Il sole avea due volte dissolute le nevi en gli alti poggi, e altrettante Zeffiro aveva le frondi rendute e i be' fiori alle spogliate piante,
poi che d'Attena s'eran dipartute le greche navi, Africo spirante, da cui Teseo co' suoi furon portati nelli scitichi porti conquistati;
quando esso con la sua novella sposa in lieta vita e dolce dimorava, sanza pensiero d'alcuna altra cosa, e appena d'Atene si curava;
ma il piacer divin più gloriosa vittoria assai che quella li serbava; onde li fé nuova vision vedere, per che del ritornar li fu in calere.
Nel dolce tempo che il ciel fa belle le valli e' monti d'erbette e di fiori, e le piante riveste di novelle frondi, sopra le quali i loro amori
cantan gli uccelli, e le gaie donzelle di Citerea più senton gli ardori, era Teseo da dolce amor distretto, in un giardin, pensando a suo diletto.
Nel qual da una parte solo stando, gli parve seco con viso cruccioso tener per man Peritoo ragionando, dicendo a lui: — Che fai tu ozioso
con Ipolita in Scizia dimorando, sotto amore offuscando il tuo famoso nome? Perché in Grecia oramai non torni, ove più gloria avrai assai?
Èssi da te quell'animo gentile, ch'ancor simile ad Ercul prometteva di farti, dipartito? Se' tu vile tornato nella tua età primeva?
E stando entra la turba feminile, la tua prodezza, la qual già sapeva ciaschedun regno, hai qui messa in oblio d'Ipolita nel grembo e nel disio? -
A cui Teseo volendo dar risposta e iscusar la sua lunga dimora, subito agli occhi suoi si fu nascosta la imagine di quel che parlava ora;
per che e' dubbioso col passo si scosta dal loco ove era, a sé mirando ancora dintorno, per veder se el vedea colui che quivi parlato gli avea.
Ma poi che la paura luogo diede a l'animal vertù, si ruppe il velo della 'gnoranza, e con intera fede, che non lì Peritoo, ma che dal cielo,
da qualche deità la qual provede al suo onor con caritevol zelo, era venuto cotal ragionare; onde pensò ad Atene tornare.
Ad Ipolita adunque il suo volere con donnesco parlar fé manifesto; la qual rispose ad ogni suo piacere essere apparecchiata e anche a questo;
ond'elli, allor ch'a lui fu in parere, il suo navilio fé preparar presto, e poi dispose del regno lo stato, per modo che alle donne fu a grato.
E fatto questo, entrò sanza dimoro in mare, e 'nsieme Ipolita reina; e tra più donne ne menar con loro la bella Emilia, stella matutina;
quindi spirando tra Borea e Coro ottimo vento da quella marina li tolse, lor portando verso Attene il più del tempo con le vele piene.
Ma Marte, il quale i popoli lernei con furioso corso avea commossi sopra' Tebani, e' miseri trofei donati avea de' prencipi percossi
più volte già, e de' Greci plebei ritenuti talvolta e tal riscossi, con asta sanguinosa fieramente trista avea fatta l'una e l'altra gente;
perciò che, dopo Anfiorao, Tideo stato era ucciso, e 'l buono Ippomedone, e similmente il bel Partenopeo, e più Teban, de' qua' non fo menzione,
innanzi e dopo al fiero Campaneo; e dietro a tutti, in doloroso agone, Etiocle e Polinice, ferito, morti, e Adastro ad Argo era fuggito;
onde 'l misero regno era rimaso voto di gente e pien d'ogni dolore; ma in picciola ora da Creonte invaso fu, che di quel si fé re e signore,
con tristo agurio, e 'n doloroso caso recò insieme e 'l suo regno e l'onore per fiera crudeltà da lui usata, mai da nullo altro davanti pensata.
Esso, con fiero cuor li Greci odiando, poi che fur morti in lor l'odio servava, per ch'elli avea con gravissimo bando vietato a chi sua grazia disiava,
ch'a nullo corpo quivi morto stando fuoco si desse, e 'mputridir lasciava lor sozzamente sanza sepoltura qual delle fiere pria non fu pastura.
