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1313–1375

LIBRO SESTO

Giovanni Boccaccio

L'alta ministra del mondo Fortuna con volubile moto permutando di questo in quel più volte ciascheduna cosa togliendo e tal volta donando,

or mostrandosi chiara e ora bruna secondo le pareva e come e quando, avea co' suoi effetti a' due Tebani mostrato ciò che può ne' ben mondani.

Però che con lei lieta furon nati e allevati, e già mutato il viso avea quando nel campo fur pigliati; indi da lor ciascun suo ben diviso

avendo, li lasciò isconsolati e in prigion fuor d'ogni lieto avviso; poi l'un ne trasse e quasi a lieta vita l'avea recato, e questi fu Arcita.

L'altro che poi, com'ella volle, fore se n'era uscito ancor, mis'ella in esso con matto imaginare un tal furore, che sé col primo quasi ebbe rimesso

d'acquistata salute in gran dolore; alla qual cosa essendo assai appresso e ben credendo ciò, com'ella volse, Teseo lor perdonò e li raccolse.

Né solamente li mise in speranza di posseder quel che ciascuno amava, ma oltre a ciò, sanza alcuna mancanza, quel che ciascuno in pria signoreggiava,

com'è detto, rendé, sì ch'abondanza ebber dove ognun prima mendicava; così da morte, over da rea prigione, condusse loro in tale esaltazione.

Deh, chi fia qui che dica che' mondani provvedimenti a' moti di costei possan mai porger argomenti sani? Se non fosse mal detto, io dicerei

certo che fosser tutti quanti vani, questo mirando e ciò ch'ancor di lei si legge e ode e vede ognora aperto, ben che ne sia come ciò fa coverto.

Costoro insieme tenner buona pace e l'amistà antica rifermaro, e quel voleva l'un che all'altro piace, e così era il contrario discaro.

La rea fortuna loro ora si tace, fuggito è il tempo d'ogni parte amaro; ma pure Amor li teneva ristretti vie più che mai con tutti i lor diletti.

Elli avean di lor terre grande entrata, per che essi spendevan largamente; ogni persona da loro onorata era in Attene graziosamente;

e sì gran cortesia da loro usata, che sen maravigliava tutta gente; onde gli amavan tutti i cittadini, quantunque egli eran, grandi e piccolini.

Altro che canti, suoni e allegrezza nelle lor case non si sentia mai, e ben mostravan la lor gentilezza; a chi prender volea davano assai;

astor, falconi e can di gran prodezza usavano a diletto, né giammai erano in casa sanza forestieri, conti e baroni e donne e cavalieri.

E vestien robe per molto oro care, con gran destrier, cavalli e pallafreni; e nulla si lasciavano a donare, sì eran di larghezza i baron pieni;

giostre faceano e grande l'armeggiare con lor brigate ne' giorni sereni; e ciascun s'ingegnava di piacere più ad Emilia, giusto il suo potere.

E ben che fosse la festa e 'l diletto ched e' facevan, ciascun giorno cento pareva lor che 'l dì ch'aveva detto Teseo venisse, acciò che di tormento

uscissero o con gioia o con dispetto; e ciascheduno aveva intendimento di vincer l'altro sanza alcun fallire, e se perdesse, perdendo morire.

E per non aspettar l'ultimo giorno ch'esser doveva tra lor la battaglia, ciaschedun manda messaggi dintorno e d'invitare amici si travaglia;

e d'altra parte, per esser adorno, ciascun fa paramenti di gran vaglia per sé ornare e per donare a' sui che arme porteranno il dì con lui.

E 'n brieve tempo si furon forniti d'armi lucenti e forti ad ogni pruova, e di cavalli feroci e arditi, grandi, alli Greci a veder cosa nova;

e in sé ciascheduno i più spediti fatti di guerra pensando ritrova per non venir disaveduti a fare cosa ch'a danno lor possa tornare.

In questo mezzo il giorno s'appressava che dato avea Teseo a' cavalieri, onde ciascuno i suoi sollecitava che e' venisser, ch'elli era mestieri;

per che ad Attene assai gente abbondava: d'ogni paese, per tutti i sentieri, chi ad Arcita e chi a Palemone venia per vinta dar la sua quistione.

Il primo venne, ancora lagrimoso per la morte d'Ofelte, a ner vestito il re Ligurgo, forte e poderoso, di senno grande e di coraggio ardito;

e menò seco popol valoroso del regno suo pure il più fiorito, e ad Arcita sofferse in aiuto, per cui era di Nemea venuto.

