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1313–1375

LIBRO QUINTO

Giovanni Boccaccio

Rimase Palemon, partito Arcita, com'è già detto di sopra, in prigione, e poco cara aveva la sua vita, tanta sentiva più sconsolazione

che altro, e simil per la dipartita la qual già fatta avea il suo compagnone; e 'l tempo suo in lagrime e sospiri tutto spendeva, pien d'aspri martiri.

In parte paurosa gelosia lo stimola che Arcita, dell'amore d'Emilia forse rinvestito, sia per suo sollecitar di prigion fore;

e quinci pensa ch'Arcita si fia dileguato del mondo per temore dell'aspra morte che Teseo dicea di darli se lì giunger lo potea.

Poi d'altra parte lo stringeva assai amor più che l'usato, e disiare li facea ciò ch'a lui non parea mai possibil di potere appressimare;

speranza d'altra parte li suoi guai faceva alquanto più lievi passare; così di cose varie si gravava dentro al pensiero, e simil s'alleggiava.

E pur portava nel core speranza che di prigion quando che sie uscirebbe, della qual fuor, l'amor della sua amanza sanz'alcun fallo crede acquisterebbe;

e quasi li parea sanza fallanza ch'ancor per sua nel mondo la terrebbe; e 'n cotal guisa sua vita menando, viveva in doglia e 'n gioia talora stando.

Al qual Panfil, tornando del boschetto, venne in prigione e d'una parte il trasse; e ragionando con esso soletto, molto il pregò che non si sconfortasse,

e poi li disse senza alcun difetto come conobbe Arcita, e ciò che trasse del suo parlare, e ch'e' servia Teseo e faceasi per nome dir Penteo.

Maravigliossi Palemone assai, e disse: — Panfil, guarda non errassi; ché io non credo che Arcita mai né tu né altri per qua lo scontrassi. -

Rispose Panfil: — Certo si scontrai, e ancora è nel boschetto e istassi, e ben che sia molto transfigurato, e' pure è desso, tanto l'ho mirato. -

Palemon disse allora: — Grande amore e poco senno cel fa dimorare, ché se venisse ad orecchie al signore, tututto il mondo nol poria campare.

O sommo Giove, quanto l'amadore al suo disio sé lascia tirare, e quanti ingegni s'usan per venire all'amoroso fin di tal disire! -

Poi disse a Panfil: — Guarda che non sia sentito da nessun ciò che m'hai detto, ché posto ch'elli a me per gelosia sanza colpa di lui mi sia sospetto

per uscir di prigione, in fede mia non vorre'io ch'egli avesse difetto; se gl'iddii l'aman più che me non fanno, abbiasi il pro' e mio si sia il danno. -

Poi cominciò a pensar fortemente sopra l'affar d'Arcita innamorato, e crede che d'Emilia veramente il lieto amore egli abbia guadagnato,

e poscia dice: «O me lasso dolente, in che mal punto nel mondo fui nato! Ch'io amo e sto in prigione, e altri face quel ch'io faccendo poria sentir pace.

E or mi fosse un poco di speranza rimasa, o mi venisse, dell'uscire di questo loco! Io mi crederei, sanza la doglia che io ho, gioia sentire,

e ancora la mia somma intendanza sanz'alcun fallo crederei fornire; ma sì m'è gran nemica la fortuna, ch'io n'uscirò quando starà la luna!

E s'io di quinci uscissi per ventura, da Arcita converria che io sapesse, su buon cavallo e con forte armadura, quel che tra lui e me esser dovesse

dell'amor della nobil creatura che mi fa sentir pene così spesse; e fermamente ella mi rimarrebbe, o sopra il campo l'un di noi morrebbe.

Ma come avrei io ardir contro a lui, che per uscirci giammai non tentai? E el non cura lo star con colui ch'è suo nemico per vederla, e mai

non ha posato di servire altrui per servir lei; e io in trarre guai ho speso il tempo, ov'io dovea più tosto morir voler che sempre star nascosto».

