Quanto può fare il tempo più guazzoso, cotanto allora il faceva Orione, molto nel cielo allora poderoso con le Pliade in sua operazione;
e Eol d'altra parte più ventoso il faceva che mai, in quella stagione ch'uscì d'Attena il doloroso Arcita sanza speranza mai di far reddita.
Grande era l'acqua, il vento e 'l balenare quel di che Arcita si partì d'Attene, dal termine costretto dell'andare, posto che 'l dove e' non sapesse bene;
ma non pertanto, sol per sodisfare a Peritoo, avendo ancora spene del ritornar, dolente a capo chino inver Boezia prese suo cammino.
Poco era ancor dalla terra partuto, quand'elli a' suo' scudieri: — Amici cari, io non intendo d'esser conosciuto, mentre che duran questi tempi amari;
però che forse, se fosse saputo là dov'io fossi, io non viverei guari; e però non Arcita, ma Penteo mi nominate in questo tempo reo. -
E poi con tempo iniquo camminando, lo 'nnamorato Arcita si voltava ispesse volte la città mirando, e quindi, lei veduta, sospirava,
seco sovente così ragionando: «Deh, quanto pò amor, poi che mi grava partir del loco ch'io dovrei odiare, se degnamente volessi operare!».
E quinci alla cagion che a ciò il traeva, ciò era Emilia bella e graziosa, subitamente l'animo volgeva; onde con voce alquanto più pietosa,
fra sé parlando, misero diceva: «O nobile donzella, o amorosa più ch'altra fosse mai, esemplo degno delle bellezze dello etterno regno,
dove, partendom'io contra volere, posto che tu giammai non fosse mia, essendo io tuo, ti lascio, o bel piacere? Perché non m'era la prigion men ria,
potendo alcuna volta te vedere, ch'avere il mondo tutto in mia balia sanza di te, che io più che me amo, né altra cosa ch'al mondo sia bramo.
Deh, se io fossi en la mia libertate dimorato in Attene tanto ch'io un poco pur la tua novella etate avessi, omè, accesa del disio
del quale io ardo, credo in veritate ch'io sentire' il lungo esilio mio con men dolor, sentendo que' sospiri in te per me c'ho per te, e' disiri.
Ma tu appena non conosci amore non che tu m'ami, e però non ti cale del mio intollerabile dolore, né puoi compassione al mio gran male
portare; e ciò che mi dà duol maggiore e con asprezza più il cor m'asale, è che mi par vederti maritata ad uom che mai non t'avrà più amata.
E così 'l mio fedele e buon servire sarà perduto, e angosciosamente lontano a te mi converrà morire. Deh, or foss'io pur certo solamente
che per tal morte tu dovessi dire: “Certo costui amò ben fedelmente; e' me ne incresce!” Poi, dove ch'io gissi, altro che ben non credo ch'io sentissi.
Deh, lasso me!, or che vo io cercando ne' sospir dispietati e angosciosi, che in me ognora van multiplicando, ciò che esser non pò? O tenebrosi
regni di Dite, s'alcun tormentando in voi tenete, dite che si posi, poiché vivendo io son colui che porto sol pena, più che altro vivo o morto».
Poi ad Amor le sue voci volgea con troppo più orribile favella dolendosi di lui; poscia dicea: «Omè, Fortuna dispietata e fella
che t'ho io fatto che sì mi se' rea? O Morte trista, vien, che 'l cor t'appella; coniugni me, col tuo colpo feroce, co' miei passati nella infernal foce».
Così piangendo, con seco Penteo, più doloroso assai che non appare, il dì secondo del regno d'Egeo uscì co' suoi, e cominciò a intrare
in quel nel qual già felice poteo, cioè in Boezia; e dopo alquanto andare, Parnaso avendo dietro a sé lasciato, alla distrutta Tebe fu arrivato.
E' vide tutta quella regione esser diserta allora d'abitanti, per ch'elli incominciò: «O Anfione, se tu, intanto che co' dolci canti
della tua lira, tocca con ragione, per chiuder Tebe i monti circustanti chiamasti, avessi immaginato questo, forse ti saria suto il suon molesto.