Onde le donne argoliche, le quali venien dolenti a far lo stremo ofizio con somma maestà di tutti i mali, anzi giungesser quivi, ebbero indizio
dello editto crudele; e però tali quali eran, triste di tal malefizio, proposer con le lagrime pregare Teseo a tale ingiuria vendicare.
E quindi i passi ad Attena drizzaro, atate dal dolor nella fatica; e a quella venute, con amaro segno mostrar la fortuna nemica.
Gli Atteniesi assai si marvigliaro di quella turba, d'ogni ben mendica, e domandaron di ciò la cagione, perché venute e di qual regione.
I qua', poscia ch'udir la nobiltate di quelle donne e la cagion del pianto, con tenerezza lor prese pietate di veder loro in tormento cotanto;
e gli alti cittadini apparecchiate proferser lor le case d'ogni canto, finché Teseo in Attene tornava, che d'ora in ora in essa s'aspettava.
Esse non voller da nessuno onore, ma solo il tempio cercar di Clemenza, e in quel con gravissimo dolore istanche e lasse fecer residenza,
aspettando con lagrime il signore, assai crucciose della sua assenza; e le donne atteniesi in compagnia di loro stetter quivi tuttavia.
Teseo, con vento fresco a suo viaggio, contento ritornava inverso Attene con gran partita del suo baronaggio e con colei che 'l suo cuor guida e tene,
Ipolita reina; e 'l suo passaggio tosto fornito fu e sanza pene; né prima giunto fu alla marina che si seppe in Attene, la mattina.
Gli Atteniesi, che lui attendieno con gran disio, per la sua ritornata mirabil festa preparata avieno, la qual fu incontanente incominciata;
secondo il lor poter, ch'assai potieno, fu la lor terra tutta quanta ornata di drappi ad oro e d'altri paramenti, con infiniti canti e istrumenti.
Quanto le donne allor fossero ornate ne' teatri, ne' templi e a' balconi e per le vie mostrando lor biltate, nol potrieno spiegare i miei sermoni;
la lor presenzia tal solennitate facea maggior per diverse ragioni; e 'n brieve in ogni parte si cantava e con somma allegrezza si festava.
Gli alti suoi cittadini apparecchiare li fero un carro ricco e triunfale, il qual gli fer là dov'era menare; né altro ne fu mai a quello equale
veduto per alcuno; e apprestare li fer con esso vesta imperiale e corona d'allor, significante che per vittoria venia triunfante.
Teseo adunque, come fu smontato di mare in terra, in sul carro salio, degli ornamenti reali addobbato; e sopra quello appresso il suo disio,
Ipolita, gli stette dall'un lato, da l'altro Emilia fu, al parer mio; poi l'altre donne e' cavalier con loro a cavallo il seguir sanza dimoro.
In diverse brigate festeggiando, a cavallo e a piè erano andati gli Atteniesi inver di lui cantando, di varii vestimenti divisati,
con infiniti suoni ogn'uom festando, e con esso in Attene rientrati: diritto andò al tempio di Pallade a reverir di lei la deitade.
Quivi con reverenza offerse molto, e le sue armi e l'altre conquistate; e poi per altra via il carro volto, alquanto circuendo la cittate,
con infinito d'uomini tomolto, ovunque gia, con grida eran lodate l'opere sue magnifiche, e con gloria le dicean degne d'etterna memoria.
E mentre ch'elli in cotal guisa giva, per avventura davanti al pietoso tempio passò, nel quale era l'achiva turba di donne in abito doglioso;
la qual udendo che quindi veniva, su si levar con atto furioso: con alte grida e pianto e gran romore pararsi innanzi al carro del signore.