E sì come Tesifone, chiamata dal cieco Edippo nella oscura parte dov'elli lunga notte avea menata, a' due fratei del regno con su' arte

mise l'arsura, così a lui 'ntrata con quel velen che 'l suo valor comparte, d'Emilia aver, dicendo: — Signoria né amore stan ben con compagnia. -

E subito così cambiò il pensiero, e chiamò Panfil di cui si fidava, e disse: Amico, ora sappi per vero che troppo qui l'adimorar mi grava,

e però fa che il mio dire intero vegna, se puoi, sicch'io di questa prava prigion mi parta e possa conquistare per arme Emilia, se e' si può fare.

Questo pensier di novo m'è venuto e sanza fallo il metterò ad effetto; e se e' fia per ventura saputo prima che sia con l'opera perfetto,

da me si dica che sia proceduto ciò che farai, ché e' mi fia diletto morire anzi che stare in tal tormento, perciò ch'io fo il dì ben morti cento. -

Panfil rispose: — Caro signor mio, morir per voi a me sarebbe vita, e però penserò sì ch'al disio di voi darò bene opera compita,

avvegnane che puote omai; ché s'io ne dovessi morir, darovvi uscita di questo loco; onde vi confortate e di cuor lieto alquanto v'aspettate. -

Elli uscì fori e gio in loco solo, e 'nfra se stesso cominciò a pensare; e pria li venne nel pensiero il volo che Dedal fé con Icar per campare,

ma nol vide possibil; poi d'imbolo s'immaginò lui di prigion cavare, ma non li parve via ben ben sicura; però non se ne mise in avventura.

Similemente pensò per denari voler corromper le guardie vegghianti, sentendo loro in generale avari; ma mal pareali a fidarsi di tanti

quanti di nuovo li venien vicari sanza lunga dimora essere stanti; e 'n brieve non vedea di poter fare ciò che 'ntendea con le guardie trattare.

Ma pur li venne un modo in pensamento che infra gli altri li parve migliore, e dopo molto disaminamento il si fermò con ordine nel core,

pensando che il suo intendimento saria fornito e quel del suo signore; al qual n'andò, là dov'era in prigione, e così cominciò: — O Palemone,

e' non ha guar che qui venne Alimeto, di medicina maestro sovrano, uom d'alto senno e di vita quieto; e so che esso fu nostro tebano,

e puolli l'uom ben dire ogni segreto e da lui prender buon consiglio e sano: questi ci fornirà il nostro fatto, per mio avviso, e udite in che atto:

che voi v'infignerete esser malato in sul mutar che le guardie si fanno, e io avraggio ben lui informato e avvisato dello nostro inganno,

e 'ncontanente a voi l'avrò menato, perché e' curi voi del vostro affanno; e' vestirà li miei panni, ma voi, sì come mastro, vi vestite i suoi.

E sanza fare alcun dimostramento, con lui fuor ve n'uscite baldanzoso, e me lasciate qui sanza pavento in vostro luogo, e dite ch'io riposo;

essi non fien di tanto avvedimento che vi conoscan, se voi uscite oso; poi se Arcita volete, soletto voi il troverete nel lieto boschetto. -

— Tu hai ben detto — disse Palemone; — però metti ad effetto queste cose. - E malato si fece alla stagione che Panfilo con lui insieme pose;

e Panfil, sanza far dimoragione, ad Alimeto il loro affar dispose. Egli era a Palemon fedele amico; disse: — Io son presto, e farol com'io dico. -

Panfilo allor si cominciò a dolere con que' ch'avean Palemon a guardare, che 'l suo signore è infermo, e a sedere con lor si puose, e fé vino arrecare

a gran dovizia, e cominciò a bere; e però che non l'aveano a pagare, sanza ordine nessun n'hanno cioncato, tanto ch'ognun s'è bene inebriato.

Allora Panfil fé il mastro venire, il qual vi venne molto lietamente, e tosto de' suo' panni il fé vestire, e Palemone ancor similemente

di que' del mastro fece rifornire; e sanza più addimorar niente, Palemon, fatto medico, assai lieto fuor di prigione uscì con Alimeto.

Le guardie allora incontro li si fanno, e del prigion domandan come stava, e e' con fermo viso dello inganno che Panfil fatto aveva, ben s'adava,

e disse: — Certo egli ha assai affanno, ma al presente alquanto si posava; però il lasciate questa notte stare, domattina il verrò a ricercare. -

Lasciato adunque il suo buon servidore Palemone in prigion, col suo maestro se n'andò all'ostiere, e di bon core, dimenticato già il tempo sinestro,

dormì alquanto, e già vegnenti l'ore vicine al giorno su si levò destro; e fattesi armi e buon caval ancora prestar, quivi s'armò sanza dimora.