Dove sono ora le case eminenti del nostro primo Cadmo? Dove sono, o Semelè, le camere piacenti per te a quel che del più alto trono
governa il cielo, e per le qua' le genti tebane mai non meritar perdono da Iuno? E quelle dove son d'Almena, che doppia notte volle a farsi plena?
Ove di Dionisio appaiono ora, misero me, li triunfi indiani? Deh, dove son gli eccelsi segni ancora de' popoli silvestri libiani?
Nessun qui al presente ne dimora: li re son morti, e voi, tristi Tebani, dispersi gite, e 'n cenere è tornato ciò che di voi fu già molto lodato.
Ov'è lo spesso popolo, ove Laio, ove Edippo dolente ove i figliuoli? Ogni cosa ha distrutto il fuoco graio; e per multiplicar li nostri duoli
con vergogna, le femine il primaio v'accesero. O Iunon, dunque che vuoli del nostro miser sangue più omai? Non ti pare aver fatto ancora assai?
Piccola forza omai al tuo furore finire ha luogo, ch'io e Palemone, né altro più, del sangue d'Agenore rimasi siamo; e elli è in prigione,
e io in tristo esilio; né piggiore stato potresti donarci, o Iunone, fuor se ci uccidi; e questo per conforto disidera ciascun, d'esser già morto».
E detto ciò, con ira sospirando, da quella torse il viso disdegnoso, co' suo' scudieri inver Corinto andando; nella qual giunto, assai piccol riposo
fece, ma ver Mecena cavalcando, in essa quasi fuor di sé pensoso pervenne, e quivi così sconosciuto a servir Menelao fu ricevuto.
Egli era ancora molto giovinetto, sì come il barba non aver mostrava; bello era assai e di gentile aspetto, e a gran pena quel ch'era celava;
ben l'avea fatto alquanto palidetto l'amorosa fatica che portava, ma non sì ch'elli molto non piacesse a chiunque era que' che lui vedesse.
Egli era già vicin d'uno anno stato con Menelao in gran doglia e tormento, né mai, ben che n'avesse domandato celatamente, del suo intendimento
niuna cosa n'aveva spiato; per che ad Egina lì venne in talento d'andar, là dove reggeva Pelleo, e, concedendol Menelao, il feo.
Quivi sperava di potere udire d'Emilia novelle tal fiata; questa sola cagion vel fece gire. Elli avea già la forma sì mutata,
né di sé cosa alcuna sentia dire, sì ch'a fidanza con la sua brigata prese 'l cammino e gissene ad Egina, là dove giunse la terza mattina.
Quivi in maniera di pover valletto, non delli suoi maggior ma compagnone, al servigio del re sanza sospetto fu ricevuto e messo in commessione;
e ubidendo a ciò che gli era detto, si fece a modo che un vil garzone, acciò che e' potesse lì durare, fin che fortuna li volesse atare.
Quivi con seco sovente piangeva la sua fortuna e la sua trista vita, e spesse volte con sospir diceva: «Ahi, doglioso più ch'altro e tristo Arcita!
Se' fatto fante, laddove soleva esser tua casa di fanti guarnita; così fortuna insieme e povertate t'ha concio, e il voler tua libertate.
Per libero esser, più servo che mai se' divenuto, misero dolente! Ahi, real sangue, che vitupero hai: sed e' mi conoscesse questa gente!
Certo per mio peccar nol meritai, ma di Creon la dispietata mente di questo, lasso!, m'è cagione stato, e ancor dello stare imprigionato».
Così senza nell'animo riposo aver giammai, in doglia sempre stava; e l'esser già istato glorioso vie più che gli altri danni il tormentava;
e vorria inanzi sempre bisognoso essere stato e in vita trista e prava, ch'avere avuto tal fiata bene e ora sostener noiose pene.
E ben che di più cose e' fosse afflitto e che di viver gli giovasse poco, sopra ogn'altra cosa era trafitto d'amor nel core, e non trovava loco;
e giorno e notte sanza alcun respitto sospir gittava caldi come foco, e lagrimando sovente doleasi, e ben nel viso il suo dolor pareasi.
