arcita Marte l'orazione cercò, così a Venere pietosa se n'andò sopra 'l monte Citerone quella di Palemon, dove si posa

di Citerea il tempio e la magione fra altissimi pini alquanto ombrosa; alla quale appressandosi, Vaghezza la prima fu che vide in quell'altezza.

Con la quale oltre andando, vide quello ad ogni vista soave e ameno, in guisa d'un giardin fronzuto e bello e di piante verdissime ripieno,

d'erbette fresche e d'ogni fior novello, e fonti vide chiare vi surgeno, e intra l'altre piante onde abondava, mortine più che altro le sembiava.

Quivi sentì pe' rami dolcemente quasi d'ogni maniera uccei cantare, e sovra quelli ancor similemente li vide con diletto i nidi fare;

poscia fra l'erbe fresche prestamente vide conigli in qua e 'n là andare, e timidetti cervi e cavriuoli e altri molti varii bestiuoli.

Similemente quivi ogni strumento le parve udire e dilettoso canto; onde passando con passo non lento e rimirando, in sé sospesa alquanto,

dell'alto loco e del bello ornamento ripieno il vide quasi in ogni canto di spiritei, che qua e là volando gieno a lor posta; a' quali essa guardando,

tra gli albuscelli, ad una fonte allato, vide Cupido fabricar saette, avendo alli suoi piè l'arco posato, le quai sua figlia Voluttà selette

nell'onde temperava; e assettato con lor s'era Ozio, il quale ella vedette che con Memoria poi l'aste ferrava de' ferri ch'ella prima temperava.

Poi vide in quel passando Leggiadria con Addornezza e Affabilitate, e la smarrita in tutto Cortesia; e vide l'Arti c'hanno potestate

di fare altrui a forza far follia, nel loro aspetto molto sfigurate da l'imagine nostra; e Van Diletto con Gentilezza vide star soletto.

Poi presso a sé vide passar Bellezza sanza ornamento alcun, sé riguardando; e gir con lei vide Piacevolezza, e l'una e l'altra seco commendando;

poi con lor vide starsi Giovanezza destra e adorna, molto festeggiando; e d'altra parte vide il folle Ardire, Lusinghe e Ruffiania insieme gire.

E 'n mezzo il luogo in su alte colonne di rame un tempio vide, al qual dintorno danzando giovinetti vide e donne, qual da sé bella e qual d'abito adorno,

discinte, scalze, in capelli e in gonne. e in ciò sol dispendevano il giorno; poi sopra 'l tempio vide volitare passere molte e colombi ruccare.

E all'entrata del tempio vicina vide che si sedeva pianamente madonna Pace, e in mano una cortina 'nanzi alla porta tenea lievemente;

appresso a lei, in vista assai tapina, Pazienza sedea discretamente, palida nello aspetto; e d'ogni parte dintorno a lei vide Promesse e Arte.

Poi dentro al tempio entrata, di Sospiri vi sentì un tumulto che girava focoso tutto di caldi Disiri; questo gli altari tutti alluminava

di nuove fiamme nate di Martiri, de' quai ciascun di lagrime grondava mosse da una donna cruda e ria, che vide lì, chiamata Gelosia.

E in quel vide Priapo tenere più sommo luogo, in abito tal quale chiunque il volle la notte vedere poté, quando ragghiando l'animale

più pigro destò Vesta, che 'n calere non poco gli era e 'nver di cui cotale andava; e simil per lo tempio grande di fior diversi assai vide ghirlande.

Quivi molti archi a' cori di Diana vide appiccati e rotti, intra' quali era quel di Calisto, fatta tramontana Orsa; e le pome v'eran della fiera

Atalanta che 'n correr fu sovrana, e ancor l'arme di quell'altra altiera che partorì il bel Partenopeo, nepote al calidonio Oeneo.

Videvi istorie per tutto dipinte, intra le quai, con più alto lavoro, della sposa di Nin vide distinte l'opere tutte; e vide a piè del moro

Piramo e Tisbe, e già le gelse tinte; e il grande Ercul vide tra costoro in grembo a Iole, e Biblis dolorosa andar pregando Cauno pietosa.

Ma non vedendo Vener, le fu detto, né conobbe da cui: — In più secreta parte del tempio si sta a diletto; se tu la vuo', per quella porta cheta

te n'entra. — Ond'essa sanz'altro rispetto, in abito quale era mansueta, là s'appressò per entrar dentro ad essa, per l'ambasciata fare a lei commessa.

