O sorelle castalie, che nel monte Elicona contente dimorate, dintorno al sacro gorgoneo fonte, sottesso l'ombra delle frondi amate
da Febo, delle quali ancor la fronte spero d'ornarmi, sol che 'l concediate: le sante orecchi a' miei prieghi porgete e quelli udite come voi dovete.
E' m'è venuto in voglia con pietosa rima di scrivere una istoria antica, tanto negli anni riposta e nascosa che latino autor non par ne dica,
per quel ch'io senta, in libro alcuna cosa; dunque sì fate che la mia fatica sia graziosa a chi ne ha lettore o in altra maniera ascoltatore.
Siate presenti, o Marte rubicondo, nelle tue armi rigido e feroce, e tu, madre d'Amor, col tuo giocondo e lieto aspetto, e 'l tuo figliuol veloce
co' dardi suoi possenti in ogni mondo; e sostenete e la mano e la voce di me che 'ntendo i vostri effetti dire con poco bene e pien d'assai martire.
E voi, nel cui conspetto il dir presente forse verrà com'io spero, ancora quant'io più posso priego umilemente, per quel signor che' gentili innamora,
che attendiate con intera mente; voi udirete come elli scolora ne' casi avversi ciascun suo seguace e come dopo affanno e' doni pace.
E questo con assai chiara ragione comprenderete, udendo raccontare d'Arcita i fatti e del buon Palemone, di real sangue nati, come appare,
e amendun tebani, e a quistione parenti essendo, per soverchio amare Emilia bella, vennero, amazona; donde l'un d'essi perdeo la persona.
Al tempo che Egeo re d'Attene era, fur donne in Scizia crude e dispietate, alle qua' forse parea cosa fiera esser da' maschi lor signoreggiate;
per che, adunate, con sentenzia altiera diliberar non esser soggiogate, ma di voler per lor la signoria; e trovar modo a fornir lor follia.
E come fer le nepoti di Belo nel tempo cheto alli novelli sposi, così costor, ciascuna col suo telo de' maschi suoi li spirti sanguinosi
cacciò, lasciando lor di mortal gielo tututti freddi, in modi dispettosi; e 'n cotal guisa libere si fero, ben che poi mantenersi non potero.
Recato adunque co' ferri ad effetto lor malvoler, voller maestra e duce che correggesse ciascun lor difetto e a ben viver desse forma e luce;
né a tal voglia dier lungo rispetto, ma delle donne che 'l luogo produce elesser per reina en la lor terra Ipolita gentil, mastra di guerra.
La quale, ancora che femina fosse e di bellezze piena oltre misura, prese la signoria, e sì rimosse da sé ciascuna feminil paura,
e in tal guisa ordinò le sue posse, che 'l regno suo e sé fece sicura; né di vicine genti avea dottanza, sì si fidava nella sua possanza.
Regnando adunque animosa costei, alle sue donne fé comandamento che Greci, Trazii, Egizii o Sabei, né uomini altri alcun nel tenimento
entrar lasciasser, se esse avean di lei la grazia cara; ma ciascuno spento di vita fosse che vi s'appressasse, se subito il terren non isgombrasse.
Se per ventura lì fosser venute femine, di qual parte si volesse, da lor benignamente ricevute comandò fossero e, se lor piacesse
d'esser con loro insieme, ritenute dovessono esser, sì che si riempiesse il luogo di color che lì morieno di quelle che d'altronde lì venieno.
Sotto tal legge più anni quel regno istette, e' porti furon ben guardati, sicché non vi venia nave né legno, o da fortuna o da altro menati
che fosser lì, che non lasciasser pegno oltre al parer loro; e malmenati li conveniva del luogo fuggire, se non volevan miseri morire.
A questo scotto i Greci assai sovente incappavan per lor disaventura; per che a Teseo, allor signor possente, duca d'Attene, spesso con rancura
eran posti richiami di tal gente e di lor crudeltate a dismisura; ond'elli, in sé di ciò forte crucciato, propose di purgar cotal peccato.
Marte tornava allora sanguinoso dal bosco dentro al qual guidati avea, con tristo agurio del re furioso di Tebe, l'aspra schiera, e si tenea
lo scudo di Tideo, il qual pomposo della vittoria, sì come potea, ad una quercia l'aveva appiccato cotal qual era, a Marte consecrato.
E 'n cotal guisa, in Trazia ritornando, si fé sentire al crucciato Teseo, in lui di sé un fier caldo lasciando; e col suo carro avanti procedeo,
dovunque giva lo cielo infiammando; poi nelle valli del monte Rifeo, ne' templi suoi posando, si raffisse, sperando ben che ciò che fu seguisse.
Quinci Teseo magnanimo chiamare li baron greci fé, e lor propose ch'elli intendeva voler vendicare la crudeltà e l'opere noiose
delle donne amazone; e a ciò fare richiese lor, nelle cui virtuose opere si fidava; e ciascun tosto rispose sé al suo piacer disposto.
Commossi adunque i popoli dintorno, qual per dovere e qual per amistate, tutti ad Attene in un nomato giorno si ragunar, con quella quantitate
ch'ognun poteva; e, sanza far sogiorno, sopra le navi già apparecchiate cavalli e arme ciascun caricava con ciò che a fare oste bisognava.
E quando parve tempo al buon Teseo di navigar vedendol chiaro e bello, tutta la gente sua raccoglier feo con debito dover, sì come quello
che altra volta il buon partito e 'l reo avea provato del mar piano e fello; e nel mar col suo stuol tutto si trasse, vento aspettando ch'al gir gli aiutasse.