Egli era tutto quanto divenuto sì magro, che assai agevolmente ciascun suo osso si saria veduto; né credo ch'Erisitone altramente
fosse nel viso che esso paruto nel tempo della sua fame dolente; e non pur solamente palido era, ma la sua pelle parea quasi nera.
E nella testa appena si vedeano gli occhi dolenti; e le guance, lanute di folto pelo e nuovo, non pareano; e le sue ciglia pelose e acute
a riguardare orribile il faceano; le come tutte rigide e irsute; e sì era del tutto tramutato, che nullo non l'avria raffigurato.
La voce similmente era fuggita e ancora la forza corporale; per che a tutti una cosa reddita qua su di sopra dal chiostro infernale
parea, più tosto ch'altra stata in vita; né la cagion onde venia tal male giammai da lui nessun saputa avea, ma una per un'altra ne dicea.
Come d'Attene li nessun venia, onestamente e con savio parlare di molte cose domandandol pria, d'Emilia trascorrea nel ragionare,
addomandando s'ella fosse o fia nelli tempi vicin per maritare, e d'altre cose circustanti molte; ben che ciò gli avenisse rade volte.
Ma i dolenti fati, i qua' tirando gian d'una in altra miseria costui, vegnendosi il suo fine appropinquando, con poca festa rallegraron lui,
diversamente l'opere menando quando per esso e quando per altrui; fin ch'al veduto termine pervenne, dove si ruppe il fil che 'n vita il tenne.
Per avventura un di' come era usato, Penteo soletto alla marina gio, e 'nverso Attene col viso voltato mirava fisamente e con disio;
e quasi il vento ch'indi era spirato più ch'altro li pareva mite e pio, e ricevendol dicea seco stesso: «Questo fu ad Emilia molto appresso».
E mentre che 'n tal guisa dimorava, una barchetta dentro al porto entrare vide; laonde ad essa s'appressava, e cominciò di loro a domandare
donde venisse; e un che 'n essa stava disse: — D'Attene, e là crediam tornare assai di corto; s'tu vorrai venire, qui su potrai con esso noi salire. -
A cotal voce sospirò Penteo; poi, tratto quel da parte, pianamente il domandò che era di Teseo, e di più cose diligentemente,
a le qua' tutte que' li sodisfeo; ma poi della reina ultimamente e della bella Emilia domandando, così que' li rispose al suo domando:
— Qualunque dea nel cielo è più bella, nel cospetto di lei parrebbe oscura; ell'è più chiara che alcuna stella, né dicesi che mai bella figura
fosse veduta tanto come quella; ver è che per la sua disaventura l'altrier morì Acate, a cui sposa esser doveva quella fresca rosa. -
E altre cose molte più li disse, le qua' misor Penteo in gran pensiero; e 'l tramortito amor quasi rivisse, e il disio più focoso e più fiero
parve subitamente divenisse; né ciò li parve a sostener leggiero, e in sé conobbe che 'n tal disiare non potrebbe or, come già fé, durare.
E' si sentiva sì venuto meno, ch'appena si poteva sostenere; onde, se a quelle pene che 'l coceno nol medicasse l'Emilia vedere,
assai in brieve lui ucciderieno; per che diliberò pur di volere in ogni modo tornare ad Attene ad alleggiare o a finir sue pene,
fra sé dicendo: «Io son sì trasmutato da quel ch'esser solea, che conosciuto io non sarò, e vivrò consolato, me ristorando del mal c'ho avuto,
vedendo il bello aspetto ove fu nato il disio che mi tene e ha tenuto; e s'al servigio di Teseo potessi esser, non so che poi più mi chiedessi.
Se forse è sì crudel la mia ventura ch'io sia riconosciuto, e' m'è il morire vie più grazioso che vita sì dura, come io fo in sempre mai languire».
Poi in su tal proposta s'asicura e si dispon del tutto a ciò seguire; e mille anni gli par che a ciò sia, tanto vedere Emilia disia.
E' non tardò di metter ad effetto cotal pensiero, anzi commiato prese, e 'nver di quella navicò soletto; e 'n pochi giorni lì giunto discese
in maniera di povero valletto, e in Attene con tema si mise; e acciò ch'elli Emilia vedesse, stette più dì, né fu chi 'l conoscesse.