Venne d'Egina lì il re Pelleo, giovane ancora e di sommo valore, e seco quella gente, che si feo di seme di formiche en le triste ore

che Eaco lo suo popol perdeo, menò con pompa grande e con onore: bianco e vermiglio e chiaro nel visaggio, più che non fu giammai rosa di maggio.

Vestito era il buon re in drappi d'oro cari per molte pietre e rilucente, e sovra un destrier grande di pel soro, era fra tutti i suoi più eminente,

e un turcasso, ricco per lavoro, pien di saette, ciascuna pungente, dal destro lato, e dal manco pendea d'Arcadia uno arco forte ch'elli avea.

I biondi crini e 'l collo e' biancheggianti omeri ricoprien, cadendo stesi; la sella e 'l freno eran d'oro micanti, e similmente tutti gli altri arnesi;

e' suoi gli gien dintorno tutti quanti d'alta prodezza e sommo ardire accesi; e 'n mano avea, quale a lui si convenne, una termodontiaca bipenne.

Così li piacque nella terra entrare; alla vista del qual ciaschedun trasse, né di mirarlo si potean saziare, né fu alcuno il dì che non lodasse.

Oh, quante donne allor fé sospirare! E è credibil che ne innamorasse, se gentilezza e biltate han potere di fare a donna giovane uom piacere.

Cefal, d'Eol figliuol, seguì costui; seguillo Foco e seguil Telamone; Agreo epidaurio gì con lui, Flegiàs di Pisa e sicionio Alcone;

e altri molti nobili, di cui la spenta fama non fa menzione, vi furo, i qua' si de' creder che onore v'acquistar molto per lo lor valore.

Né Nisa, di gran boschi copiosa, tra gli urli dionei Niso ritenne, ma con sembianza lieta e valorosa, con bella gente, d'Alcatoe venne,

armati tutti in arme luminosa, con quelli arnesi ch'a lor si convenne: guardando quel capel dal qual tenea la signoria delle terre ch'avea.

Sopra un carro, da quattro gran tori tirato, di Trenarea, Agamenone vi venne accompagnato da plusori, armato tutto a guisa di barone,

sé già degno mostrando degli onori ch'ebbe da' Greci nella ossidione a Troia fatta: nel sembiante arguto, con nera barba, grande e ben membruto.

Non arme chiare, non mantel dorato, non pettinati crin, non ornamenti d'oro o di pietre aveva, ma legato d'orso un velluto cuoio con rilucenti

unghioni al collo, il qual da ogni lato ricoprien l'armi tutte rugginenti; e chiunque il vedea diceva d'esso: — Que' vincerà con cui questi fia messo. -

Di dietro a lui, in abito dispari, Menelao sen veniva giovinetto, vestito in drappi belli e molto cari: piacevol, bello e gentil nello aspetto,

sanz'alcuna arme, e' crin come oro chiari Zeffiro ventilava, e giuso al petto la barba bionda come oro cadea, lodata da chiunque la vedea.

Egli era sopra un gran caval ferrante, reggendo il freno grave per molto oro, con un mantel ch'al collo ventilante da' circustanti s'udiva sonoro;

e se Venere fosse sanza amante, ch'ella prendesse lui credean coloro che lui vedean: così la sua bellezza lodavano e 'l valore e la destrezza!

Costui seguieno il nobile Castore e 'l suo fratel Polluce, tutti armati, e ben mostravan che di gran valore gli avesse 'l cigno lor padre dotati;

i qua' ne' loro scudi per onore aveano il quando e 'l come generati fur, con ingegno, della bella Leda, allor che ella fu del cigno preda.

Seguien costor più uomini lernei, armati tutti e fieri ne' sembianti, nobili misti insieme con plebei; e qual giva di dietro e qual davanti,

in forme ta' che dir non le saprei, sì eran divisati tutti quanti; e con onor nella cittade entraro, e al real palazzo dismontaro.

Un cuoio d'un leon nemeo velluto vi recò Cromis, tirinzio vestito che già al padre era stato veduto, da cui il giel mortale avea sentito;

e con un baston grande e noderuto e di tutte l'altre armi ben guarnito, sopra Strimon, caval di Diomede, d'uomini mangiator, sì com si crede,

non altramenti la testa menando che faccia il toro poi ch'è amazzato, e sanza alcun riposo ognor ringhiando giva di suon tal, chente fu ascoltato

tal volta già quando i cani abbaiando si fer sentir di Silla nel turbato mare, in quell'ora che Eolo spira il vento che quel loco più martira.