— Chi son costor ch'a' nostri lieti eventi co' crini sparti, battendosi il petto, di squalor piene in atri vestimenti, tutte piangendo, come se 'n dispetto
avesson la mia gloria, a l'altre genti, sì com'io veggo, cagion di diletto? - disse Teseo stupefatto stando; a cui una rispose lagrimando:
— Signor, non ammirar l'abito tristo che 'nnanzi a tutti ci fa dispettose, né creder pianger noi del tuo acquisto, né d'alcun tuo onore esser crucciose;
ben che l'averti in cotal gloria visto pe' nostri danni ne faccia animose a pianger più che non faremmo forse, essendo pur dal primo dolor morse. -
— Dunque chi sete? — disse a lor Teseo, — e perché sì nella publica festa sole piangete? — Allora oltre si feo Evannès, più che nessuna altra mesta,
dicendo: — Isposa fui di Campaneo, e qualunque altra ancora vedi in questa turba, di re fu moglie o madre o suora o figlia; e aprirotti che ci accora.
La perfida nequizia del tiranno figliuol d'Edippo, contro a Polinice, suo unico fratello, e 'l fiero inganno del regno, degli Argivi lo 'nfelice
esercito tirò al suo gran danno, che è maggiore assai che non si dice, davanti a Tebe, dove trista sorte ciascuno alto baron tolto ha con morte.
E dove noi, invano, speravamo con quello onor vederli ritornare alle lor terre ch'agual te veggiamo nella tua laurato triunfare,
nell'abito dolente in che noi siamo a sepellirli ci conviene andare; ma l'aspra tirannia di que' c'ha preso il regno dietro a lor ciò ci ha difeso.
Il perfido Creon, a cui più dura l'odio ch'a' morti non fece la vita, a' greci corpi nega sepoltura (crudeltà, credo, non mai più udita),
e di qua l'ombre a la padule oscura di Stigia ritiene; onde infinita doglia ci assal tra gli altri nostri mali, sentendoli mangiare agli animali.
Pietose adunque a questo estremo onore voler donar, d'Acaia ci movemmo; ma come a noi contato fu il tenore di tale editto, i passi qua volgemmo,
e porger prieghi a te, pio signore, di tale oltraggio con noi proponemmo; i qua' l'abito nostro per noi doni a te in prima, e poi a' tuoi baroni.
Se alto valor, come crediam, dimora in te, a questo punto sie pietoso; tu n'averai alto merito ancora, e oltre a ciò, ciò che uom virtuoso
de' far, farai. Deh, s'altro da te infora far lo volesse, en dovresti cruccioso essere e impedirlo, acciò ch'avessi la gloria tu di punir tali eccessi.
Deh, se l'abito nostro e il lagrimare non ti movon, né prieghi, né ragione a far che 'l pio oficio possiam fare, movati almen la trista condizione
di que' che già fur re; non gli lasciare nella futura fama in dirisione: e' furon teco già d'un sangue nati, e come te ancor Greci chiamati. -
Le lagrime non eran mai mancate, perché parlasse, agli occhi di costei, ma sempre in quantità multiplicate; e 'l simile era a l'altre dietro a lei,
le qua' con forza avean messa pietate in ciaschedun di que' baroni attei; per che con seco ognun forte dannava la crudeltà la qual Creon usava.
Teseo attento le parole dette racogliea tutte, l'abito mirando di quelle donne, e ben che lor neglette vedesse, chiaro assai, seco stimando,
la maestà nascosa conoscette; e greve duol nel cor gli venne quando udì de' re la morte; e dopo alquanto così rispose al doloroso canto:
— L'abito oscuro e 'l piangere angoscioso, e 'l voi conoscer pe' vostri maggiori, e 'l ricordarmi il vostro esser pomposo, gli agi e' diletti e' regni e' servidori
e de' re vostri il regnar glorioso, hanno trovato ne' miei sommi onori luogo a' vostri prieghi, e la mutata fortuna trista di lieta tornata.
Io vorrei ben poter nel primo stato e in vita li vostri re tornare, com'io credo poter far che fia dato onor di sepoltura a cui donare
vel piacerà; e l'orgoglio abbassato di colui fia che ciò vi vuol negare; però, se a male avuto può conforto vendetta porger, per me vi fia porto.