Quando s'avide ben ch'era del tutto fuor delle menti di tutte persone, e che l'angoscia e 'l doloroso lutto ora li torna in consolazione,
disse fra sé: «Ancor sentirò frutto della mia lunga tribulazione; e la fortuna, a me stata nemica, sotto altro aspetto mi fia forse amica».
Quinci agli eccelsi templi se ne gio del grande Appollo, e 'nnanzi alle sue are s'inginocchiò, e con sembiante pio volendo quivi li suoi prieghi dare,
subito pianto molto lo 'mpedio, venutoli da nuovo memorare quel che già fu e quel che egli ora era; poi cominciò in sì fatta maniera:
— O luminoso Iddio che tutto vedi, il cielo e 'l mondo e l'acque parimente, e con luce continua procedi tal che tenebra non t'è resistente,
e sì tra noi col tuo girar provedi ched e' ci vive e nasce ogni semente, volgi ver me il tuo occhio pietoso e questa volta mi sie grazioso.
A me non legne, non fuoco, né incenso, non degno armento a la tua deitate, non lauree corone, e or pur censo mi fosse a sodisfar necessitate;
e quinci vien che con giusto compenso non son da me le tue are onorate, e tu il ti vedi, ché di ciò ingannare non ti potrei, perch'i' 'l volessi fare.
Di lagrime, d'affanni e di sospiri, d'ogni infortunio e povertate intera son io fornito, e ancor di disiri d'amor, vie più che bisogno non m'era;
di questi a te che l'universo giri fo sacrificii con nuova maniera; prendili per accetti, io te ne priego, e al mio domandar non metter niego.
Sì come te alcuna volta Amore costrinse il chiaro cielo abandonare e lungo Anfrisio, in forma di pastore, del grande Ameto a gli armenti guardare,
così or me il possente signore qui in Attene ha fatto ritornare, contra 'l mandato che mi fé Teseo, allor ch'a Peritoo mi rendeo.
E ben ch'angoscia transformato m'abbia, e 'l nuovo nome, di ciò ch'io solea altra volta esser, la smarrita labbia priego mi servi o nuova in me la crea,
sotto la qual coverta la mia rabbia, vedendo Emilia, contento mi stea, e a servir Teseo sia ricevuto, sanza mai esser lì riconosciuto.
Se ciò mi fai, e io sia rivestito giammai del mio, sì come tu se' degno t'onorerò. — E fu esaudito d'ogni suo priego, e cognobbene segno;
per che dal tempio tosto dipartito, a fornir sua intenzion lo 'ngegno pose, e pensò come fatto venisse ch'esser potesse che Teseo servisse.
Com'elli avea con seco immaginato, così lo immaginar seguì l'effetto; e s'elli avesse a lingua dimandato non gli saria si ben venuto detto;
però che fu con Teseo allogato, né fu dell'esser suo preso sospetto, né domandato fu chi fosse o donde: così gli andaron le cose seconde!
E' non fu prima a tal partito giunto, che 'l suo aspetto un pochetto più chiaro si fé che pria parea così compunto, e dipartissi il suo dolore amaro
il qual l'avea col lagrimar consunto, e le sue membra forze ripigliaro; ma tutte altre allegrezze furon nulla a petto a quando vide la fanciulla.
Teseo, faccendo una mirabil festa, tra l'altre donne Emilia fé venire, la qual più ch'altra leggiadra e onesta, piacevol, bella e molto da gradire,
ornata assai in una verde vesta, tal che di sé ciascuno uom facea dire lode maravigliose, e tal dicea che veramente ell'era Citerea.
Ma oltre a tutti gli altri con disio la rimirava più lieto Penteo, dicendo seco: — O Giove, sommo iddio, se e' mi fa omai morir Teseo,
alli tuoi regni me ne verrò io; omai non mi può nuocer tempo reo, e di buon cuor perdono alla fortuna se mai di mal mi fece cosa alcuna,
poi ch'ella m'ha condotto a cotal porto, ch'io veggio il chiaro viso di colei ch'è sommo mio diletto e mio conforto. Fuggan da me e sospiri e gli omei,
fugga 'l disio ch'aveva d'esser morto, siemi ben sommo il rimirar costei; questo mi basti. — E sì dicendo, fiso sempre mirava l'angelico viso.