Con esso d'Oetalia molta gente vi venne ancora, tutta ben guarnita; Ippodomo vi fu similemente, figliuolo d'Oemomia pulita,

con quello sforzo donde era possente a mostrar la grandezza di sua vita, sovr'un caval calidonio coverto di drappi sirii, ben ne' campi esperto.

Di Pilos venne il giovane Nestore, di Neleo figliuol, la cui etate nelle vermiglie guancie il primo fiore mostrava, poco ancora seminate

di crespo pel che d'oro avea colore, il qual multiplicava sua biltate; costui ornò il padre in guisa tale, che d'ornamento a lui non vi fu iguale.

Natura ornato l'avea di bellezza, quanto giovane donna disiare poté giammai, e poi di gentilezza di real sangue; né potea celare

l'ardito cuor ch'avea e la prodezza con disio sommo di bene operare; e la Fortuna de' ben ch'ella dona più li fu larga ch'ad altra persona.

Costui armato, il ferro sotto argento, quanto era, in piatte tutto nascondea, ma della maglia il molto guarnimento tutto fu d'oro, quantunque n'avea;

di ricche pietre assai fu l'ornamento che ad arnese cotal si richiedea e sì lucea, che in ogni parte oscura luce avria data come giorno pura.

E in su un gran caval di pel morello, sanza riposo tuttavia fremendo, cavalcava Nestor leggiadro e bello, un gran baston di ferro in man tenendo;

e sì come falcon che di cappello esce, s'andava tutto plaudendo, da molti cavalier da ogni lato molto nobilemente accompagnato.

Nella terra de' Ciclopi festando in cotal guisa se n'entrò Nestore, di che ciascun si gia maravigliando, faccendo a lui iusto 'l potere onore;

e e', che ben sapeva dimostrando andare a tutti il suo sommo valore, a tutti onor facea, finché pervenne dove Teseo con gli altri lui ritenne.

Evandro, nato nel gelido colle Cilleno di Carmenta e di colui che l'anime da' corpi morti tolle, in ozio star con li popoli sui

nella steril Nonacria non volle; ma per mostrar la sua potenza altrui essendo ancora prospero e regnante, con molti suoi baron giunse festante.

Egli era in su tesalico destriere, co' suoi insieme andando baldanzoso; e era armato d'armi forti e fiere, e per mantello un cuoio d'orso piloso

libistrico, le cui unghie già nere sotto oro eran nascose luminoso, e de' suoi molti avean tal copertura, e di leone alcun la pelle dura.

Altri avean pelli di tori lunati, tutte di cari limbi circuite, e alcuni erano in cinghiar fasciati; nullo v'aveva con armi pulite;

così insieme tutti divisati circuivano Evandro, come udite, il qual dall'una man saette avea, dall'altra uno arco e il caval reggea.

A cui da l'armo pendeva sinestro uno scudo, assai rozzo per lavoro, nel qual pareasi Atlanciade, silvestro fatto, Argos ingannar col suo sonoro

nuovo strumento, e lui uccider destro lì si vedeva ancor, sanza dimoro; eravi ancor quando divenne Geta per far del padre la volontà cheta.

Eravi ancor ciò che per Erse fece; e altre opere sue v'eran distinte, le qua' per brevità dir qui non lece; ma pur tra l'altre da parte dipinte,

l'opere sue già fatte dritte o biece, eran le braccia sue al collo avvinte di Carmenta, di cui Evandro nacque ne' tempi ch'ella in Cilleno a lui piacque.

In cotal guisa co' suoi, rugginoso dell'arme e del sudor, venne in Attene; e ben che bel non paia, valoroso chiunque il vede veramente il tene;

e fé del modo suo, non borioso ma utile, parlare a tutti bene; ben s'amiraron della condizione, chiunque il vide, a sì fatto barone.

Vennevi Peritoo, che della madre ancor le guancie sanza pelo avea; questi, con veste di drappi leggiadre, di biltà tutto nel viso splendea:

bianco, vermiglio e con le luci ladre, chi 'l rimirava con amor prendea; e biondo assai vie più che fila d'oro, incoronato di frondi d'alloro.

Né crede alcun che sì bel fosse Adone di Cinera, da Vener tanto amato, quanto era Peritoo ancor garzone, morbido nello aspetto e dilicato;

costui montato sopra un gran roncione, del seme di Nettunno procreato, venne ad Attene, e 'ncontro li si feo il suo amico, con festa, Teseo.