Fortificate gli animi dolenti con isperanza buona, ch'io vi giuro, prima che io o' miei baron possenti ci riposiam d'Attene dentro al muro,
di ciò faremo interi esperimenti; e io son già di vittoria sicuro, non tanto avendo in mie forze fidanza, quanto mi dà di Creon la fallanza. -
E detto questo, con benigno aspetto si rivolse ad Ipolita, dicendo: — Bene hai udito, donna, ciò c'han detto queste donne reali a noi piangendo:
priegoti adunque non ti sia dispetto se al presente a lor giustizia intendo. Dismonta, e col mio padre ti starai finché tornato me qui vederai. -
A cui così Ipolita rispose: — Caro signor, ben ch'io sia amazona, io non son sì crudel, ch'a cota' cose volentier non mettessi la persona
per vendicarle, sì son dispettose, se vero è ciò che delle donne sona il tristo ragionar, sol ch'io credesse che 'n ciò il mio portare arme ti piacesse.
Però, signor, secondo il tuo piacere opera omai, e s'elli è di tal fretta qual esse dicon, non soprasedere; va e fa ciò ch'al tuo onore aspetta,
ché ciò m'è più ch'altra gioia in calere. - E questo detto, intra la turba eletta di molte donne che l'accompagnaro, essa e Emilia del carro smontaro.
Poi che Teseo le donne ebbe posate del carro suo, tenendo il viso fitto nella miseria delle sconsolate, da intima pietà nel cor trafitto,
sopra 'l carro si volse a le pregiate schiere de' suoi sanz'altro alcun respitto; e con voce alta, di furore acceso, parlò sì che da tutti fu inteso:
— Tanto è nel mondo ciascun valoroso, quanto virtute li piace operare; dunque ciascun di vivere ozioso si guardi che in fama vuol montare;
e noi, acciò che stato glorioso intra' mondan potessimo acquistare, venimmo al mondo, e non per esser tristi come bruti animali e 'ntra lor misti.
Adunque, cari e buon commilitoni che meco in tante perigliose cose istati sete in dubbie condizioni, per far le vostre memorie famose
a le future nuove nazioni, ora li cuori all'opre gloriose vi priego dispognate, né vi caglia prender riposo d'avuta travaglia.
Udito avete tutti, sì com'io, ciò che le donne ne dicon presenti; certo ciascun ne dovrebbe esser pio, e al vengiar dovreste esser ferventi,
ché l'aspre nimistà e il disio del nuocer debbon ciaschedune genti lasciare e obliar, poi l'uomo è morto; ma or Creon fa nuovo a' morti torto.
Andiamo adunque, e lui, fiero Creonte, umil facciàn con le spade tornare, sì che e' lasci l'ombre ad Acheronte, poi fien sepulti i corpi, trapassare;
noi non andiamo acciò che a Demofonte rimanga regno, a l'altrui usurpare, ma a ragion rilevare in sua gloria; per che l'iddii ne daranno vittoria. -
E' non fu più lasciato avanti dire, ch'un romor surse che il ciel toccava: — Tutti siam presti di voler morire dintorno a te, e già molto ne grava
che 'nver Creonte non prendiamo a gire, poi ch'opera commette così prava: voi vederete nell'operar nostro, signor, se ci fia caro l'onor vostro. -
Teseo adunque, sanza rivedere il vecchio padre o parente o amico, uscì d'Attene, né li fu in calere d' Ipolita l'amor dolce e pudico,
né altro alcun riposo, per potere gloria acquistar sopra 'l degno nemico; com'elli era entrato nella terra, così n'uscì a la novella guerra.
Le 'nsegne, che ancora ripiegate non eran, si drizzaron di presente; e' cavalier con le schiere ordinate, dietro a la sua ciascuno acconciamente,
ne givano, e le donne sconsolate lor precedean, di ciò molto contente; e dopo giorno alcun giunsero a Tebe, e fermar campo in su le triste glebe.