Essendo a tal partito sopra l'onde la greca gente bene apparecchiata, la notte che le cose ci nasconde aveva l'aer tututta occuppata;
onde alcun dorme, e tal guarda e risponde, e così infino alla stella levata; la qual sì tosto com'ella appario, l'amiraglio dell'oste si sentio;
e a guardare il ciel col viso alzato tutto si diè, e quindi fé chiamare li marinar, dicendo: — Egli è levato prospero vento, onde mi par d'andare
a nostra via, e però sia spiegato ciaschedun vel sanza più dimorare. - E e' fu fatto il suo comandamento, e quindi si partir con util vento.
Ma la corrente fama, che transporta, con più veloce corso ch'altra cosa, qualunque opera fatta, dritta o torta, sanza mai dare alli suoi passi posa,
cotal novella tosto la rapporta ad Ipolita bella e graziosa, e in pensier la pon di sua difesa, di mal talento e di furore accesa.
Ma poi che l'ira alquanto fu affreddata, con utile consiglio immantanente di volersi difendere avvisata, fece chiamar ciascuna, di presente,
donna che nel suo regno era pregiata, e tutte a sé venirle tostamente; alle qua' poi in publico consiglio a parlar cominciò con cotal piglio:
— Perciò che voi in questo vostro regno coronata m'avete, e' s'appartiene a me di porre e la forza e lo 'ngegno per la salute vostra u' si convene,
sanza passar di mio dovere il segno nel prestar guiderdoni o porger pene; ond'io, a ciò sollecita, chiamate v'ho, perché voi e me con voi atiate.
Non vede il sol, che sanza dimorare dintorno sempre ci si gira, in terra donne quanto voi sete da pregiare; le qua', se 'n ciò il mio parer non erra,
per voler virile animo mostrare, contro a Cupido avete presa guerra, e quel ch'a l'altre più piace fuggite, uomini fatti, non femine ardite.
E che questo sia vero, assai aperto non ha gran tempo ancora il dimostraste, allor ch'amor, né paura, né merto non vi ritenne che voi non mandaste
a compimento il vostro pensier certo, quando da servitù vi dilibraste; nell'arme sempre esercitate poi, cacciando ogni atto feminil da voi.
Ma se mai virile animo teneste, ora bisogno fa, per quel ch'io senta; perciò che voi, sì com'io, intendeste che 'l gran Teseo di venir s'argomenta
sopra di noi, avendoci moleste perché nostro piacer non si contenta di quel che l'altre, ciò è suggiacere a gli uomini, faccendo il lor volere.
Al suo inimicarci altra cagione veder non so, né voi credo veggiate, perciò che mai alcuna offensione ver lui non commettemmo, onde assaltate
dovessomo essere; e questa ragione assai è vota di degna onestate, perciò che non fa mal que' che s'aiuta per raver libertà, se l'ha perduta.
Ma qual che sia la cagion che il mova, a noi il difender resta solamente, sì che non vinca per forza la pruova; laond'io vi richeggio umilemente
e priego, se in tal vita vi giova di viver qual noi tegniamo al presente, che l'animo, lo 'ngegno e ogni possa mettiate contro a chi guerra v'ha mossa.
Né vi metta paura conscienza d'aver peccato negli uomini vostri, ché morte lor la loro isconoscenza lecita impetrò nelli cor nostri,
che non stimavan che d'equal semenza con lor nascessim, ma come da mostri, da quercie, over da grotte partorite, eravam poco qui da lor gradite.
E' si tenevan l'altezze e gli onori sanza participarle a noi giammai, le quali eravam degne di maggiori ch'alcun di loro, a dir lo vero, assai;
per che di ciò gl'iddii superiori rison che noi facemmo, e sempre mai n'avranno per miglior, l'altre schernendo che per viltà si van sottomettendo.
Né vi spaventi il nome di costoro, perch'e' sien Greci; ché non son guarniti di forza divisata da coloro che nel passato fur vostri mariti;
se fiere vi mostrate verso loro, e' non saranno inver di voi arditi, ché niun può più ch'un uom, chi ch'el sia; però da voi cacciate codardia.
Non risparmiate qui, donne, il valore; non risparmiate l'armi, non l'ardire; non risparmiate il morire ad onore; considerate ciò che può seguire
dell'esser vigorose o con timore; voi non avrete aguale a far morire padri o figliuo' che vi faccian pietose, ma inimiche genti a voi odiose.
Ritorni in voi agual quella fierezza che quella notte fu, quando ciascuna mai non usata usò crudele asprezza ne' padri e ne' figliuo'; né sia nessuna
che qui, se dell'iddii la forza prezza, istea, per aver nosco equal fortuna; usi pietà altrove, ché qui morta la comando io in ogni donna accorta.
Ben che forse l'iddii non ne saranno contrarii per la nostra gran ragione; anzi, se giusti son, n'aiuteranno, dimenticando quel, se fu offensione;
e se atarci forse non vorranno, il danno suppliran nostre persone contra colui che si move a gran torto per navigare inverso il nostro porto.
E acciò ch'io non ponga in più parole il tempo, il qual ne bisogna al presente, a ciascheduna che libertà vole ricordo e priego ch'ella sia valente;
e a qual morte per libertà dole, dipartasi da noi immantanente; noi varrem molto me' sanza di lei. - E così detto si tacque colei.