E ben che fosse molto conosciuto Peritoo in Attene, nondimeno sì era elli volontier veduto; per che ciaschedun luogo v'era pieno

di popol ch'era a lui veder venuto, tanto ch'appena in loco non capeno; così col suo Teseo sen venne adagio, e con lui smontò nel suo palagio.

E il duca narizio, giovinetto ancora molto, vi mandò Laerte, da cui li fur con paternale affetto l'arme lucenti primamente offerte;

le quali e' prese con sommo diletto, e assai parli ogni poco che esperte l'abbia; e con seco menò Diomede, cui sempre amò con amichevol fede.

E di Sidonia ancor Pigmaleone vi venne; e fuvvi con esso Siceo, che poi fu sposo dell'alta Didone, e a' Fenici nobili si feo

seguire a guisa di sommo barone; e con li suoi insieme da Teseo fu onorato magnificamente e ricevuto molto caramente.

Quivi nell'arme con solenne stuolo il gnosiaco re della dittea isola, già d'Europa figliuolo, vi venne, che ancora non avea

del suo bello Androgeo sentito il duolo; e 'n su la riva d'Attene lernea discese, e fé con l'ancore fermare le navi lì che 'l doveano aspettare.

Di dietro a cui discese Radamante, fratel di lui, e Sarpedone appresso, e le lor genti ancora tutte quante. Quivi era un carro orrevole per esso,

sovra 'l quale e' montò; e messa avante la gente sua, non però molto cesso, inverso Attene il camin prese tosto, sì come avea nella mente disposto.

Il manco lato uno scudo gli armava, nel qual vedeansi i regni di Nereo, e come Giove in que' toro notava, carico d'Europa onde nasceo;

e' liti v'eran dove la posava soavemente nel regno ditteo; e similmente la casside bella tutta lucea della paterna stella.

Erano i campi, l'argini e le strade, le porte de' palazzi e li balconi, come che fossero o ispesse o rade, piene di donne tutte e di baroni,

per veder di Minòs la dignitade; e vecchi antichi e giovani garzoni tutti venuti v'erano a mirare il gran baron nella lor terra entrare.

Il qual v'entrò con molto grande onore, e più vide ciascun che non credea veder di lui d'altezza e di valore; e furvi assai che poi non disser rea

né biasimarono il focoso amore di Silla, allor ch'ogni altro la dicea degna di morte per lo padre ucciso, sé rimembrando quale e' l'avean viso.

Vennevi ancora Anchelado bistone a dimostrar della sua gran prodezza, con nobil compagnia d'ogni ragione: audaci erano e pien di fierezza

dintorno a lui, che sopra un gran roncione mostrava chiara la sua adornezza; e' fu da tutti in Attene, veduto, con lieto viso assai ben ricevuto.

E ben che molti de' liti d'Alfeo venissor quivi a volere onorarsi, non volle rimanere Ida piseo, ma per alquanto quivi dimostrarsi,

pensando al suo valore, il quale il feo nelli giuochi olimpiaci pregiar, sì che coronato fu; e 'n compagnia gente menò di somma valentia.

Questi era tanto nel corso leggiere, veloce e presto, che nulla saetta da Partico o Cidone o altro arciere mandata fu di nervo con tal fretta,

che lenta non paresse e che diriere non li fosse rimasa per dispetta; e tanto e sì e' tal fiata correa, ch'agli occhi de' miranti si togliea.

Questi saria nel fluttuoso mare, qualora e' più inver lo ciel crucciato istende i suoi marosi col gridare, correndo con asciutte piante andato;

né li saria paruto grave affare l'esser trascorso sanza aver guastato alcuna spiga sopra li tremanti campi spigati e col vento sonanti.

E oltre a questi ancor vi venne Ameto lucente di reale adornamento, di mezza etate, nello aspetto lieto, il quale in uno scudo d'ariento,

in forma di pastore umile e queto d'oro portava Febo, che l'armento di lui ne' verdi boschi pasturava, e in Anfriso poi gli abeverava.

Questi infra' suoi Foloèn cavalcando, di verde quercia inghirlandato, giva; il qual da il castalio somigliando gregge fremendo adizzato anitriva,

or qua or là co' piedi il suol pestando, ferendo chi appresso li veniva; e Irim gli menava avanti a destro, tutto coverto uno scudier sinestro.

E così con gli Ematici sen venne fino in Attene in atto baldanzoso; quivi al palagio di Teseo si tenne il caval fiero e d'andare animoso;

là dove fu, sì come si convenne, ben ricevuto assai dal valoroso Teseo, il qual l'aveva per amico, non or di nuovo, ma già ab antico.