Ma essa lì nel suo primo venire trovò Ricchezza la porta guardare, la qual le parve assai da reverire; e lasciata da lei quiv'entro entrare,

il luogo vide oscur nel primo gire; ma poca luce poscia per lo stare vi prese, e vide lei nuda giacere sopr'un gran letto assai bello a vedere.

Ella avea d'oro i crini e rilegati intorno al capo sanza treccia alcuna; il suo viso era tal, che' più lodati hanno a rispetto bellezza nessuna;

le braccia e 'l petto e' pomi rilevati si vedean tutti, e l'altra parte d'una veste tanto sottil si ricopria, che quasi nulla appena nascondia.

Oliva il luogo di ben mille odori; dall'un de' lati Bacco le sedea, da l'altro Ceres con li suoi savori; e essa seco per la man tenea

Lascivia e 'l pomo il quale, alle sorori prelata, vinse nella valle idea. E tutto ciò veduto, porse il priego, il qual fu conceduto sanza niego.

Di Palemon le voci adunque udite, subito gì la dea ove chiamata era, per che allora fur sentite diverse cose en la casa sacrata,

e sì ne nacque in ciel novella lite intra Venere e Marte; ma trovata da lor fu via con maestrevol arte di far contenti i prieghi d'ogni parte.

Stettesi adunque, mentre il mondo chiuso tenne Appollo di luce, Palemone dentro dal tempio sagrato rinchiuso continuo in divota orazione,

sì come forse in quel tempo era in uso a chi doveva far mutazione d'abito scuderesco in cavaliere, come e' doveva che era scudiere.

E certo li predetti innamorati per lor piacevolezza in generale da tutti gli Atteniesi erano amati; per che l'iddii da ciascun con equale

animo furon tututti pregati che li guardasser d'angoscia e di male, e ciascheduno in modo contentasse che di lor nullo mai si biasimasse.

Fra gli altri che all'iddii sacrificaro, fu l'una Emilia più divotamente; la qual, sentendo quanto ciascun caro era de' due amanti alla sua gente,

non sofferse il suo cuor d'esser avaro di porger prieghi a Diana possente, in servigio di que' ch'amavan lei più che gli uomini in terra o 'n cielo i dei.

E le serventi sue tutte chiamate, co' corni pien d'offerte ragunare le fé davanti a sé e disse: — Andate, fate di Diana li templi mondare,

e le veste e' liquor m'aparecchiate e l'altre cose da sacrificare. - Elle n'andaro, e essa, in compagnia di molte donne onesta, là seguia.

Fu mondo il tempio e di bei drappi ornato, al quale ella pervenne, e quivi presto tutto trovò ch'ella avea comandato; e poi in loco a poche manifesto,

di fontano liquore il dilicato corpo lavossi, e poi, fornito questo, di bianchissima porpora vestissi, e' biondi crin dalli veli scoprissi.

Quinci scoperse la sacra figura di quella dea cui ella più amava, e con la bianca man la fece pura, se forse alcuna nebula vi stava;

poi senza avere in sé nulla paura sovra l'altar soave la posava, e quindi, di mirifici liquori rorando, il tempio riempié d'odori.

E coronò di quercia cereale, fatta venire assai pietosamente, tututto il tempio e 'l suo capo altrettale; poi fatto il grasso pin minutamente

spezzare a' servi, con misura equale sopra l'altare, molto reverente due roghi fece di simil grossezza, né ebbe l'un più che l'altro d'altezza.

Quindi con pia man v'accese il foco; e quel di vino e di latte inaffiato per tre fiate temperò un poco; e poi lo 'ncenso preso e seminato

sopra di quello, riempié il loco di fummo assai soave in ogni lato; e poi si fé più tortole recare, e 'l sangue lor sopra 'l foco sprizzare.