Maggior letizia non credo sentisse allor Tereo quando li fu concesso per Pandion che Filomena en gisse alla sua suora in Trazia con esso,
che or Penteo; ma come ch'avenisse, essendogli ella non molto di cesso, inver di lui alquanto gli occhi alzati, ebbe li suoi di botto affigurati.
Mirabil cosa a dir quella d'amore, che rade volte è che la cosa amata, quantunque ella abbia male abile core d'esser per tale obietto innamorata,
pur nella mente porta l'amadore; e quantunque ella si mostri adirata, non le dispiace, e se non ama altrui, poco o assai conven ch'ami colui.
Era, com'è già detto, giovinetta Emilia tanto, ch'ella non sentia quanto nel core amor punge o diletta, allor ch'Arcita pria se n'andò via
le' rimirando, come su si detta; il quale, ancor che la fortuna ria così deforme l'avesse renduto, da essa sola fu riconosciuto.
Ella nol vide prima che ridendo con seco disse: «Questi è quello Arcita il quale io vidi dipartir piangendo. Ahi, misera dolente la sua vita!
Che fa e' qui? Or che va e' caendo? Non conosc'el che se fosse sentita la sua venuta da Teseo, morire gli converrebbe o in prigion reddire?».
Vero è che tanto fu discreta e saggia, che più di ciò non parlò ad alcuno, e a lui fa sembianti che non l'aggia giammai veduto più in loco nessuno;
ma ben si maraviglia quale scaggia di bianco l'abbia così fatto bruno e dimagrato, che par pur la fame nel suo aspetto e pien di tutte brame.
Incominciò il nobile Penteo, ammaestrato da fervente amore, sì a servir sollecito a Teseo e ad ogni altro per lo suo valore,
ch'elli in tutto suo segreto il feo, amando lui più ch'altro servidore; e 'l simile l'amava la reina di buono amor, e ancor la fantina.
E ben che la fortuna l'aiutasse e fosse a lui benigna ritornata, mai dal diritto senno lui non trasse, né 'l fece folleggiare una fiata;
e posto che ferventemente amasse, sempre teneva sua voglia celata, tanto ch'alcun non se ne accorse mai, ben che facesse per amore assai.
Come io dico, saviamente amava, né si lasciava a voglia trasportare, e a luogo e a tempo rimirava Emilia bella, e ben lo sapea fare;
e ella savia talor se ne addava, mostrando non saper che fosse amare; ma pur l'età già era innanzi tanto, che ella conoscea di ciò alquanto.
Esso cantava e faceva gran festa; faceva pruove e vestia riccamente, e di ghirlande la sua bionda testa ornava e facea bella assai sovente;
e 'n fatti d'arme facea manifesta la sua virtù, che assai era possente; ma duol sentiva, in quanto esso credea Emilia non sentir per cui il facea.
Né e' non gliele ardiva a discovrire, e isperava e non sapea in che cosa, donde sentiva sovente martire; ma per celar ben sua voglia amorosa,
e per lasciar li sospir fuori uscire che facean troppo l'anima angosciosa, avea in usanza tal volta soletto d'andarsene a dormire in un boschetto.
E questo aveva in costuma di fare nel tempo caldo, ch'era fresco il loco, e era sì rimoto da l'andare di ciaschedun, che ben poteva il foco
d'amor con voci fuor lasciare andare e a sua posta lungamente e poco; e non era lontano alla cittate oltre tre miglia giuste misurate.
Egli era bello, e d'alberi novelli tutto fronzuto e di nova verdura; e era lieto di canti d'uccelli, di chiare fonti fresche a dismisura,
che sopra l'erbe facevan ruscelli freddi e nemici d'ogni gran calura; conigli, lepri, cervi e cavriuoli vi si prendean con cani e con lacciuoli.