Grande fu tra le donne il favellare, quasi pendendo tutte in tal sentenza: del dover pure a Teseo dimostrare quanta e qual fosse la lor gran potenza,
se e' si ardisse a' lor porti appressare; per che, sanza alcun'altra resistenza, sé offerse ciascuna infino a morte alla reina vigorosa e forte.
Ipolita, poi le proferte intese, sanza dimoro i porti fé guarnire, e le miglior del regno alle difese sanza nessuno indugio fece gire;
e in tal guisa armò il suo paese, ch'assai sicura poteva dormire, se soverchio di gente oltre pensata non fosse, come fu, su quello entrata.
Né altramenti il cinghiar c'ha sentiti nel bosco i can fremire e' cacciatori, i denti batte e rugghia e gli spediti sentieri a sua salute cerca e, pe' romori
ch'egli ha in qua in là in giù e 'n su uditi, non sa qua' vie per lui si sien migliori, ma ora in giù e ora in su correndo, fino al bisogno, incerto, va fuggendo:
che facesse colei per lo suo regno, in dubbio da qual parte quivi vegna Teseo, o con che arte overo ingegno; onde a gire in ciascuna non disdegna,
né di pregar che ciascheduna al segno di quel c'ha imposto ben ferma si tegna; però che, s'a tal punto son vincenti, più non cal lor curar mai d'altre genti.
L'alto duca Teseo, con tempo eletto a suo viaggio, lieto navigava; passando pria Macron sanza interdetto, ad Andro le sue prode dirizzava;
il qual lasciato, con sommo diletto pervenne a Tenedòs e quel passava, entrando poi nel mar ch'a l'abideo Leandro fu soave e poscia reo.
E oltre quel cammin che Frisso tenne allor che la sorella cadde in mare, servò, finch'a Bisanzio pervenne. Quivi fatta sua gente rinfrescare,
per picciola stagion vi si ritenne; e come nel mar Tanao ad intrare incominciò, così delle donzelle le terre vide graziose e belle.
E come leoncel cui fame punge, il qual più fier diventa e più ardito come la preda conosce da lunge, vibrando i crin, con ardente appetito
e l'unghie e' denti aguzza infin l'agiunge; cotal Teseo, rimirando espedito il regno di color, divenne fiero, volonteroso a fare il suo pensiero.
Esso mandò solenni avvisatori a discerner la più leggiera scesa; li qua', mirate dintorno e di fori le rive tutte con la mente intesa,
tornarono, avvisati de' migliori dove discender con minore offesa potessero, e al duca il raccontaro; e 'n quella parte lo stuol dirizzaro.
Quindi Teseo, per due de' suoi baroni, significare ad Ipolita feo la sua venuta e ancor le cagioni; e oltre a questo, sì le concedeo
termine a poter fare eccezioni ne' patti fatti a lei, se per men reo consiglio forse le fosse piaciuta la pace, pria che fosse scombattuta.
Ma di que' patti che e' domandava da lei niun non ne fu accettato; anzi di lui assai si ramarcava pur di quel tanto ch'aveva operato,
riprendendol di ciò, che s'impacciava, fuor del suo regno, dell'altrui stato; ma che, s'ella potesse, ancor pentere nel faria tosto; e ciò l'era in calere.
Tornaron que' con sì fatta risposta qual fu lor data, sanza star niente, e a Teseo davanti l'han proposta; il qual l'udì mal pazientemente,
dicendo: — Poco a questa donna costa così risponder; ma certanamente io la trarrò d'error, se 'l cuor non erra. - Quinci gridò: — Signori, ogni uomo a terra! -
A questa voce i legni fur tirati quasi in sul lito; e voleano smontare, e già le scale ponean, quando, alzati gli occhi, d'un bel castel vicino al mare
sopra una montagnetta, onde calati i ponti, genti vidono avvallare bene a cavallo armati, e 'n su la rena in prima fur che 'l vedessero appena,
e quasi presi d'ogni parte i passi, con gli archi in mano, or qua or là correndo, traendo le saette de' turcassi, con viva forza givan difendendo
tagliate avanti fatte, e di gran sassi i balzi a grosse schiere provedendo; Arpalice era questa che 'l facea, a cui commesso Ipolita l'avea.
Il gran Teseo, magnifico barone, poi che co' suoi alle terre pervenne, vedendole guarnite per ragione, per savie donne en l'animo le tenne;
e alquanto mutato d'oppinione, fra mare il suo stuol fermo ritenne; poi fé ciascun de' suoi apparecchiare, pur dilivrando di volervi entrare.
Poi che ciascun fu bene apparecchiato, inverso il porto si tiraro i legni; e per iscender nel luogo avvisato si fero avanti li baron più degni;
e in quel modo ch'avean divisato gittaro in terra scale e altri ingegni; ma troppo fu più forte lor la scesa che non fu divisar cotale impresa!
Egli eran quasi con le poppe in terra delli lor legni i Greci tutti quanti, e con ogni artificio utile a guerra arditamente si traeno avanti;
ma bene era risposto, se non erra la mente mia, a lor da tutti i canti, però che quelle donne saettando forte gli gieno ognora dammeggiando.
Esse gittavan fuoco spessamente sovra l'armate navi, il quale acceso molto offendeva i Greci; e similmente, con artifici, pietre di gran peso,
che rompevan le navi di presente dove giugnean, se non era difeso; e oltre a questo, pece, olio e sapone sopra lo stuol gittavano a fusone.