E molte bianche agnellette bidenti, elette al modo antico e isvenate, si fé recare avanti alle sue genti; e tratti loro i cuori e le curate,

ancor li caldi spiriti battenti, sopra gli accesi fuochi l'ha posate; e cominciò pietosa nello aspetto così a dir come appresso fia detto:

— O dea a cui la terra, il cielo e 'l mare e' regni di Pluton son manifesti qualor ti piace di que' visitare, prendi li miei olocausti modesti

in quella forma che io gli so fare; ben so se' degna di maggior che questi, ma qui al più innanzi non sapere supplisca, dea, lo mio buon volere. -

E questo detto, tacque tanto ch'ella vide ogni parte delli roghi accesa; poi dinanzi a Diana la donzella s'inginocchiò e, da pietate offesa,

di lagrime bagnò la faccia bella, la quale inver la dea avea distesa; quindi chinata stette assai pensosa, poi la drizzò tututta lagrimosa;

e cominciò con rotta voce a dire: — O casta dea, de' boschi lustratrice, la qual ti fai a vergini seguire, e se' delle tue ire vengiatrice,

sì come Atteon poté sentire, allora ch'el più giovin che felice, dalla tua ira ma non dal tuo nervo percosso, lasso!, si mutò in cervo,

odi le voci mie, s'io ne son degna, e quelle per la tua gran deitate triforme priego che tu le sostegna; e se e' non ti fia difficultate,

a lor donar perfezion t'ingegna, se mai ti punse il casto cor pietate per vergine nessuna che pregasse over che grazia a te adomandasse.

Io sono ancora delle tue schiere vergine, assai più atta a la faretra e a' boschi cercar che a piacere per amore a marito; e se s'aretra

la tua memoria, bene ancor sapere dei quanto fosse più duro che petra nostro voler contra Venere sciolta, cui più che ragion segue voglia stolta.

Per che se 'l mio migliore è che' tuoi cori seguiti ancora vergin giovinetta, attuta gli aspri e focosi vapori ch'accendono il disio, che sì m'affetta,

de' giovinetti di me amadori, di cui gioia d'amor ciascuno aspetta; e di lor guerra tra lor metti pace, ché certo molto, e tu il sai, mi dispiace.

E se' fati pur m'hanno riservata a giunonica legge sottostare, tu mi dei certo aver per iscusata, né dei però li miei prieghi schifare;

e vedi ch'ad altrui son suggiugata, e quel che i piace, a me convien di fare; dunque m'aiuta e li miei prieghi ascolta, s'io ne son degna, dea, questa volta.

Coloro i qua' per me ne' ferri aguti doman non savi s'avilupperanno, caramente ti priego che gli aiuti; e' pianti miei, li quai d'ogni lor danno

per merito d'amor sarien renduti, ti priego cessi, e facci il loro affanno volvere in dolce pace o in altra cosa ch'alla lor fama sia più gloriosa.

E se l'iddii forse hanno già disposto con etterna parola che e' sia da lor seguito ciò c'hanno proposto, fa che e' venga nelle braccia mia

colui a cui più col voler m'acosto e che con più fermezza mi disia, ché io nol so in me stessa nomare, tanto ciascun piacevole mi pare.

E basti a l'altro la vergogna sola, sanza altro danno, d'avermi perduta; e, se licita m'è questa parola, fa che da me, o dea, sia conosciuta

in queste fiamme il cui incenso vola a la tua deità, da cui tenuta sarò; che per Arcita ci si pone l'una, e l'altra poi per Palemone.

Almen s'adatterà l'anima trista a men sospir per la parte perdente, e più leggiera sosterrà la vista quando il vedrò del teatro fuggente,

e la mia volontà, ch'è ora mista, dell'una parte si farà parente; l'altra con più forte animo fuggire vedrà sappiendo ciò che dee venire. -

I fuochi ardean mentre Emilia pregava, dando soave odor nel tempio adorno, ne' quali Emilia tuttora mirava, quasi per quelli sanza alcun sogiorno

veder dovesse ciò che disiava, quando di Diana il cor l'apparve intorno infaretrato, e disser: — Giovinetta, tosto vedrai ciò che per te s'aspetta;

e già nel ciel tra l'iddii è fermato che tu sii sposa dell'un di costoro, e Diana n'è lieta, ma celato poco ti sia qual debbia esser di loro,

se ben da te nel tempio fia mirato ciò che averrà non fuor di questo coro; però intenta inver gli altar rimira e vedrai ciò che il tuo cor disira. -

E questo detto, sonar le saette della faretra di Diana bella, e l'arco per sé mossesi, né stette più nulla lì di quelle, ma isnella

ciascuna a' boschi ginne onde venette. Fremiro i cani, e il corno di quella si sentì mormorar, laonde segni Emilia prese che' prieghi eran degni.