Alimeto sapeva il convenente, sì come Palemon gli avea contato; per ch'elli il lasciò fare, e prestamente ben l'aiutò, però che n'era usato.

E quelli uscì d'Attene di presente, e inverso il boschetto s'è avviato, là dove Arcita allora si dormia sicuro sì come faceva in pria.

Cheto era il tempo, e la notte le stelle tutte mostrava ancora per lo cielo, e 'l gran Chiron Aschiro avea, con quelle che vanno seco, il pianeto che 'l gielo

conforta il quale le sue corna belle coperte aveva con lucente velo, e quasi piena, ove Cenìt facea il ciel, nel mezzo cerchio, rilucea.

Inver la qual, poi l'ebbe rimirata alquanto, Palemon cominciò a dire: — O di Latona prole inargentata, che or meni i passi miei sanza fallire

con la tua luce meco accompagnata, piacciati alquanto li miei prieghi udire; e come in questo se' ver me pietosa, così nell'altro mi sii graziosa.

Io vado tratto da quella fortezza d'amor che trasse Pluto a innamorarsi sopra Tifeo della tua gran bellezza, allor che tu ne' prati con iscarsi

passi ten givi en la tua giovanezza cogliendo i fiori per li campi sparsi. Acciò che per battaglia io possa avere l'amor di quella sol che m'è in calere,

guida li passi miei, come facesti più volte in mar di Leandro i lacerti; e sì col padre tuo fa che mi presti quella virtù che fa gli uomini esperti;

e come tu del tuo lume mi vesti, così da' colpi i membri fa coperti che mi darà l'avversario potente, sì ch'io di lui ne rimanga vincente. -

E mentre che così dicendo andava, giunse nel bosco per gli albori ombroso, e con intento sguardo in quel cercava acciò ch'Arcita trovasse amoroso;

e mentre in dubbio fortuna il portava, s'avenne sopra il prato ove riposo prendeva Arcita, ch'ancora dormiva e Palemon vegnente non sentiva.

E poi che fu di sopra la rivera sotto il bel pino infra le fresche erbette che lì avea produtte primavera, vide dormire Arcita; onde ristette,

e appressato quivi dov'egli era, il rimirava, e a ciò molto stette; e sì nel viso li parea mutato, che non l'avrebbe mai raffigurato.

Ma Febea, che chiara ancor lucea, co' raggi suoi il viso li scopria, sicché aperto Palemon vedea perché il risomigliarlo li fuggia;

ma poi ch'alquanto mirato l'avea, in sé la sua effigie risentia, per che disse fra sé: «Desso è per certo, né 'l può celar la barba ond'è coverto».

E' nol voleva miga risvegliare, tanto pareva a lui che e' dormisse soavemente; ma si pose a stare allato a lui, e così fra sé disse:

«O bello amico molto da lodare, se al presente tu ti risentisse, tosto fra noi credo si finirebbe qual di noi due per donna Emilia avrebbe».

E 'n questo il giorno a fare era già presso, e a cantar gli uccelli han cominciato, per che Penteo, risentendosi addesso, in piè si fu prestamente levato.

Ver Palemon, che veniva verso esso, con maraviglia tosto s'è voltato, e disse: — Cavalier, che vai cercando per questo bosco, sì armato andando? -

A cui tosto rispose Palemone: — Cosa del mondo nulla altra cercava se non di trovar te, o compagnone; questo voleva e questo disiava,

e però sono uscito di prigione. - E poi benignamente il salutava. Penteo li rispose al suo saluto e tostamente l'ha riconosciuto.

E 'nsieme si fer festa di buon core e li loro accidenti si narraro; ma Palemon, che tutto ardea d'amore, disse: — Or m'ascolta, dolce amico caro;

io son sì forte preso del valore d'Emilia bella col visaggio chiaro, che io non trovo dì né notte loco, anzi sempre ardo in amoroso foco.