Sentì Teseo l'aere corrotto pe' corpi ch'eran senza sepoltura; onde mandò a Creonte di botto che e' lasciasse aver de' morti cura,
o s'aprestasse, sanza più dir motto, della battaglia dispietata e dura. I messi andaro e fecer l'ambasciata; a' qua' Creon cotal risposta ha data:
— Dite a Teseo ch'io sono apparecchiato della battaglia, e ch'elli avrà a fare con franco popol tutto bene armato, e non si creda qui donne trovare,
come in altra parte egli ha trovato; e però venga, qualora gli pare, che' corpi fuoco non avranno, e esso giacer farò con loro assai di presso. -
Il buon Teseo la risposta intese superba assai, della quale e' si rise; e al pian campo con li suoi discese, e in tre parti tutti i suoi divise,
e fece loro il loro affar palese; quindi davanti a tututti si mise; e bene in concio ne gir ver Creonte, che con sua gente lor veniva a fronte.
Allora trombe, nacchere e tamburi sonaron forte d'una e d'altra parte; fremivano i cavalli, e i securi cavalier tutti gridavano: — O Marte,
or si parranno li tuoi colpi duri, ora conoscerassi la tua arte. - Allora lance e saette pungenti cominciarsi a gittar tra le due genti.
E' cavalieri insieme si scontraro con tal romore e con sì gran tempesta, che 'nsino al ciel le voci risonaro; e con le lance ciaschedun s'infesta
di vender bene il romper quelle caro; poi con le spade battaglia molesta incominciar, dove molti moriro nel primo assalto che 'nsieme feriro.
Il buon Teseo, sopra un alto destriere, con una mazza in man pel campo andava ferendo forte ciascun cavaliere e abbattendo cui elli incontrava,
e spesso confortando le sue schiere: col suo ben far tutti l'incoraggiava, porgendo arme sovente a chi l'avesse perdute e rimontando chi cadesse.
E ben vedea chi con tremante mano moveva i ferri, e chi arditamente sovra' nemici suoi valor sovrano combattendo mostrava, e chi niente
pigro operava dimorando invano; li qua' gridando spregiava vilmente, lodando gli altri, e per nome chiamando or questo or quel, gli giva confortando.
Da l'altra parte il simile facea Creonte, come ardito conduttore, e quasi in sé del nemico credea sanza alcun fallo farsi vincitore.
L'un contra l'altro ben si difendea arditamente e con sommo valore; ma sì andando, insieme si scontraro Creon e 'l buon Teseo, e si sgridaro.
Corsorsi adosso li due cavalieri, chiusi nell'armi, e valorosamente si cominciaro a ferire i guerrieri, com'uomin che s'odiavan mortalmente,
e come que' ch'avrebber volentieri l'un l'altro a morte dato certamente; e già co' colpi tutte magagnate s'avevan l'armi, e le carni tagliate.
Teseo di cruccio tutto quanto ardeva, vedendo di Creon il gran durare, e fra se stesso fremendo diceva: — Deh, de' mi questi a la fine menare? -
Poi tutte in sé sue forze raccoglieva, e furioso li si lascia andare adosso, e lui per sì gran forza fiere, che lì il gittò per morto del destriere.
Teseo allora da caval discese, dicendo: — O fier tiranno, or è venuto il dì che 'l tuo mal viver tanto attese; ora sarà tuo fallo conosciuto,
or fien punite le già fatte offese da te, or fia il tuo viver compiuto; e le tue arme io sacrerò a Marte, benigno iddio a me in ogni parte.