La giovinetta le lagrime spinse dagli occhi belli, e dimorando attenta più ver lo foco le luci sospinse; né stette guari che l'una fu spenta,

poi per sé si raccese, e l'altra tinse e tal divenne qual talor diventa quella del solfo, e, le punte menando, in qua in là gia forte mormorando.

E parean sangue gli accesi tizzoni, da' capi spenti tututti gemendo lagrime tai, che spegnieno i carboni; le quali cose Emilia vedendo,

gli atti non prese né le condizioni debitamente del fuoco, che ardendo si spense prima e poscia si raccese, ma sol di ciò quel che le piacque intese.

E così nella camera dubbiosa si ritornò com'ella n'era uscita, ben che dicesse aver veduta cosa che le mostrava sua futura vita.

Ella passò quella notte angosciosa infin che ogni stella fu fuggita, poi si levò e rifecesi bella più che non fu mai matutina stella.

Il ciel tutte le stelle ancor mostrava, ben che Febea già palida fosse, e l'orizonte tutto biancheggiava nell'oriente, e eransi già mosse

l'ore, e col carro in cui la luce stava giungevano i cavai, vedendo rosse le membra del celeste bue levato, dall'amica Titonia accompagnato;

per che ne' templi armati i due amanti li lor compagni quivi convocaro, e i fatti futuri tutti quanti, dico del giorno, tra sé ordinaro,

e qua' fosser di dietro e qua' davanti alla battaglia ancora stanziaro; poscia con loro armati se n'usciro de' templi e 'nverso Teseo se ne giro.

Il gran Teseo, dagli alti sonni tolto, ancor le ricche camere tenea del suo palagio, en la cui corte molto di popol cittadin vi si vedea;

il qual vi s'era per veder raccolto che modo per li due vi si tenea di ciò che e' doveano il giorno fare, per Emilia la bella conquistare.

Quivi destrier grandissimi vediensi con selle ricche d'ariento e d'oro, e ispumanti li lor fren rodiensi, tenuti da chi guardia avea di loro;

ringhiare e anitrir spesso sentiensi, qual per amor, qual per odio tra loro; e l'uno in qua e l'altro in là andava di tali a piè, e alcun cavalcava.

Vedeanvisi venire i gran baroni, di robe strane e varie addobbati, e intra tutti eran varie quistioni; qui tre, là quatro, e lì sei adunati,

tra lor mostrando diverse ragioni di qual credevan dell'innamorati che rimanesse il dì vittorioso, faccendo un mormorar tumultuoso.

L'aula grande d'alti cavalieri tutta era piena e di diversa gente; quivi aveva giullari e ministrieri di diversi atti copiosamente,

girfalchi, astor, falconi e isparvieri, bracchi, levrieri e mastin veramente su per le stanghe e in terra a giacere, assai a' cuor gentil belli a vedere.

Tra queste genti magnifico molto uscì Teseo con real vestimento, ov'è con somma reverenza accolto; e e' con alto e visto portamento

tutti li vide assai con lieto volto, e domandò se ancora i duecento eran venuti; a cui e' fu risposto: — No, signor mio, ma e' verranno tosto. -

In questa venner, non per un cammino, quasi in un punto, li due gran Tebani; e qual, qualora a Libero divino fa sacrificio ne' luoghi montani

la dircea plebe, s'ode infino al chino di quai vi son li vallon più sottani, di voci e d'altri suoni e di romore, tal s'udì quivi allora e non minore.

Essi, ciascun co' suoi, tratti da parte, aspettaron Teseo, che prestamente venuto, inverso del tempio di Marte con lor n'andò, e là pietosamente

diè sacrificio e con senno e con arte; poscia levato, sanza star niente, sopra 'l gran soglio della porta venne e lì fermato i suoi passi ritenne.

E sanza star, con non piccolo onore, cinse le spade alli due scudieri; e ad Arcita Polluce e Castore calzar d'oro li sproni e volontieri,

e Diomede e Ulisse di core calzarli a Palemone, e cavalieri amendun furono allora novelli l'innamorati teban damigelli.

E ciascheduno sotto una bandiera d'un segnal qual li piacque con sue genti si ragunò, e con faccia sincera gir per la terra visti e apparenti;

e già del cielo al terzo salito era Febo co' suo' cavai fieri e correnti, quando per loro al teatro fu giunto quasi ch'a uno medesimo punto.