E tu so che ancor l'ami similmente, ma più che d'uno ella esser non poria; per ch'io ti priego molto caramente che tu consenta che ella sia mia;

e' mi dà 'l cuor di far sì fattamente, se questo fai, che quel che ne disia di lei 'l mio core avrò sanza tardanza; lasciala dunque a me sol per amanza. -

Quando Penteo queste parole intese, tutto si tinse e divenne fellone, e d'ira dentro tutto il cor s'accese, e poi rispose e disse: — Palemone,

e' ti puote esser certo assai palese ch'i' ho messa mia vita a condizione sol per poter ad Emilia servire, cui io tanto amo, ch'i' nol poria dire.

Però ti priego, se t'è la mia vita niente cara, che quel che dimandi tu il conceda al tuo parente Arcita, il qual s'è messo a pericoli grandi

per procacciar di lei gioia compita; e tu il sai se e' son ammirandi, che uditi gli hai, raccontandotegli io: fa dunque, caro amico, il mio disio. -

Palemon disse allor: — Veracemente questa non è l'amistà ch'io credea aver di te, poi sì palesemente un don mi nieghi il quale io ti chiedea;

ma io ti giuro, per l'onipotente Giove del cielo e per Venere dea, che prima ch'io di qui faccia partenza, co' ferri partirén tal differenza.

Però t'acconcia come me' ti piace dell'orme omai, e tua ragion difendi, ché di tal guerra non sarà mai pace, poi quel di ch'io ti priego mi contendi,

e 'l core in corpo tutto mi si sface. Perché tu peni e del campo non prendi contra di me, che vincer o morire per la mia donna porto nel disire? -

A cui Penteo disse: — O cavaliere, perché vuo' por te e me in periglio forse di morte (e non ti fa mestiere)? Deh, noi possiam pigliar miglior consiglio,

che ciascun si procacci a suo potere d'aver l'amor del grazioso giglio, e a cui il concede la fortuna colui se l'abbia sanza briga alcuna.

Tu sai che io son quiritto sbandito, e tu hai rotta a Teseo la prigione; però se 'l nostro affar fosse sentito, non ci bisogneria far più ragione

d'Emilia bella col viso chiarito, ma seremmo di morte a condizione; e però piano amiamo intrambendui, infin che Giove altro faccia di noi.

Forse le cose avranno mutamento, e potremmo tornare in nostro stato; o io partirmi e tu esser contento, come fui io, da Teseo accettato,

e così alleggiarsi il tuo tormento; o quello amor mancar che m'ha infiammato, e sola Emilia a te si rimarebbe, ch'essere in questo punto non potrebbe. -

Palemon più di ciò non volle udire, anzi li disse tosto: — Vedi, Arcita, se io dovessi qui oggi morire, tra noi convien che ella sia partita;

chi me' saprà della spada ferire, a lui rimanga la donna e la vita; se tu mi fai per forza ricredente, mai più non l'amerò veracemente. -

— Deh! — disse Arcita, — Questo a dir che vene? Pognàn che tu quiritta m'abbi morto, che farai tu? Avrai tu minor pene? Che ben te ne verrà o che conforto?

Io pur conosco che e' ti convene in prigion ritornare, o, pel più corto cammin che tu potrai, fuggirne via: Emilia, poscia, che util ti fia?

E pognàm pur che tu fossi in amore a Teseo com'io sono, è tua credenza che le volesse te dar per signore? Tu se' ingannato; egli ha più alta intenza!

Io sono stato e son suo servidore quanto esser posso, e sempre sto in temenza dove ch'io sia, pur di rimirarla; e tu come ardirai di domandarla?

E se io qui con fé ti promettessi di non amarla, credi tu che fare con tutto il mio ingegno io il potessi? Certo più tosto sanza mai mangiare

crederei viver che d'amarla stessi; e amor non si può così cacciare come tu credi; e poco ama chi posa, per impromessa, d'amare una cosa.

Dunque che vuoi pur far? Combatteremo, e con le spade in man farén le parti di quella cosa che noi non avemo? Deh, perché lasci così abagliarti

al tuo folle consiglio? Omè, ch'io temo lo 'mpedimento tuo, se non ti parti prima che 'l giorno sia, né sicur sono, s'io son riconosciuto, di perdono. -

— Di mia salute — disse Palemone, — non aver tu pensier; del tutto, avanti che io mi parta, la nostra quistione si finirà, sì che l'un de' due amanti

solo d'amarla fia in possessione; e' consigli che dai ho tutti quanti esaminati meco, e son contento più di morir che di vita in tormento.