Battaglia manual nulla non v'era, perciò ch'ancora non avean potuto prender li Greci di quella rivera parte nessuna; e 'l conforto e l'aiuto
del buon Teseo per niente gli era; anzi pareva ciaschedun perduto, di quelle donne mirando le schiere crescere ognora e diventar più fiere.
Di dardi, di saette e di quadrella non fo menzion, che 'l ciel n'era coverto e occupata tutta l'aere bella, gittando l'uno a l'altro; e per lo certo
battaglia non fu mai sì dura e fella, né in alcuna mai tanto sofferto; molti ve ne fedien le donne accorte, ben che di loro alcune fosser morte.
Grandi eran quivi le grida e 'l romore che le donne faceano e' marinari, tal che Nettunno o Glauco mai maggiore sentito non l'aveano; e' duoli amari,
ch'a' marinar feriti gieno al cuore, eran cagion di molto, perché rari ve n'eran che nel capo o nel costato o in altra parte non fosse piagato.
E 'l sangue lor vedevan sopra l'onde con trista schiuma molto rosseggiare; e male a' Greci l'aviso risponde, poi che così si veggon malmenare;
e qual più cuore aveva or si nasconde, temendo delle donne il saettare, perciò ch'ell'eran di cotal mestiere, più ch'altre, somme e vigorose e fiere.
Teseo che d'alta parte riguardava la falsa punta della greca gente, di rabbia tutto in sé si consumava, maladicendo il duro convenente,
e d'ultima vergogna dubitava, e quasi uscia per doglia della mente; per che sdegnoso al cielo il viso tolto, così parlò alto gridando molto:
— O fiero Marte, o dispettoso iddio, nemico alle nostre armi, io mi vergogno d'aprirti con parole il mio disio; e certo priego per cotal bisogno
non averai, né sacrificio pio; ma sanza te la vittoria ch'agogno farò d'avere, o l'alma sanguinosa ad Acheronta n'andrà dolorosa.
Opera omai in male i tuoi rossori, e contro a me le femine fa forti con l'arte che in Flegra i successori d'Anteo vincesti; e fa che le conforti
quanto tu sai, e piovi i tuoi vapori sopra li miei, ch'or fossero e' già morti; però che sol mi credo me' valere che io non fo con tutto lor potere.
E tu, Minerva, che il sommo loco tra l'iddii tien nella nostra cittade, non aspettar da me altar né foco, né ch'io ti liti bestie in quantitade,
né che per te io ordini alcun gioco in onor fatto di tua maestade; aiuta pure a queste le qua' sono teco d'un sesso, e me lascia in bandono. -
Poi si rivolse a' suoi con vista viva, con piggior piglio, e cominciò a dire: — Ahi, vitupero della gente achiva, ov'è fuggito il vostro grande ardire?
È la forza di voi tanto cattiva che molli donne vi faccian fuggire? Tornate adunque nelle vostre case, e qua le donne vengan, là rimase.
Il chiaro Appollo e 'l cielo e 'l salso mare fien testimoni etterni e immortali del vostro vile e tristo adoperare; e porterà la fama i vostri mali
con perpetuo nome, e voi mostrare farà a dito a genti disiguali, dicendo: «Vedi i cavalier dolenti, che vinti fur dall'amazone genti».
Fuggitevi di qui, vituperati, poi Marte, più che voi, donne sovene; e delli vostri arnesi dispogliati, li lasciate vestire a chi convene;
or non v'era e' miglior che onorati di morte aveste sostenute pene, che con vergogna indietro rinculare e a donzelle lasciarvi avanzare?
Entri nell'armi adunque chi n'è degno (l'altro le lasci che non vole onore) morte pigliando per fuggire sdegno; e a cui piace più con disinore
vita che pregio, non segua il mio segno; vivasi quanto vuol sanza valore, ch'io sarò troppo più, solo, onorato ch'essendo da cotali accompagnato.
Or che avreste voi fatto se avversi vi fosser forse i Centauri usciti o i Lapiti, popoli diversi, turba dolente, o uomini scherniti?
Credo nel mar vi sareste sommersi, poiché per donne vi sete fuggiti. Or vi tornate e fate novo duca, e Marte me, sì come vuoi, conduca. -
E questo detto, sotto l'arme chiuso, tirar fe' la sua nave inver lo lito, e sanza scala por ne saltò giuso, né si curò perché fosse ferito
da molte parti; ma, come duca uso di tal mestier, più si mostrava ardito, sé riparando e di sopra e dintorno; e fuor dell'acqua uscì sanza sogiorno.
Non altramente si gittano in mare li marinari il cui legno già rotto per la fortuna sentono affondare, e chi più può, sanza a gli altri far motto,
briga, notando, di voler campare, che' Greci si gittar tutti di botto dietro a Teseo nell'acqua lui vedendo, né ben né male al suo dir rispondendo.
E sì gli aveva vergogna spronati con le parole del fiero Teseo, ch'egli eran presti e arditi tornati; per che ciascun com più tosto poteo,
così com'eran tututti bagnati e ta' feriti, al suo duca si feo vicino; e fero in sul lito una schiera subitamente assai possente e fiera.
Fatta la schiera tal quale e' poteano, nel marin lito ov'essi eran discesi, perciò che bene i luoghi non sapeano, né seco avevan tutti i loro arnesi,
a lor poter le donne sosteneano, d'alto vigor ne' loro animi accesi, disposti a far gran cose in poca d'ora, pur che le donne lì faccian dimora.