E ben che non avesser ancor vista di sé alcuna in quel loco, pensando per che venieno e ciò che vi s'acquista, e l'un dell'altro le trombe sonando

udendo, e 'l grido della gente mista che or l'uno or l'altro gien favoreggiando, quasi dubbiando, dentro al cor sentiro subitamente men caldo disiro.

E ciaschedun per sé divenne tale, qual ne' getuli boschi il cacciatore, a' rotti balzi accostatosi, il quale il leon, mosso per lungo romore,

aspetta e ferma in sé l'animo equale, e nella faccia giela per tremore, premendo i teli con forza sudanti, e li suoi passi trieman tutti quanti;

né sa chi venga né quale e' si sia, ma di fremente orribili segni riceve nella mente, che disia di non avere a ciò tesi l'ingegni;

e 'l mormorar che sente tuttavia, con cieca cura in sé par che disegni, per quel talora sua tema alleggiando, e ancora tal volta più gravando.

Poco era fuori della terra sito il teatro ritondo, che girava un miglio, che non era meno un dito, del quale il mur marmoreo si levava

inverso il ciel sì alto, con pulito lavor, che quasi l'occhio si stancava a rimirarlo, e avea due entrate con forti porte assai ben lavorate.

Delle quai, l'una inverso il sol nascente sovra colonne grandi era voltata, l'altra mirava inverso l'occidente, come la prima apunto lavorata;

per queste entrava là entro ogni gente: d'altronde no, ché non v'aveva entrata; nel mezzo aveva un pian ritondo a sesta, di spazio grande ad ogni somma festa,

dal quale scale in cerchio si moveno, e cre' che in più di cinquecento giri infino all'alto del muro salieno, con gradi larghi, per petrina miri;

sopra li quali le genti sedeno a rimirare gli arenarii diri o altri che facesser alcun gioco, sanza impedir l'un l'altro in nessun loco.

Al qual davanti era venuto Egeo con pompa grande per voler vedere; e similmente v'era già Teseo, che per fuggire scandal me' potere,

del teatro le porte guardar feo da molti, che là entro forestiere o cittadin con arme non entrasse: sanza esse chi volesse sì v'andasse.

A questo tutti i popoli lernei, poscia che' lor maggiori ebber lasciati, sen venner, tanti che dir nol potrei, benché v'entrasser tutti disarmati;

e come avean li lor con li Dircei veduti, così s'eran separati, tenendo l'un la parte del ponente, e l'altra incontro tenea l'oriente.

Vennervi i citadini e tutte quante le belle donne, realmente ornate, e qual per l'uno e qual per l'altro amante prieghi porgeva, e, così adunate,

dopo tututte con lieto sembiante Ipolita vi venne, in veritate più ch'altra bella, e Emilia con lei, a rimirar non men vaga che lei.

Venuti adunque li due campioni armati di tutte arme, in esso entraro; e ciaschedun co' suoi decurioni l'un dopo l'altro assai ben si mostraro,

seguendo li già detti lor pennoni, come ne' templi è detto ch'ordinaro; e dalla porta donde Euro soffia, Arcita entrò con tutta sua parroffia,

tale a veder qual tra giovenchi giunge non armati di corna il fier leone libico, e affamato i denti munge con la sua lingua e aguzza l'unghione,

e col capo alto, quale innanzi punge, l'occhio girando, fa dilibrazione; e sì negli atti si mostra rabbioso, ch'ogni giovenco fa di sé dottoso.

Egli era inanzi in su un gran destriere a tutti i suoi tutto quanto soletto; e ben mostrava ardito cavaliere, sì feroce veniva nello aspetto,

quando attraverso e innanzi e arriere gia senza posa il buon cavallo eletto; e elli aveva lo scudo imbracciato, e il forte elmo in testa ben legato.

Appresso gli era col pennone in mano il forte Dria montato da vantaggio, di cuore ardito e di poder sovrano; il qual seguiva il nobil baronaggio,

e il primo era Agamenon spartano e 'l secondo Pelleo nobile e saggio, Ligurgo il terzo e 'l quarto era Castore, Menelao il quinto e 'l sesto Nestore;

poi Peritoo e Cromis virilmente, e Ippodamo e poi Pigmaleone, ciascun co' nove suoi arditamente; e in quel preser quella porzione

che giustamente lor fu contingente; ma d'altra parte entrò poi Palemone, fiero e ardito, il cavallo spronando, negli atti bene il suo valor mostrando.