Se tu fai quel ch'io cheggio, gelosia, altro non me ne segue, avendo fede in te come in amico, anderà via; se ben nel tempo di ciò mi procede,

rendronne grazie alla fortuna mia; dunque t'apresta, ché il mio cor crede vittoria aver, se non vuogli altramente in ciò far cosa che mi sia piacente. -

Allora disse Penteo sospirando: — Omè, ch'io sento l'ira dell'iddii, li quali ancor ne vanno minacciando contrarii tutti alli nostri disii;

e la fortuna ci ha qui lusingando menati con effetti lieti e pii, e non Amore, a voler che moiamo per le man nostre, come noi sogliamo.

Omè, che m'era assai maravigliosa cosa a pensar che Iunon ci lasciasse nostra vita menare in tanta posa, e come i nostri noi non stimolasse,

de' quali alcun giammai a gloriosa morte non venne, che si laudasse; ond'io mi posso, assai ramaricare, vedendo noi a simil fin recare.

I primi nostri, che nacquer de' denti seminati da Cadmo, d'Agenore figlio, ver lor furon tanto nocenti, che sanza riguardar fraterno amore

tra lor s'uccisero; e i can mordenti Atteon disbranaron lor signore; e Atamante i suoi figliuoli uccise, tal Tesifone in lui fiera si mise!

Latona uccise i figliuoi d'Anfione intorno a Niobè, madre dolente; e la spietata nemica Iunone arder fé Semelè miseramente;

e qual d'Agave e delle sue persone fosse la rabbia, il si sa tutta gente; e simile d'Edippo, il quale il padre uccise e prese per moglie la madre.

Quai fosser poi fra loro i due fratelli, d'Edippo nati, non cal raccontare: il fuoco fé testimonianza d'elli, nel qual fur messi dopo il lor mal fare;

e 'l misero Creonte dopo quelli molto non s'ebbe di Bacco a lodare; or resta sopra noi, che ultimi siamo del teban sangue, insieme n'uccidiamo.

E e' mi piace, poi che t'è in piacere, che pure infra noi due battaglia sia; io sarò presto a fare il tuo volere, ma pria mi lascia addobbar l'arma mia

e ripigliare lo mio buon destriere; quindi farén tutto ciò che disia la mente folle che sì ti consiglia: piangasi il danno a cui di ciò mal piglia. -

Isnellamente Penteo si fu armato, se forse alcuna cosa li mancava, e ebbe tosto il caval ripigliato, e destramente sopra vi montava;

e inver Palemon si fu voltato, che fiero e tutto ardente l'aspettava, e sì li disse: — Omai, come ti piace, prendi con meco o vuo' guerra o vuo' pace.

Ma siemi il ciel, che queste cose vede, ver testimonio, e Appollo surgente, e Fauni e le Driade, se si crede che 'n questo loco alcun ne sia possente;

e le stelle ch'io veggio faccian fede come io son del combatter dolente, e Priapo con esse, li cui prati ci apparecchiàn di fare insanguinati.

Non mi si possa mai rimproverare ch'io sia cagion di battaglia con teco; tu mossa l'hai e tu pur la vuoi fare, e pace schifi di voler con meco;

sallosi Iddio ch'io non poria lasciare mai d'amar quella c'ha 'l mio cor con seco; ma, così amando, volentier vorrei con teco pace, e presto a ciò sarei. -

Dette queste parole, nulla cosa rispose Palemon, ma inanzi al petto lo scudo si recò, quindi l'ascosa spada nel foder trasse, e 'l viso eretto,

inver Penteo con voce orgogliosa disse: — Or si parrà chi più diletto avrà d'amare Emilia. — A cui Penteo: — tu di' il vero; — e 'nver di lui si feo.

E' non avevan lance i cavalieri, e però insieme giostrar non potero; ma con li spron punsero i buon destrieri, e con le spade in man presso si fero

l'un verso l'altro, e sì si scontrar fieri, che maraviglia fu, a dir lo vero, e sì de' petti i cava' si feriro, che rinculando a forza in terra giro.