E' corpi contra i qua' fosti spietato arsi saranno, e 'l tuo regno distrutto, e 'l nome tuo di memoria privato; e a le donne, a cui cagion di lutto
fosti, sarà il tuo corpo donato, ch'esse ne facciano il lor piacer tutto: così la tua superbia fia abbattuta, ch'a rispondermi fu cotanto arguta. -
Non spaventar le parole Creonte, perch'abattuto si vedesse in terra, né sembianza mutò l'ardita fronte, né mitigossi nel cuor la sua guerra;
anzi più fiero, e con parole pronte, aspra risposta parlando diserra a que' che sopra il petto fier li stava e col suo ferro morte gli aprestava;
dicendo a lui: — Fanne tuo piacere, pur che io muoia avanti che vittoria io veggia a te e a tua gente avere; ché l'alma mia almeno alcuna gloria
ne porterà con seco nel parere, e segnato terrà nella memoria che 'n dubbio i tuoi e' miei lascio d'onore; e credo che li miei hanno il migliore.
Questo ne porterò a l'infernali iddii, quasi contento; e se e' fia il corpo mio donato agli animali sanz'altro foco, ciò l'alma disia;
però che parte delli miei gran mali di qua dalla riviera oscura e ria, la qual vuo' far passare a' regi morti, io celerò, se non fia chi men porti.
Or fa omai quel che più t'è in grato, ch'io non men curo. — E tacque; e intratanto l'avea Teseo già tutto disarmato, e quasi tutto del sangue e del pianto
il vide il duca nel viso cambiato; e già era freddato tutto quanto: per che conobbe l'anima dolente esser partita dal corpo spiacente.
Il quale e' lasciò quivi, e risalio sopra 'l destriere, e fra' suoi ritornossi; e tutto quanto ardendo nel disio d'aver vittoria, focoso ficcossi
tra li nemici, e 'l primo che ferio a li suoi piedi morto coricossi; e 'l simil fece a' più degli altri fare, per che nessun l'ardiva d'aspettare.
E' suoi facevan nell'armi gran cose, contra' nemici gran forze mostrando; e per lo campo le genti orgogliose uccidendo, ferendo e scavallando
andavan, pur pensando a le pietose donne ch'avean vedute lagrimando; tal che non li potean più sofferire li Teban, salvo chi volea morire.
E d'altra parte già saputo aveno del lor signor la morte dolorosa, per che che farsi tra lor non sapeno; laonde in fuga trista e angosciosa,
sì come gente che più non poteno, si volser tutti, ché nessun non osa volversi indietro o insieme aspettarsi, tanto di presso vedean seguitarsi.
I miseri cacciati non fuggiro nella città per quivi aver riparo, ma per li monti Ogigii se ne giro, chi per lo bosco ove Tideo assediaro,
e qua' su Citeron se ne saliro, altri ne' cavi monti s'appiattaro; e 'n cotal guisa con greve dolore tutti fuggir davanti al vincitore.
Questo vedendo, i cittadin tebani, le donne e' vecchi e' piccioli figliuoli rimasi in quella miseri e profani, di quella usciron faccendo gran duoli,
li suoi seguendo pe' luoghi silvani; e così tristi per diversi stuoli lasciar di Bacco e d'Ercule la terra nelle man di Teseo in tanta guerra.
Al buon Teseo non piacque seguitare que' che fuggien, ma tosto se ne gio inver la terra, de la qual nello entrare nessuno incontro con arme gli uscio.
Passato adunque dentro, ad ammirare cominciò i templi di qualunque iddio, l'antiche rocche di Cadmo cercando, e l'altre cose mire riguardando.
E poi ch'egli ebbe vedute le cose magnifiche a ciascun quelle guardante, fuor se n'uscì, e a le sue vogliose genti di rubar quella rimirante
licenzia diè; ver è ched elli impose che tutte salve sien le case sante delli tebani iddii: per che cercata fu tosto tutta e per tutto rubata.