Qual per lo bosco il cinghiar ruvinoso, poi c'ha di dietro a sé sentiti i cani, con le sete levate e isquamoso, or qua or là per viottoli strani

rugghiando va fuggendo furioso, rami rompendo e schiantando silvani, cotale entrò mirabilmente armato Palemon quivi da ciascun mirato.

Il qual col segno in man Panto seguia, e dopo lui Minòs, fiero a guardare, e co' suoi Niso di dietro li gia; poi Sarpedon e Ida seguitare

e Radamanto, appresso il qual venia Evandro re, poté ciascun mirare; Anchelado e Ameto vi si vede, e dietro a tutti Ulisse e Diomede.

E come già aveva fatto Arcita, così e Palemon co' suoi si trasse e del teatro tenne una partita, solo aspettando che 'l segno sonasse;

ma guardando Teseo la gente ardita, comandò che giammai non si trombasse, se nol dicesse, lor fiso mirando, ciascun per sé e tututti lodando.

Mentre così mansueta la cosa si stava attesa dalli circustanti, Arcita sotto l'elmo l'amorosa vista levò, e quasi a sé davanti

vide colei che a tanto perigliosa battaglia gli metteva tutti quanti; e, sotto l'elmo sospirando molto, così parlava con levato volto:

«Ahi, bella donna, più degna di Giove che d'uom terren, se moglie non avesse, e degno guiderdon di maggior prove che qualunque Ercul al mondo facesse,

o qual pur fu più forte iddio là dove bisogno fu la rabbia s'abbattesse de' perfidi giganti, ch'agognaro il ciel donde venisti, o lume chiaro;

tu se' bellezza ineffabile tale, che 'l mondo mai non vide simigliante, né credo che il ciel n'abbia altra equale a te, che vinci Titan luminante

di lungo andar di splendor naturale e con lui insieme l'altre luci sante; se' di virtù fontana e d'onestate di leggiadria esemplo e d'umiltate.

Non isdegnare adunque il mio amore, ch'a combatter per te fiero m'induce; ma con preghiere lo sommo Fattore, che creò te e ciascuna altra luce,

tenta per me e per lo mio onore; il fin del qual più là non si conduce, che per premio poterti possedere e me per tuo in etterno tenere.

E' non saprebbe, posto che volesse, tornare indietro, bella donna e cara, cosa che la tua bocca li chiedesse; dunque non m'esser de' tuoi prieghi avara,

alli qua' domandar, se io potesse, sanza fallo verria; ma tu che rara savia tra l'altre se', conoscer puoi ciò ch'i' domando, tacend'io, se vuoi.

E ciò che è con prieghi domandato, donna, non è soverchio da gradire, però che par venduto e non donato; adunque, poi che sai il mio disire,

che di te fui pria ch'altro innamorato, sanza aprirtel, provedi al mio languire e fammi lieto di sì fatto dono, ché vaglio sol perciò che di te sono».

In cotai prieghi tacito si stava Arcita, e gli occhi non partia da quella; e Palemon, ch'ancora la mirava, quasi con questa medesma favella

tacito sotto l'elmo ragionava, quasi dea fosse quella damigella; e così stando fuor di sé ciascuno, de' suon della battaglia sonò l'uno.

E quale è que' che dal sonno disciolto si leva su di subito stordito e qua e là va rivolgendo il volto per conoscer che è quel c'ha sentito,

così ciascun di loro, in sé raccolto, del pensier fuori si fu risentito, e del combatter ritornò il furore per lo già conosciuto trombatore.

Levossi allor Teseo, e con la mano silenzio pose al molto mormorare che nel teatro i popoli faciano, e sanza troppo lungo dimorare

del loco dove stava scese al piano, largo alle genti faccendosi fare, e qui alquanto stette fermo in piede; seco pensando giudica e provede.

Esso li fece avanti sé venire, ciascun con parte delli suoi armati, e lor le condizion fé referire a le quai s'eran davanti obligati;

e poi v'agiunse, cominciando a dire: — Signor, que' che di voi saran pigliati, l'arme per mio comando lasceranno, e staranno a veder se e' vorranno.