Ma non pertanto il valoroso Arcita su l'elmo con la spada a Palemone diede un tal colpo, ch'appena la vita li rimanesse fu sua oppinione,

e ben credette alla prima ferita che terminata fosse lor quistione; ma poi che sotto il buon destrier caduto si vide, su si levò sanza aiuto.

E Palemon, nel cader del cavallo, percosse il capo sopra il verde prato; il che acrebbe il gran mal sanza fallo ch'aveva per lo colpo a lui donato

dal buon Penteo, per che di quello stallo non si moveva, anzi parea passato di questa vita, e a giacer si stava; e 'l buon Penteo ardito l'aspettava.

Ma poi che elli il vide pur giacere, disse fra sé: «Che potrebbe esser questo?» E sanza indugio lui gì a vedere, e trovol che non era ancora desto

dello spasmo profondo, e 'n suo parere disse: «Morto è, ché troppo li fu infesto il colpo della mia spada tagliente, di ch'io sarò tutto tempo dolente»

Elli il tirava degli arcion di fori soavemente, e l'elmo li traeva, e 'n su l'erbetta fresca e sopra i fiori teneramente a giacer lo poneva;

e poi con man delli freschi liquori del vicin rivo a suo poter prendeva, e 'l viso li bagnava acciò che esso, se fosse vivo, si sentisse addesso.

Ma Palemone ancor non si sentia; per che Penteo piangeva doloroso, dicendo: — Lassa omai la vita mia! Morto è il mio compagno valoroso;

ma di ciò testimon Febo mi sia, che io non fui di ciò volonteroso, né mai battaglia con lui disiai. O me dolente, perché mai amai?

S'io questa donna non avessi amata, com'io faceva, di tutto mio core, questa battaglia non sarebbe stata; ma per difendere il leale amore

che io porto ad Emilia, è incontrata l'aspra giornata piena di dolore; or foss'io morto il giorno che a Teseo prima tornai, nominato Penteo! -

E 'n questo punto tornò Palemone in sua memoria e 'n piè si fu levato, ché non aveva altro che stordigione per lo gran colpo in sé di mal provato;

e come ardito e franco e buon campione, davanti al petto lo scudo recato, si vide presso che forte piangea il buon Penteo, a cui così dicea:

— Leva su, cavalier, che io non sono ancora vinto, perch'io sia abbattuto; e se della tua spada il greve trono mi spaventò, in me son rivenuto;

e non creder però aver perdono da me, perché pietoso t'ho veduto; e' ti convien con forza e con valore combatter meco d'Emilia l'amore. -

Maravigliossi allor Penteo assai, e dentro al cor nascose la sua ira, e disse: — Palemon, gran ragione hai di mal volere a chi per te sospira,

ma d'altra foggia ti sarò omai; però come tu vuo' così ti gira, prendi come ti piace ogni vantaggio, ché di te vincer ho fermo coraggio. -

Ciaschedun chiama in suo aiuto Marte e Venere e Emilia insiememente, e imprometton doni; e d'altra parte ciascun si reca dentro alla sua mente

la nobiltà, l'ardire e la molta arte delle battaglie e 'l ferir prestamente; e l'uno inver dell'altro de' baroni s'andarono a ferir come dragoni.

Li scudi in braccio e le spade impugnate, sopra l'erbette l'un l'altro ferendo, sanza aver più l'un dell'altro pietate, si gieno i due baroni e ricoprendo:

tututte l'armi s'aveano spezzate, per la lunga battaglia combattendo; e poco s'era ancora conosciuto ch'alcun vantaggio fra lor fosse suto.

Ma come noi veggiam venire in ora cosa che in mille anni non avvene, così avvenne veramente allora che Teseo con Emilia d'Attene

uscir con molti in compagnia di fora; e qual di loro uccello e qual can tene, e nel boschetto entraro, alcun cornando, alcun compagni e alcun can chiamando.

E cominciar lor caccia e lor diletto, e ciascun gia sì come li piacea in qua in là per lo folto boschetto, e chi uccelli e chi bestie prendea;

e in tal guisa, senza alcun sospetto, con un falcone in pugno procedea, per pervenire alla chiara rivera, Emilia, ove per lei tal battaglia era.