Le donne in su' cava' forti e isnelli givano armate in abiti dispari (e que' correan come volano uccelli), faccendo spesso li lor colpi amari
sentire a' Greci, che ne' campi belli eran discesi a piè non avea guari, or qua or là correndo e ritornando, spesso e rado i Greci molestando.
Così pugnavano a la morte loro, poi che potuto non avean la scesa con le lor forze vietare a coloro; li qua', sentendo ognor crescer l'offesa,
chieser di poter gir, sanza dimoro, dal duca lor, ver quelle in lor difesa; e poi a piè entr'alle donne entraro e a combatter fieri incominciaro.
E' ferirono a loro arditamente, sì come que' che ben lo sapean fare; e a' lor colpi non valea neente di quelle donne a' colpi riparare;
e se non fosse ch'eran poca gente a rispetto del lor multiplicare, tosto l'avrebber del campo cacciate, o morte tutte, over prese e legate.
Ma il numero di lor, ch'era infinito, ogni ora la battaglia rinfrescava; questo contra Teseo fiero e ardito il campo lungamente sostentava;
esso sanza riposo e ispedito ferendo, or qua or là correndo andava, e ammirar di sé ciascun facea che 'n quello stormo mirar lo potea.
Né altramente infra le pecorelle si ficca il lupo per fame rabbioso, col morso strangolando or queste or quelle, fin c'ha saziato il suo disio guloso,
che faceva Teseo tra le donzelle a piè con la sua spada furioso, coperto dello scudo, ognor ferendo, or questa or quella misera uccidendo.
Così Teseo fieramente andando co' suoi compagni infra le donne ardite, molte ne gian per terra scavallando, e morte quelle e quelle altre ferite
lasciando per lo campo, indi montando sopr'a' cava' ch'a redine sbandite, le lor donne lasciate, si fuggieno or qua or là sì come e' potieno.
E già di lor gran parte eran montati per tal procaccio sopra i buon destrieri, e tutti in sé di ciò riconfortati, contra color ferivan volontieri;
e esse, lor vedendo inanimati più ch'al principio non erano e fieri, temendo cominciarono a voltare, e 'l campo a' Greci del tutto lasciare.
Fuggiensi adunque in quel castel tututte, e dietro ad esse la duchessa loro; e sopra l'alte mura fur ridutte, armate, sanza fare alcun dimoro,
fra lor dicendo: — Noi sarem distrutte se a le man pervegnàn di costoro. - E la sconfitta lor quasi non suta, a ben guardar si dier la lor tenuta.
Era la terra forte, e ben murata da ogni parte, e dentro ben guarnita per sostener assedio ogni fiata, lunga stagion, ch'ella fosse assalita;
però ciascuna dentro bene armata non temeva né morte né ferita; chiuse le porti al riparo intendeano e quasi i Greci niente temeano.
Come Teseo le vide fuggire, in un raccolse tutta la sua gente, e comandò che le lasciasser gire; poi fé cercare il campo prestamente,
e fece i corpi morti sepellire; e le ferite assai benignamente lasciò andar, sanza ingiuria nessuna, là dove piacque di gire a ciascuna.
E 'n cotal guisa avendo preso il lito con la sua gente, malgrado di quelle, in su un picciol poggio fu salito, dirimpetto al castel delle donzelle;
e comandò che quel fosse guarnito, sì che resister si potesse ad elle senza battaglia, infin che scaricate sien le galee e le genti posate.
Li Greci prestamente scaricaro tutte le navi delli arnesi loro, e altri in brieve il poggetto afforzaro quanto poteron sanza alcun dimoro;
né dì né notte mai non riposaro, infin ch'ebber fornito lor lavoro; ben fer le donne loro ingombro assai, che d'assalirli non calavan mai.
Poscia che' Greci furono afforzati sì, che le donne neente temeano, e' legni loro in mar furon tirati per corseggiar dintorno ove poteano,
e i feriti furon medicati, e quelli ancor che 'l mar temuto aveano posati fur, parve a Teseo che stare quivi poria più nuocer che giovare.
Esso, ch'ognor con sollecita cura al suo più presto spaccio più pensava, imaginò che, se 'ntorno alle mura di quella terra il suo campo fermava,
e' potrebbe avvenir per l'avventura che sanza utile il tempo trapassava; però che quando pure elli avvenisse, poco avea fatto perché lor vincesse.
E tornandoli a mente come Alcide a l' Idra, che de' suoi danni crescea, avea la vita tolta, seco vide che là dov'era Ipolita volea
sua pruova far; perché, se lei conquide, più contasto nessun non vi sapea; e per cotal pensiero il campo mosse per colà gir dove Ipolita fosse.
Corse la fama per tutto il paese della sconfitta stata tostamente, per che ciascuna sé alle difese si metteva di sé velocemente;
ma quella cui tal cosa più offese Ipolita è da creder certamente; la qual, poi che così la cosa andare vide, propose di volersi atare.
Né fu stordita per quella sciagura, ma le sue donne a sé chiamò dicendo: — Or ciascuna convene esser sicura, non dico in campo Teseo combattendo,
ma in difender ben le nostre mura, le quali ad assalir vien, com'io intendo; perciò che non potrà lunga stagione dimorar qui, per nulla condizione.