E qual, forse per caso fortunoso o per altra cagion, di fuori uscisse del teatro, da ora non sia oso che più nella battaglia rivenisse;

della qual chi sarà vittorioso avrà la donna, e l'altro ciò che disse la mia prima sentenza. Adunque andate e valorosamente vi portate. -

Poi questo detto, il secondo sonare fece Teseo sanza tardar niente; laonde Arcita cominciò a parlare in cotal guisa, volto alla sua gente:

— Signor, che sete in così dubbio affare per me venuti com'è il presente, poco conforto di parole a voi credo ch'abbiate bisogno da noi.

Ma tuttavia, per una antica usanza servar, m'ascolterete, se vi piace: in voi è ferma la mia speranza, in voi la vita e la mia morte giace,

in voi la pena e la mia dilettanza, in voi è la mia guerra e la mia pace, in voi sta e nel vostro potere quanto di bene o male io posso avere.

Dunque, per Dio, la vostra virtute oggi si mostri davanti a Teseo, acciò ch'io prenda di quella salute che è il fin che qui venir vi feo;

non risparmiate le vostre ferute, né la morte, al bisogno, per Penteo, il qual da morte a vita recherete e per vostro in etterno il comperrete.

Poi potete veder ch'i' ho ragione di tal battaglia; onde avremo il favore del forte Marte en la nostra quistione, e 'l cor mi dice io sarò vincitore,

però ch'io volli già con Palemone participare amando questo amore con pace, e e' non volle; ond'io son certo che dall'iddii n'avrà debito merto.

E se non m'ingannaron le calde are del nostro grande iddio armipotente, ier, quando a lui andai sacrificare, sanza dubbio niun sarò vincente;

ma se 'l contrario ne dovesse fare per ira concreata iustamente, sopra la testa mia priego che caggia, anzi ch'alcun di voi nessun mal n'aggia.

Ma io non sento averla meritata, sì che pur ben mi promette speranza insieme con vittoria, ch'acquistata mi fia non già per mia poca possanza,

ma per la vostra grande e onorata fama, che 'n ciò mi dà ferma fidanza; e dello affanno me per vostro avrete, se ben pugnando per forza vincete.

E ben ch'i' non sia premio a tanto affanno, né per me vi movesse amor né fede a sostenere il già offerto danno, ricordivi di cui voi sete erede

e qual sia il nome che' vostri primi hanno, se alla prisca fama nessun crede, e chi voi sete ancora vi pensate: poi com vi piace, così operate.

Hanno l'iddii in mezzo a questo prato posto della vertù per premio onore, se più v'agrada ch'io ne sia levato ch'ancor vi son legato da amore;

e ben sappiate, e' non fia repugnato da gente vile e sanza alcun valore, ma ben da tali chenti noi qui siamo, o miglior forse convien che l'abbiamo.

Li qua' se voi vincete, maggior gloria ne fia che non saria di gente vile; ella sarà di lor doppia vittoria quella che d'essi avrem, non gente umile;

e la crescente fama con memoria etterna a' successor con dritto stile ci renderà, e sarenne lodati da tai ch'ancor non sono ingenerati.

Dunque di voi vi ricordi, per Dio! E se ne fu niun mai inamorato, dimostri qui chente avesse il disio; voi non avete con duplificato

popolo a ricercar di Marte il fio, anzi è, come sapete, appareggiato di numero con voi, e voi il sapete, e tutti a voi davanti li vedete.

Pensate ancora quanti riguardanti e che persone sono in questo loco; voi li vedete tutti a voi davanti, però, come volete, o molto o poco

adoperate omai, ché cotai vanti avrà la fiamma chente fia il foco; priegovi pur quant'io posso di bene, però che male a voi non si convene. -

Egli era tale a veder nello aspetto quando parlava, qual nel cielo avverso è da mane o da sera nuvoletto al sol: con parlare alto, assai diverso

dal suo usato, e 'n su le strieve eretto, con l'una man reggea 'l caval perverso, ch'anitrendo era sanza alcuna posa, l'altra la spada nel foder ascosa.

Elli avea detto; e Palemone ancora con alte voci li suoi invitava a grandi onori, e a ben far l'incora quanto poteva, e molto glien pregava:

laonde l'una parte e l'altra allora sì per lo dir de' due incoraggiava, ch'appena suon volevano aspettare, tanto disio avean d'avanti andare.

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