Ell'era sopra d'un bel pallafreno co' can dintorno, e un corno dallato avea e dalla man contraria al freno, dietro alle spalle, un arco avea legato

e un turcasso di saette pieno, che era d'oro tratto lavorato; e ghirlandetta di frondi novelle copriva le sue treccie bionde e belle.

E sopravenne lì subitamente, e s'arestò vedendo i cavalieri; ma conosciuta fu immantanente da ciaschedun delli due buon guerrieri;

li qua' però non ristetter niente, ma ne divenner più forti e più fieri, sì si raccese in ciaschedun l'ardore della donzella ch'amavan di core.

Ella si stava quasi che stordita, né giva avanti né 'ndietro tornava; e sì per maraviglia era invilita, ch'ella non si movea né non parlava;

ma poi ch'alquanto fu in sé reddita, della sua gente a sé quivi chiamava, e similmente ancor chiamar vi feo a veder la battaglia il gran Teseo.

Il quale assai di maraviglia prese chi fosser questi due che combatteano, e a mirarli lungamente intese; e stima ben che gran mal si voleano,

quando considerava ben l'offese che essi insieme tra lor si faceano; ma poi ch'egli ebbe assai ciascun mirato, cavalcò oltre e lor si fu appressato.

Poi disse loro: — O cavalier, se Marte vittoria doni a chi più la disia, ciascun di voi si tragga d'una parte, e s'elli è in voi alcuna cortesia,

mi dite chi voi sete e chi in tal parte, a battaglia v'induce tanto ria, secondo ne mostrate nel ferire che fate l'uno a l'altro da morire. -

Li cavalier quando vider Teseo e lui udiro a lor così parlare, ciascuno indietro volentier si feo, e vorrebbero avere a cominciare

quella battaglia; ma il buon Penteo prima così rispose al dimandare: — Noi siam duo cavalier che per amore con le spade proviàn nostro valore. -

Disse Teseo: — Ditene chi sete. - A cui Penteo: — Noi 'l farem volentieri, se voi, caro signor, ne promettete la pace vostra, se a noi fia mestieri. -

A cui Teseo rispose: — Vo' l'avete, perch'io vi veggio sì pro' cavalieri, e combattete ancor per tal cagione, ch'offendervi saria contra ragione. -

Allora que' rispose prestamente: — Io sono il vostro Penteo che vi parlo, il qual con questo cavalier valente, per troppo amor, volendo soperchiarlo,

battaglia fo; e e' me similmente vuol soperchiar, perch'io accompagnarlo voglio ad amar; chi e' sia, ecco lui che vel dirà assai me' che altrui. -

A Palemon pareva male stare; ma non pertanto e' cacciò la paura e disse: — Siri, io nol posso celare chi io mi sia, e ancor mi sicura

vostra virtù che non vorrete usare la vostra forza contro alla mia pura mente, che per amor fuor di prigione uscì', e sono il vostro Palemone. -

Teseo, udendo nominar costoro, prima sdegnò, poi ringraziolli assai che s'eran nominati, e disse loro: — Deh, non vi spiaccia, ditemi oramai

come Cupido con lo stral dell'oro amendun vi ferì di pari guai, con ciò sia cosa che l'un vien d'Egina, l'altro fu preso a Tebe la meschina.

E se licito m'è ch'io sappia ancora chi sia la donna, vi priego il diciate. - Palemon sospirò, e disse allora come le cose tutte erano andate;

e ciò Teseo vie più che l'altre accora che prima gli erano state contate, e disse: — Amor v'ha dato grande ardire, poi non curate per lui il morire. -

A cui Palemon disse: — Alto signore, saputo hai ciò che vuoli interamente, e a contarlo m'ha dato valore disiderio di morte certamente,

la qual mi finiria l'aspro dolore che sempre offende la mia trista mente; e io, che son di tua prigion fuggito, ho d'esser morto molto ben servito. -

Allor Teseo: — Non piaccia a Dio che sia ciò che dimandi, ben che meritato l'aggiate per la vostra gran follia; ché l'un contra 'l mandato è ritornato,

e l'altro ha rotta la mia prigionia, sì ch'io non ne saria mai biasimato se i' 'l facessi, né faria fallanza, ma serverei l'antica buona usanza.