Noi siam di ciò ch'al vivere ha mestiere fornite bene, e la terra è sì forte, che non è sì ardito cavaliere, se, al guardar vorremo essere accorte,
ch'appressar ci si possa, che pentere non nel facciam forse con trista morte: quando ci fieno stati e vederanno il nostro ardir, per vinti se ne andranno.
Dunque, se mai amaste libertate, se vi fu caro mai il mio onore, ora mostrate vostra probitate, ora si scopra l'ardire e 'l valore
ver chi s'appressa alla vostra cittate per voler noi di quella trarre fore. Etterna fama ora acquistar potete, se ben contra Teseo vi difendete. -
E questo detto, niente interpose, ma ciò che seco aveva divisato fece, dando ordine a tutte le cose; per le mura ponendo in ogni lato,
a guardia, donne savie e valorose, faccendo ancor ciascuno altro apparato ch'a tal cosa bisogna, sempre andando or queste or quelle tutte confortando.
E per salute ancor delle sue genti gran doni a' templi poi fece portare, l'iddii pregando che negli emergenti casi dovesser lor pietosi atare;
quinci, operando tutti altri argomenti ch'a sua difesa potevan giovare, e guarnita così come poteo, con le sue donne aspettò poi Teseo.
Poi che Teseo si fu di quel loco partito onde le donne avea cacciate, a la città sen venne in tempo poco, dove Ipolita e molte erano armate;
e lì giurò per Vulcan, dio del foco, di non partirsi mai, se conquistate da lui non fosser per forza o per patti: prima elli e' suoi vi sarebber disfatti.
E' fé tender trabacche e padiglioni, e afforzar suo campo di steccati, a' cavalier dicendo e a' pedoni che si facesser e tende e frascati;
e che niun di lor mai non ragioni di ritornare a' suoi liti lasciati, se Ipolita pria non si vincea, così come con lor proposto avea.
E' fé drizzar trabocchi e manganelle e torri per combattere a le mura, e fé far gatti, e a le mura belle spesso faceva con essi paura,
e con battaglia spesso le donzelle assaliva con sua gente sicura; ma di tal cuor guarnite le trovava, che poco assalto o altro li giovava.
Elli stette più mesi a tal berzaglio e poco v'acquistò, anzi niente, fuor che paura e onta con travaglio; perché le donne dentro assai sovente
di morte si metteano a ripentaglio, predando sopra loro arditamente: cotanto s'eran già assicurate per lo non potere esser soperchiate!
Di ciò era Teseo assai crucciato, e nel pensiero sempre gia cercando come potesse abbatter loro stato. Un dì avvenne che e' cavalcando
a la terra dintorno, fu avvisato ch'ella s'avrebbe sotterra cavando; per che, avendo mastri di tali arti, cavar la fé da una delle parti.
Quando la donna del cavare intese, dubbiò, e tosto di mura novelle un cerchio dentro più stretto comprese, il qual fer tosto e donne e damigelle;
appresso inchiostro e carta tosto prese e con le mani dilicate e belle una pìstola scrisse; e trovar feo due savie donne, e mandolla a Teseo.
Eran le donne belle e di gran core, con compagnia leggiadra disarmate, vestite in drappi di molto valore; le qua', giunte nel campo, fur menate
da' maggior Greci davanti al signore, al quale, assai da lui prima onorate, le lettere lor diero, e la risposta addomandaron graziosa e tosta.
Teseo le prese assai benignamente, e innanzi a sé chiamati i suoi baroni insieme con molta altra buona gente, disse: — Signori, le donne amazzoni
queste lettere mandan veramente; però l'udite, e con belle ragioni lor si risponda. — E poi le fé aprire, e legger sì ch'ognun poteva udire.
La lettera era di cotal tenore: «A te, Teseo, alto duca d'Attene, Ipolita, reina di valore, salute, se a te dir si convene,
e crescimento sempre di tuo onore, sanza mancar di quel che m'appartiene; e pace con ciascuno, e ancor meco che ho ragion d'aver guerra con teco.
Io ho veduta la tua gente forte ne' porti miei con isforzata mano, tal ch'essi avrebber paura di morte data a qualunque popol più sovrano,
fuor ch'alle donne mie, di guerra scorte più ch'altra gente che al mondo siano; le qua' di que' cacciasti assai superbo, delle qua' meco una parte ne serbo.
E poi venuto se' ad assediarmi, come nemica d'ogni tuo piacere, e hai più volte provate tue armi a le mie mura, e ancora potere
da quelle non avesti di cacciarmi; per che, per adempier lo reo volere c'hai contro a me, la terra fai cavare. per poi potermi sanza arme pigliare.
Certo di ciò la cagion non conosco, ch'io non ti offesi mai, né son Medea che per invidia ti voglia dar tosco; anzi la tua virtute mi piacea
quando si ragionava talor nosco, e di vederti gran disio avea, e ancor disiava tua contezza, tanto gradiva tua somma prodezza.
Ma di ciò veggo contrario l'effetto, considerando la tua nuova impresa, pensando ch'io non abbia il difetto commesso, e sia subitamente offesa,
sanza di te avere alcun sospetto; di che nel core non poco mi pesa, e non men forse per la tua virtute che faccia per la mia propia salute.
Tu non hai fatto come cavaliere che contro a par piglia debita guerra; ma come disleale uom barattiere subitamente assalisti mia terra,
e come vile e cattivo guerriere mai non pensasti, se 'l mio cor non erra. che 'l guerregiar con donne e aver vittoria del vincitore è più biasmo che gloria.