Come io dico, in quello assai sovente, quando con arme e quando senza, gire Penteo usava, e 'n su l'erba ricente sotto un bel pin si poneva a dormire,
a ciò invitato da l'acqua corrente che mormorava; ma del suo disire focoso, in prima che s'adormentasse, con Amor convenia si lamentasse.
E cominciava così a parlare: — Io non pensava, Amor, che tu potessi tanto in un cuor d'uno uomo adoperare, ch'al piacer d'una donna sì 'l traessi,
ch'ogni altra cosa il facessi obliare, e in potenzia di lei tutto il ponessi, come hai posto tutto quanto il mio, che altro che servirla non disio.
Ma tu m'hai fatto in alcun caso torto, però ch'io amo e non son punto amato, ond'io non spero mai d'aver conforto; e haimi sì tutto l'ardir levato,
che dir non l'oso, e tu te ne se' accorto, perché troppo m'hai posto in alto lato a quel ch'a mia fortuna si convene, ché non son ricco d'altro che di pene.
Deh, quanto mi saria stata più cara la morte ch'aspettar la tua saetta! Oh, quanto dicer può che l'abbia amara qualunque è que' che dolente l'aspetta,
però che in essa poco ben ripara a rispetto del mal che ella getta! E però s'io mi dolgo, io ho ragione, vedendo me legato in tua prigione.
Ma tu se' tanto e tal, caro signore, ch'ogni mia doglia puoi volvere in pace, faccendo ch'ella mi senta nel core quale essa dentro al mio sentir si face;
e io, sì come umil servidore, ti priego il facci, Amor, se e' ti piace. Deh, chi sarà di me poi più contento, se per me pruova quel ch'io per lei sento?
Io viverò tutto tempo gioioso, né biasmerò giammai tua signoria; io ti farò sacrificio pietoso, signor mio caro, della vita mia,
e sempre il tuo onore in grazioso verso da me lieto cantato fia: adunque fallo, se di me ti cale, ch'io mi consumo per soverchio male. -
Questo ripete spesso con sospiri, chiamando Emilia, e nel dir si contenta e quasi in mezzo delli suoi martiri istanco tutto quivi s'adormenta;
e mentre il ciel co' suoi etterni giri l'aere tien di vera luce spenta, si stava, e sempre si svegliava allora che da Titon partita ven l'Aurora.
Allor, sentendo cantar Filomena che si fa lieta del morto Tereo, si drizza, e 'l polo con vista serena mirato un pezzo, lauda Penteo
la man di Giove d'ogni grazia piena, che lavoro sì bello e grande feo; poi ad Emilia il suo pensier voltava, vedendo Citerea che si levava
mostrando innanzi al sol la sua chiarezza, alla qual gli occhi d'Emilia lucenti assomigliava e la mira bellezza; e gli augelletti, del giorno contenti,
davan, cantando in su' rami, dolcezza, per che a Penteo i pensier più cocenti si facevano ognora, e più a quelli dava gli orecchi, sì gli parean belli.
E quando aveva gran pezza ascoltato, mirava inver lo cielo e sì dicea: — O chiaro Febo, per cui luminato è tutto il mondo, e tu piacente dea
del cui valor m'ha tuo figliuol piagato vie troppo più che io non mi credea, mettete in me sì del vostro valore, che io non pera per soverchio amore.
Deh, date al mio amar fine piacente, sì ch'io non moia per fedelmente amare; per giovanezza Emilia non sente che cosa sia ancora innamorare,
né come piace conosce niente, se ad Amor non gliel fate mostrare; e io non l'oso più fare assentire, tanta è la mia paura del morire.
E così vivo in speranza dubbiosa, e 'l mio adoperare è sanza frutto; per ch'io ti priego, o Venere amorosa, entrale in core omai, e me che tutto
son sanza fallo suo, fa che pietosa senta, sì che si termini il mio lutto; e tu, Febo, la fa tanto discreta, che la mia voglia in sé ritenga cheta. -
E queste e altre più parole ancora metteva in nota lo giovine amante; ma poi che e' vedeva chiara l'ora e le stelle partite tutte quante,
sanza far quivi più lunga dimora, se ne veniva ad Attene festante, e alla cambra del signor n'andava per lui servir, se nulla bisognava.