Ma però ch'io già innamorato fui e per amor sovente folleggiai, m'è caro molto il perdonare altrui, perch'io perdon più fiate acquistai,

non per mio operar, ma per colui pietà a cui la figlia già furtai; però sicuri di perdono state: vincerà il fallo la mia gran pietate.

Ma non fia assoluto il perdonare, ch'io ci porrò piacevol condizione, la qual voi mi prometterete fare, se io perdono a vostra falligione. -

Essi il promisero, e e' fé giurare lor di servarla sanza offensione, e felli insieme far pace solenne; poi in questo modo con lor si convenne.

E' cominciò: — Be' signori, io avea la giovinetta la qual voi amate meco guardata, e donar la credea per vera sposa al piacevole Acate,

nostro cugin; ma la fortuna rea con morte queste cose ha via levate, e ella s'è rimasa senza sposo, come vedete, col viso amoroso.

Dunque convene a me pensar d'altrui, perché l'età di lei omai il richiede, né io non so pensar ben bene a cui io la mi dea, che con più ferma fede

l'ami e onor che farà un di voi, se sì l'amate come il mio cor crede; ma non la può di voi aver ciascuno però convien ch'ella rimanga a l'uno.

A l'un di voi sarà bene investita, però che sete di sangue reale e d'alto affare e di nobile vita; e ella similemente è altrettale

e è sorella a la reina ardita che meco stato serva imperiale; per la qual cosa sdegnar non dovete per moglie lei, se averla potete.

Ma per cessar da voi ogni quistione, con l'arme indosso vi convien provare nel modo ch'io dirò: che Palemone cento compagni farà di trovare

quali e' potrà a sua elezione, e a te simil converrà di fare; poi a battaglia nel teatro nostro sarete insieme col seguito vostro.

Chi l'altra parte caccerà di fore per forza d'arme, marito le fia; l'altro, di lei privato e dell'onore, a quel giudicio converrà che stia

che la donna vorrà, al cui valore commesso da questa ora innanzi sia; e 'l termine vi sia a ciò donato uno anno intero. — E così fu fermato.

Sì come per mal sol palida fassi candida rosa o per Noto spirante, che poi, vegnendo Zeffiro, rifassi o per la fresca aurora levante,

e gloriosa in su li pruni stassi, bella come tal volta fu davante, così costor diventaron, raccolto il parlar di Teseo lor caro molto.

E risposero a lui umilemente: — Signore, a tanta grazia quanta fai a ciaschedun di noi, nessun possente a ciò guiderdonar sarebbe mai;

ma que' che 'l cielo e 'l mondo parimente governa ti contenti, sì come hai noi contentati de l'alto perdono del nostro fallo, il qual ci è sommo dono.

Noi siam disposti ad ogni tuo piacere, e penserem di metter ad effetto quel che n'hai comandato a tuo volere. - Poi cominciaron mirabil diletto,

vedendo ciò che più era in calere sicura dimorar nel lor cospetto; la qual li rimirava vergognosa e delle lor ferite assai pietosa.

A cui Teseo: — O giovine donzella, vedi tu quanto per te faccia Amore, perché tu se' più ch'alcuna altra bella? Ben tel dei reputar sovrano onore,

e oltre a ciò isposa se' novella dell'un de' due di cotanto valore. - Nulla rispose Emilia, ma cambiossi tutta nel viso, tanto vergognossi!

Febo era già a mezzo il ciel salito, nell'animal che tenne Garamante allor che Giove, di Creti partito, in Africa passava ad Atalante;

quando ciascun di loro, assai ferito, le piaghe si stagnava tutte quante; ma 'l tempo caldo mosse a dir Teseo: — Medichera'ti alla città, Penteo. -

E poi li fé sovra i cavai salire con tutte l'arme, e in mezzo di loro Emilia bella di grazia fé gire; di che contenti tanto eran costoro,

che lingua alcuna nol potrebbe dire; e poco gli occhi lor facean dimoro, che non mirasser lei assai celato, finché per loro in Attene fu intrato.

Quivi con festa al palagio maggiore disceser tutti, e Teseo disarmare fé li teban baron di gran valore, e dolcemente li fece curare;

e più ancora lor fece d'onore, che li fé dentro al palagio abitare; e rendé lor castella e possessioni, quante n'avean pria che fosser prigioni.

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LIBRO QUINTO · Giovanni Boccaccio · Poetry Cove