Ben ti dovresti di ciò vergognare, se figliuol se', com dì, del buono Egeo; né ti dovresti con arme appressare a le mie mura; e già se ne penteo
chi ha volute mie forze provare, però che mal sembiante mai non feo nessuna ancora delle mie donzelle, ma tutte sono ardite, prodi e snelle.
Ma poscia c'hai le tue forze provate, e 'l tuo pensiero hai ritrovato vano, diverse vie hai sotterra trovate per avermi in prigione a salva mano;
ma non sarà così in veritate, ché già c'è preso rimedio sovrano; e di combattere in oscura parte non è di buon guerrier mestier né arte.
Dunque mi lascia in pace per tuo onore, sanza voler più tua fama guastare, ch'io ti perdono ciascun disinore che fatto m'hai o mi volessi fare;
e se nol fai, per forza e con dolore io ti farò la mia terra sgombrare; né qui mi troverai qual festi al lito, perch'io ti giucherò d'altro partito».
Quando Teseo la lettera ebbe udita, a' suoi baroni e' disse sorridendo: — Beato me, che campata ho la vita mercé di questa donna, ch'amonendo
mi manda acciò che mia fama fiorita tra le genti dimori, me vivendo! - Poi si rivolse a quelle donne e disse: — Risposto tosto fia a chi ne scrisse. -
E 'n cotal guisa fé scrivere allora: «Ipolita, reina alta e possente, la quale il popol feminile onora, Teseo, duca d'Attene, e la sua gente,
salute, quale ella ti bisogna ora, cioè la grazia mia veracemente: una tua lettera e messi vedemmo; per questa ad essa così rispondemo:
chi 'l nostro popol uccide e discaccia dalle sue terre, a noi fa villania; però s'adoperiam le nostre braccia in far vendetta, grande onor ne fia;
né viltà nulla i nostri cori impaccia, se sottoterra cerchiam di far via, per tuo orgoglio volere abbassare; ma facciam quel che buon guerrier suol fare,
cioè prender vantaggio, acciò che' suoi più salvi sieno, e vincasi il nemico; e tosto ci vedrai ne' cerchi tuoi della città, non miga come amico,
se non t'arrendi tostamente a noi, uccidendo e tagliando; ond'io ti dico che 'l mio comando facci, e avrai pace, ché in altra maniera non mi piace».
E poi che l'ebbe scritte e suggellate, le lettere donò alle donzelle, le quali avanti avea molto onorate; e a cavallo poi salì con quelle,
e tutte le sue forze ha lor mostrate; e similmente en le cave con elle entrò, e fece lor chiaro vedere le mura puntellate per cadere.
Poi disse loro: — O messaggiere care, a la reina vostra tornerete, e 'n verità potrete raccontare ciò che apertamente ora vedete;
sì che le piaccia di non farmi fare asprezza contro a quantunque voi sete, e contro a lei, la qual mi par valente; ch'io ne sarei poi più di voi dolente. -
Le damigelle allor preson commiato, dicendo: — Signor nostro, volentieri. - E nella terra per occulto lato si ritornar, non pe' mastri sentieri;
e a la donna lor tutto han contato, ciò c'han veduto infra li lor guerrieri; e poi le lettere hanno presentate, le qua' fur tosto lette e ascoltate.
Poi che di quelle Ipolita il tenore ebbe compreso, e 'l dir delle donzelle, nel cor sentì gravissimo dolore, e simile sentiron tutte quelle
ch'eran presenti, ch'avesser valore, pensose assai e nello aspetto felle; ma dopo alquanto Ipolita, chiedendo con mano udirsi, incominciò dicendo:
— Chiaro vedete, donne, a qual partito ci abbian gl'iddii recate, e non a torto. Se di ciascuna qui fosse il marito, fratel, figliuolo o padre che fu morto
da tutte noi, non saria stato ardito Teseo mai d'appressarsi al nostro porto; ma perché non ci son, ci ha assaltate, come vedete, e ancora assediate.
Venere, giustamente a noi crucciata, col suo amico Marte il favoreggia; e tanta forza a lui hanno donata, che contro a nostro grado signoreggia
dintorno a noi la città assediata, e come vuole ognora ne dammeggia; e perciò che vie più che noi è forte, se noi non ci rendiam, minaccia morte.
Però a noi bisogna di pigliare de' due partiti l'un subitamente: o contra lui ancora riprovare le forze nostre in campo virilmente,
o a lui, poi ci vuol, ci vogliàn dare, perciò che qui più tenerci niente noi non possiam, ché, come voi udite, le mura tosto in terra vederite.
E 'l dir che noi con esso combattiamo mi par che sia assai folle pensiero, perciò che tutte quante conosciamo la gente sua e lui ardito e fiero;
e se ancora ben ci ricordiamo e con noi stesse vogliam dir lo vero, noi il provammo non ha molto ancora; di che noi ci pentemmo in poca d'ora.
E oltre a questo, egli ha seco l'aiuto degli alti iddii, che noi han per nemiche; e noi l'avemo assai chiaro veduto, ché orazion, vigilie, né fatiche,
forza di corpo o atto proveduto, campar non ci han potuto che mendiche della sua grazia esser non ci convegna, se noi vogliam che 'n vita ci sostegna.