Teseo sé veggendo vincitore, sopra Asopo il suo campo fé porre, e de' vincenti chetato il romore, del campo il corpo di Creon fé torre,
e con esequie degne grande onore li fé, e fé la cenere riporre dentro ad una urna, e poscia di Lieo nel tempio in Tebe collocar la feo,
dicendo: — I' vo' che all'ombre infernali possi di me miglior testimonianza render, che quelli eccelsi e gran reali, a' qua' negavi con grande arroganza
gli ultimi onori e' fuochi funerali, di te non posson, per la tua fallanza. - E questo fatto, a sé fece chiamare le greche donne, e lor prese a parlare:
— Donne, gl'iddii a la nostra ragione hanno prestata debita vittoria, e però con dovuta oblazione tenuti siam d'esaltar la lor gloria;
perciò mettete ad esecuzione ciò che de' vostri faceste memoria; date alli vostri re l'uficio pio, secondo che avete nel disio.
E questo fatto, la terra prendete che cagion fu di morte a' vostri regi, e sì ne fate ciò che voi volete, come di nido di tutti i dispregi;
sicuramente in quella andar potete, ch'alcun non v'è ch'al gir vi privilegi. - Le donne quasi liete il ringraziaro, e quindi a fare il loro oficio andaro.
Esse giron nel campo doloroso, dove gli argivi re morti giaceano; e ben che fosse a l'olfato noioso per lo fiato che' corpi già rendeano,
non fu però a lor punto gravoso cercar pe' morti che elle voleano, in qua in là or questo or quel volgendo, il suo ciascuna intra molti caendo.
Il quale in prima non avean trovato che, dopo molto pianto, mille volte non si ristavan sì l'avean basciato, usando ne' lor pianti voci molte,
qua' soglion far le donne a cotal piato; quindi, de' corpi le parti raccolte, prima ne' fiumi li bagnavan tutti, poi li ponean sopra li roghi estrutti.
E sopra lor, carissimi ornamenti quali a ciascun di lor si confacea, arme, corone, scettri e vestimenti, di quelle donne ciascuna ponea;
e dietro a tutto, con pianti dolenti, ne' roghi ornati fuoco si mettea, dicendo versi di maniere assai, appartenenti tutti a tristi guai.
E 'n cotal guisa la turba piangente co' fuochi i corpi morti consumaro, e poi le cener diligentemente dentro da l'urne, con dolore amaro,
ch'avean portate, miser di presente, e per portarle ad Argo le serbaro; ma prima giro in Tebe, e non potendo altra vendetta far, la giro ardendo.
Quindi, a Teseo tornate, una di loro incominciò: — Valoroso signore, della vendetta c'hai fatta in ristoro del nostro inestimabile dolore,
grazie ti rendan l'iddii e coloro c'hanno o avranno mai di ciò valore; e noi, in ciò che femine han potere, l'onestà salva, siamo al tuo piacere.
L'eccelsa gloria de' nostri reali, che morti sono in questo tristo loco, cui noi aspettavàn con triunfali solennità, con doloroso foco
avèn tornata in ceneri, le quali, ristrette tutte in vassello assai poco ce ne portiamo; e tu riman con dio, il quale adempia ciascun tuo disio. -
Così sen giro; ma Teseo cercare fatto avea il campo, e ciaschedun ferito che fu trovato fatto medicare, e ogni morto aveva sepellito;
e quindi a sé avea fatto recare ciò ch'avean guadagnato, e quel partito secondo i merti tra' suoi cavalieri, liberamente el diede e volontieri.
Mentre li Greci i lor givan cercando, e ruvistando il campo sanguinoso, e' corpi sottosopra rivoltando, per avventura in caso assai dubbioso
due giovani feriti dolorando quivi trovaron, sanza alcun riposo; e ciaschedun la morte domandava, tanto dolor del lor mal gli agravava.
E' non eran da sé guari lontani, armati tutti ancora, e a giacere; i qua', come coloro a le cui mani pervenner prima, udendo lor dolere,
gli vider, si pensar che de' sovrani esser doveano; e ciò fecer vedere le lucenti armi e loro altiero aspetto che dio nell'ira lor facea dispetto.
E' s'appressaro ad essi e umilmente, quasi già certi di lor condizione, né disarmarli, come l'altra gente nemica avevan fatta e cui in prigione
avevan messi; e poi benignamente recatilisi in braccio, con ragione gli ripigliavan del disperar loro; e menarli a Teseo sanza dimoro.