Di Boezia vi venne molta gente, quali ad Arcita e quali a Palemone, però che lì ciascuno era possente e ne' popoli avea iurisdizione;

onde ciascuno in tal punto fervente a far servigio di sua soiezione venne ad Attene sanza dimorare, armati bene e belli a riguardare.

Quivi i Dircei, per tema di Teseo fuggiti già, le spelunche lasciate, chi venne a Palemon, chi a Penteo; tra' qua' le genti fur che son bagnate

dalle spumanti ripe d'Ismeneo, e quelle ch'a Citeron suggiocate sono e a' monti Ogigii tutti quanti, o vicini ad Elicona abitanti.

E quelli, i quali Esopo, troppo altiero contra l'iddii per Egina furata, veggono spesso torbido e sincero, vi furon tutti, gente bene armata;

e 'l popol d'Antedon tututto intero con altri molti di quella contrata, contenti assai de' signor riavuti, li qua' credean del tutto aver perduti.

Avrebbe quivi Cefiso mandato Narcisso, se non fosse che in fiore già ne' campi tespiaci mutato era, per troppo a sé avere amore,

spesso dal padre in su il lito bagnato, sì com'io credo, per troppo dolore d'aver perduto en la sua fanciullezza il caro figlio per troppa bellezza.

E Leandro era già stato raccolto dalla sua Ero nel lito di Sesto, sospinto dal dalfin, con tristo volto e di lagrime pieno amare e mesto,

e da lei pianto con sospiri molto; il non esservi adunque fu per questo, né ' suoi vi gir, perché perduto aveno il lor signor cui seguitar doveno.

Sarebbevi Erisiton driopeo similemente a combatter venuto, ma per la debolezza non poteo, già magro e sanza forza divenuto

per l'albero lo quale e' tagliar feo, che era stato a Ceres conceduto; rimase adunque e non vi poté gire, ma li convenne di fame morire.

Furvi altri assai e popoli e contrade, tanti che ben non gli saprei contare, sì gli nasconde in sé la lunga etade; né li vi fece bisogno menare,

ma de' signori il voler nobiltade ciascun con le sue genti dimostrare, vaghi d'acquistar fama con onore, ciascun secondo fosse il suo valore.

Qualunque fu de' possenti signori, re, duca, prenze o altro d'onor degno, o qual si fosser piccoli o maggiori, che di Teseo venisse allor nel regno,

e' fur con sommi e lietissimi onori ricevuti, ciascun con tutto ingegno; e per sé prima gli onorava Egeo, e poi con lieto viso il buon Teseo.

Ipolita reina lietamente quanti ne venner tutti ricevette con alta festa e graziosamente; né la giovane Emilia si stette,

ma quanto più poté similemente: bella tenuta da chi la vedette, tanto a tututti si mostrava lieta, d'ogni grazia piena e mansueta.

Né furon folli Arcita e Palemone tenuti da chi seppe i fatti loro, se l'un s'era fuggito di prigione e l'altro oltre il mandato a far dimoro

nella vietata bella regione, per acquistar così fatto tesoro; né s'amiraron se non voller loco dar l'uno a l'altro en l'amoroso foco.

E ben fu giudicato che 'l suo amore fosse troppo più caro da comprare, che pria non fu di Tebe esser signore o di quantunque cinge il verde mare,

e che bene investito era 'l valore di tanti probi quanti ivi adunare avea fatti fortuna a dar sentenza ultima con lor arme a tale intenza.

Se gli alti regi furono onorati da Palemone e dal gentile Arcita, non cal ch'i' 'l narri, ché uomini nati non si crede che mai in questa vita

fossero co' servigi lieti e grati veduti come questi, a' qua' fornita era ogni voglia, sol che essi dire volesser ciò che non potean sentire.

Alti conviti e doni a regi degni s'usavan quivi, e sol d'amor parlare, e' vizii si biasmavano e li sdegni; giovenil giuochi e sovente armeggiare

il più del tempo occupavan gl'ingegni, o in giardin con donne festeggiare; lieti v'erano i grandi e i minori, e adagiati da' fini amadori.

E certo, poi che Pallade quistione con Nettunno ebbe a nomar la cittade, gente adunata d'alta condizione né tanta né di sì gran nobiltade

non s'era vista per nulla stagione; il che Teseo in somma dignitade il si tenea, e fra l'altre sue cose più degne di memoria questa pose.

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