Però terrei consiglio assai migliore renderci a lui, che del valor mondano, per quel ch'io senta, ha il pregio e l'onore, e è, a chi s'umilia, umile e piano;
e già non ci sarà e' desinore se vinte siam da uom così sovrano, perciò ch'ogn'uom per femine ci tiene, come noi siamo, e lui duca d'Attene. -
Tacquesi qui; ma un gran mormorio infra le donne surse, lei udita, ch'una reputa buono e altra rio cotal consiglio; ma nessuna ardita
è di dir contra o d'aprir suo disio; per che cotal sentenzia diffinita per le più sagge fu, che si mandasse chi con Teseo per lor patti trattasse.
Poi che cotal sentenzia fu fermata, Ipolita due donne fé venire, Polisto e Dinastora, e informata ebbe ciascuna di ciò c'hanno a dire;
e poi che lor libertà ebbe data quanta ne bisognava a ciò fornire, disse: — Omai, donne, a vostra posta andate, ma sanza pace qui non ritornate. -
Fur costoro a Teseo, e e' con esse; e dopo lungo d'una e d'altra cosa parlar, fermarsi che esso prendesse Ipolita per sua etterna sposa,
e che la terra per lui si tenesse, sotto le leggi della valorosa Ipolita reina, e accordarsi con molti altri più patti e ritornarsi.
Ipolita era a maraviglia bella e di valore accesa nel coraggio; ella sembiava matutina stella o fresca rosa del mese di maggio;
giovine assai e ancora pulcella, ricca d'avere, e di real legnaggio, savia e ben costumata, e per natura nell'armi ardita e fiera oltre misura.
A cui le donne, da Teseo venute, e a molte altre i patti raccontaro, recando a tutte da Teseo salute; il che fu alle più grazioso e caro.
E poi che fur le parole compiute, le donne l'arme di botto lasciaro, e ella comandò, per suo amore, ch'a Teseo e a' suoi sia fatto onore.
Poscia che furono i patti fermati, Teseo co' suoi montati in su' destrieri, i più di loro essendo disarmati, a picciol passo e lieti i cavalieri,
sanza contasto en la città menati, nella qual ricevuti volontieri, umili d'essa preser possessione, sanza fare ad alcuna offensione.
Incontro venne, sopra un bel destriere, al suo Teseo Ipolita reina, e più bella che rosa di verziere con lei veniva una chiara fantina,
Emilia chiamata, al mio parere, d'Ipolita sorella picciolina; e dopo lor molte altre ne venieno, ornate e belle quanto più poteno.
E 'n cotal guisa con solenne onore ricevetter Teseo e la sua gente; né fu guari di lì lontano Amore, ma co' suoi dardi molte prestamente
e molti ancora ne ferì nel core. E' se ne andaron tutti lietamente fino al palagio, e quivi dismontaro, e in su quel Teseo accompagnaro.
Egli era bello e d'ogni parte ornato di drappi ad oro e d'altri cari arnesi, per ogni cosa ricco e bene agiato; ma Teseo gli occhi non teneva attesi
a ciò guardar, ma il viso dilicato d'Ipolita mirando, con accesi sospir dicea: «Costei trapassa Elena, cui io furtai, d'ogni bellezza piena».
Elli avea già nel cor quella saetta la qual Cupido suole aver più cara; e seco nella mente si diletta d'aver per cotal donna tanta amara
fatica sostenuta; e lieto aspetta d'avere in braccio quella stella chiara, parendoli colei assai più degno acquisto che tututto l'altro regno.
Le donne avevan cambiati sembianti, ponendo in terra l'arme rugginose, e tornate eran quali eran davanti, belle, leggiadre, fresche e graziose;
e ora in lieti motti e dolci canti mutate avean le voci rigogliose, e' passi avevan piccioli tornati, che pria nell'armi grandi erano stati.
E la vergogna, la qual discacciata avean la notte orribile, uccidendo li lor mariti, loro era tornata ne' freschi visi, gli uomini vedendo;
e sì era del tutto transmutata la real corte, a quel che prima, essendo sanza uomini le femine, parea, ch'appena alcuna di loro il credea.
Ripresi adunque i lasciati ornamenti, di Citerea il tempio fero aprire, serrato ne' lor primi mutamenti; lì fé Teseo Ipolita venire;
e dati sacrifici reverenti a Venere, sposò con gran disire Ipolita, l'aiuto d'Imeneo chiamando quivi i baron di Teseo.
Molte altre donne a greci cavalieri si sposarono allora lietamente, e per signor li preser volontieri, com'avean gli altri avuti primamente;
con iuramenti santissimi e veri lor promettendo che, al lor vivente, nella prima follia non tornerieno e che lor cari sempre mai avrieno.
Tra l'altre belle vedove e donzelle che fossero in quel loco, una ve n'era che di bellezze passava le belle, come la rosa i fior di primavera;
la qual Teseo, vedendola tra quelle, fé prestamente domandar chi era. Detto li fu: — Sorella alla reina, Emilia nominata è la fantina. -
Piacque a Teseo la bella donzelletta non men che alcuna altra che vi fosse, ancor che li paresse giovinetta; e nella mente sua seco proposse
che ad Acate, sua cosa distretta, per moglie la darà; quindi si mosse, e al palagio real ritornaro, dove pien di letizia ogn'uom trovaro.
Le nozze furon grandi e liete molto, e più tempo durò il festeggiare, e ciascun dalla sua fu ben raccolto, e a tutti pareva bene stare,
perché fortuna avea cambiato volto; e le donne sapeano or che si fare, sé ristorando del tempo perduto mentre nel regno non era uomo issuto.
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