Questa maniera teneva Penteo molto sovente, fuor d'ogni paura, e a grado servendo il gran Teseo, di suo amore ognora avea più cura;
ma poco n'avanzava, e di ciò reo li parea molto, onde di sua sventura una mattina con greve parlare così si cominciò a ramarcare:
— O misera Fortuna de' viventi, quanti dai moti spessi alle tue cose! Deh, come abbassi li sangui e le genti, e quando vuoli ancora graziose
le vilissime fai, e non consentì di legge avere in esse mervigliose, sì come uom vede in me che son verace esemplo del girar che fai fallace.
Di real sangue, lasso!, generato, venni nel mondo d'ogni pena ostello, e con gran cura in ricchezza allevato, nella città di Bacco tapinello
vissi e con gioia tenni grande stato, sanza pensare al tuo operar fello; poi per l'altrui peccato, non per mio, la gioia e 'l regno e 'l sangue mio perio.
E fui del campo per morto, doglioso feruto, tolto e recato a Teseo, il qual, sì come signor poderoso, come li piacque, imprigionar mi feo;
quivi, per farmi peggio, l'amoroso dardo m'entrò nel cor, focoso e reo per la bellezza d'Emilia piacente, che mai di me non si curò niente.
E cominciai di novo a sospirare per tal cagione, e a sostener pene; né mi pareva assai avere a fare di sostener di Teseo le catene,
delle qua' Peritoo mi fé cacciare; onde convenne partirmi d'Attene, credendo aver mio affar migliorato, e di gran lunga il trovai piggiorato;
ch'io mi trovai povero e pellegrino del regno mio cacciato, e per amore gir sospirando a guisa di tapino; e là dove altra volta fui signore,
servo divenni per lo gran dichino della fortuna; e non potendo il core più sofferir, da Pelleo fei partita, Penteo essendo tornato d'Arcita.
E sì d'Emilia strinse la bellezza, che di Teseo cacciai via la paura, e qui mi misi per la mia mattezza a ritornare con mente sicura,
essendo suo nemico; alla sua altezza divenni servidor con somma cura, si ch'io Emilia vedessi sovente, colei ch'è donna mia veracemente.
E essa, omè, del mio greve tormento nulla si cura né pensa este cose, sì che io servo vie peggio ch'al vento, e stonne sempre in pene dolorose;
e or m'avesser sol fatto contento d'un bel guardarmi le luci amorose! Ma tu, crudel Fortuna, mi ci nuoci, ch'ognor con nuovo foco più mi coci.
Di tanto sol seconda mi se' stata, che 'l nome mio hai ben tenuto cheto; e ha' mi ancor tanta grazia donata, che al servir m'hai fatto mansueto;
e di Teseo la grazia m'hai prestata, di che io son vivuto molto lieto; ma tutto è nulla, s'Emilia non fai che com'io l'amo conosca oramai.
Io ardo e 'ncendo per lei tutto quanto, e dì né notte non posso aver posa, ma mi consumo e in sospiri e 'n pianto; né mi pò confortare alcuna cosa,
se non Emilia cui io amo tanto, mostrandomi la sua faccia amorosa, dalla qual, morto, lei mirando vita riprendo, tanta speranza m'aita. -
Così di sopra da l'erbe e da' fiori Penteo la sua fortuna biasimava un bel mattin, nel venir degli albori. Allor per avventura indi passava
Panfilo, ch'era l'un de' servidori di Palemone, e intento ascoltava dello scudiere il gran ramarichio di sua fortuna e ancor del disio.
E fra se stesso si fu ricordato chi fosse Arcita, e udì che Penteo nel suo ramaricar s'era chiamato, per che tantosto lo riconosceo,
e molto seco s'è maravigliato com'elli avea la grazia di Teseo: non disse nulla, ma ver la prigione se ne tornò per dirlo a Palemone.
Ma il giovine Penteo, di ciò ignorante, come ora fu in Attene sen venne, e con allegro viso e con festante al loco ove era il suo signor pervenne;
col qual di molte cose ragionante, sì com'elli era usato, si ritenne; poi, partito da lui, gì a sapere s'un poco Emilia potesse vedere.
Cookies on Poetry Cove