I qua' Teseo come gli ebbe veduti, d'alto affar li stimò, lor dimandando se del sangue di Cadmo fosser suti. E l'un di loro altiero al suo dimando
rispose: — In casa sua nati e cresciuti fummo, e de' suo' nepoti semo; e quando Creon contra di te l'empie arme prese, fummo con lui, co' nostri, a sue difese. -
Ben conobbe Teseo nel dir lo sdegno real ch'avean costor, ma non seguio però l'effetto a cotale ira degno; ma verso lor più ne divenne pio,
e co' medici suoi, con ogni ingegno, fé sì che tutte lor piaghe guario; e poi con gli altri in prigion li ritenne, lor riservando al triunfo solenne.
Poi che parve a Teseo del ritornare, distrutta Tebe e data sepoltura a cui vi fu da dovergliele dare, raccolti i suoi con diligente cura,
inver d'Attene si mise ad andare; né prima fur vicini alle sue mura che ciò ch'all'altra festa era mancato, a quel punto trovaron ristorato.
Gli Atteniesi un carro li menaro più ricco assai che 'l primo, e tutti quanti generalmente inverso lui andaro con allegrezza, e con solenni canti
di vittoria doppia il commendaro; e 'n cotal guisa, andandoli davanti, entrarono in Attene, e quivi Egeo, suo vecchio padre, incontro li si feo.
Esso davanti al suo carro fé gire Arcita e Palemon, presi baroni, a' qua' facea tutti gli altri seguire ch'avea nel campo presi per prigioni;
e dietro al carro faceva venire di preda onusti i suoi commilitoni; ma al carro d'ogni lato era ripieno di donne assai che gran festa facieno.
A così alto e magnifico onore Teseo vegnendo, Ipolita reina li venne in petto, il suo alto valore mostrando più che mai quella mattina;
la quale e' vide con allegro core, e Emilia con lei, rosa di spina, con altre donne assai e cavalieri, li quali ora nomar non fa mestieri.
A cotal festa e sì lieto sembiante fu Teseo ricevuto e onorato da tutti i suoi, e così triunfante quasi per tutto con gioia menato;
ma com di Marte al tempio fu davante, quivi li piacque che fosse arrestato il carro suo, e in terra discese, e 'n quello entrò a tututti palese.
Lì si fé dare l'arme che a Creonte avea nel campo teban dispogliate, e a Marte l'offerse, e dalla fronte con man le frondi di Pennea levate
diè similmente, e con parole pronte delle vittorie da lui acquistate grazie rendé a Marte copiose, offerendoli vittime pietose.
Quindi uscì poi, e al mastro palagio tornò, accompagnato dal suo padre; quivi prendendo gioco e festa e agio, alla reina le cose leggiadre
narrava ch'avea fatte e 'l suo disagio, spesso assalito dalle luci ladre di quella donna, che 'l mirava fiso; per ch'esser li pareva in paradiso.
Riposato più giorni in lieta vita, il buon Teseo si fé innanzi venire il teban Palemone e 'l bello Arcita, e ciascun vide molto da gradire
e nello aspetto di sembianza ardita; per che pensò di farli ambo morire, dubbiando che s'andare e' li lasciasse, non forse ancora molto li noiasse.
Poi fra sé disse: «Io farei gran peccato, nullo di loro essendo traditore»; e in se stesso fu diliberato che li terrà in prigion per lo migliore;
e tosto al prigioniere ha comandato che ben li guardi e faccia loro onore. Così da lui Arcita e Palemone dannati furo ad etterna prigione.
Li prigion furon tutti incarcerati e dati a guardia a chi 'l sapea ben fare; e questi due furon riservati per farli alquanto più ad agio stare,
perché di sangue reale eran nati; e felli dentro al palagio abitare e così in una camera tenere, faccendo lor servire a lor piacere.
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