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1313–1375

LIBRO OTTAVO

Giovanni Boccaccio

Taceva tutto il teatro aspettando il terzo cenno del sonar tireno, in qua in là in giù in su mirando, e or dell'uno or dell'altro diceno

ciò che nel cor ne givano stimando, e qua' con questi e qua' con que' teneno; e mentre stavano attenti a costoro, subito udissi il terzo suon fra loro.

Ora la Musa a cui più di me cale per me versi componga, or per me canti, e noto faccia il gioco marziale fieramente operato da' due amanti,

con compagnia ciascun di schiera equale di cavalier valorosi e atanti; ch'io per me non varria a far sentire il duro scontro e l'amaro seguire.

Se il romore del gonfiato mare da fieri venti e forti stimolato e quanto mai ne fero nel pigliare porto li marinar fosse adunato

o quello insieme che si dovea fare quando a Pompeo Cesar assembrato si fu in Tesaglia; non fora ad assai quanto fu quel, che non si udì più mai;

né saria stato, s'agiunto vi fosse quel che Lipari fé, o Mongibello, o Strongolo, o Vulcan quando più cosse, o quando Giove, più crucciato, il fello

Tifeo di spavento più percosse, tonando forte omai chente fu quello pensil ciascun che ha fior d'intelletto; forse che 'l sentirà qual io ho detto,

d'arme, di corni, nacchere e trombette, di voci messe da' popoli strani, il qual dicon che 'n Corinto s'udette, tanto nel ciel si dilatar sovrani:

ciascuno uccello di volar ristette, e temer tutti gli animai silvani; e qualunque era quivi non venuto pensò parte del ciel fosse caduto.

E qual là, dove Appennin da Peloro tronchi si truovan, per li venti avversi gli alti marosi per forza tra loro romponsi e bianchi ritornan di persi,

giunsersi sì le schiere di costoro con corsi più veloci e più perversi, che d'alto monte, per subita piova, rabbioso il rivo il pian letto ritrova.

Così adunque le schiere animose li gran destrieri urtaron con li sproni; sanz'aver lance, co' petti, focose insieme si ferir de' buon roncioni.

La polver alta tutti li nascose in un nuvol di sé; e degli arcioni usciron molti allor, che non montaro più a caval, né quindi si levaro.

E' si sostenner, né poter passare oltre fra lor, ma ricularsi indietro per le percosse equal, sì come fare suol raggio in acqua percosso o in vetro,

che riflettendo i raggi fa tornare subitamente per lo cammin tetro; e vigorosi spronar li destrieri, in sé tornando gli arditi guerrieri.

Né credo, quando più la fucina arse di Vulcan nera ne' regni sicani, o quando maggior fummo fuori sparse, tale il facesse qual salivan vani

vapori al cielo, i quai delle riarse terre nascean dalli cavalli strani premute, e dagli anari e da' sudori mossi e dagli spumanti corridori.

Nullo dintorno alcun di lor vedea, se non come per nebbia ne' turbati tempi si vede, e l'un non conoscea l'altro di loro, e gran colpi donati

erano in danno, che ciascun credea dare a color cui aveno scontrati; per che Arcita — Pegaso! — a gridare cominciò forte e' suoi a confortare.

Ma Palemon solo — Asopo! — gridava, e con tal voce a sé i suoi raccolse e di bene operar li confortava; poi ver gli avversi la testa rivolse

del suo cavallo, e la spada vibrava; inver di cui il buono Arcita si volse, avendo lui appena conosciuto per lo gran polverio che v'era suto;

e con li sproni urtato il gran destriere, li corse adosso con la spada in mano; e que' ver lui come pro' cavaliere corse feroce e certo non invano;

ma tal de' petti, in mezzo delle schiere, si riferiro e de' corpi, ch'al piano insieme co' cavai che rincularo amendun cadder sanza alcun riparo.

Cremiso quivi, in Elicona nato, e Parmenon, che l'onde d'Ismeneo tutte sapeva, e con lor Polimato, questo vedendo, incontro di Fegeo

d'Antedon sceser, ch'era dismontato, e con lui il teumesio Alfesibeo, per lo lor Palemon volere atare e, se potesser, Arcita pigliare.

E cominciar fra loro aspra battaglia così a piè con le spade impugnate, e ciaschedun per lo suo si travaglia, dando alla parte avversa gran collate,

sforzandosi per vincer la puntaglia; e ben mostravan lor gran probitate in mantenersi per ispazio molto, sanza mai volger, l'uno a l'altro volto.

Quivi rimase per misera sorte Artifilo Itoneo, il qual ferio d'una bipenne il buon Cremiso a morte; e mentre lui lo suo fratel pio

volea levar, li sopragiunse il forte Eleno, e orgoglioso il perseguio e lui uccise ancor similemente allato al frate dolorosamente.

E 'nnanzi si potesser riavere ciascun da' suoi, vi fur colpi assai dati, però che l'uno l'altro ritenere voleva; e dopo molto in ciò provati

e a ciascuno mancato il potere, amenduni a caval fur rimontati, mercé de' lor che gli aiutaron bene, oprando ciò ch'a tal cosa convene.

La pressa grande e lo spesso ferire tolse di sé a questi due la vista; e cominciaron per lo campo a gire, dipartendo ove più la gente mista

si combatteva, ciascun con disire; e andar sen potea l'anima trista all'infernali iddii di cui giugnea Arcita: in saldo ta' colpi traea!

Il gran Minòs il fiero Agamenone presto nell'arme gì a riscontrare, e 'l buon Nestor iscontrò Almeone, e Ida Peritoo nell'afrontare,

e Evandro s'urtò con Sarpedone; ma Radamanto venne ad ovviare il fiero Niso, e appetto a Castore Anchelado s'oppose con valore.

E contro Alimedon Pelleo sen venne, e Menelao si fé incontro ad Ameto; né il buon Ligurgo di correr si tenne inver d'Ulisse, il qual non mansueto

andò ver lui; ma Diomede attenne al buon Polluce, d'ira assai repleto; gli altri ciascun secondo che poteo nella battaglia più innanzi si feo.

Chi passò innanzi e chi rimase appresso de' prencipi primai nella scontrata; ciascun feriva e era ferito esso, la battaglia tenendo lunga fiata;

ma per lo in qua e 'n là ferire spesso, tosto fu tutta in sé rimescolata; né ordine servossi, anzi correa ciascun colà dove me' far credea.

E' si scontrò Arcita in Almeone e battaglia aspra insieme incominciaro; né di lor nullo pareva garzone, anzi vendea ciascun suo colpo caro;

e d'altra parte il fiero Palemone e 'l nobile Polluce si scontraro; quivi Polluce mostrò aspramente ch'elli era del ciel degno veramente.

El feria Palemon con tal valore, che quasi a forza ritenuto l'ebbe; se non che Ulisse, buon combattitore, lasciò Ligurgo, sì di ciò l'increbbe,

e lui riscosse; ma Pollùs di core, tal contra Ulisse mal voler li crebbe, col buon Nestore insieme accompagnato a forza fuor de' suoi l'hanno tirato.

Lì Laertin maravigliosa prova mostrò di sé con Filacide insieme in riscuotere Ulisse, ma non giova; ciascun, quantunque pò, sopra lor preme,

e certo egli era a veder cosa nova ciò che Liarco faceva e Crusteme per lui raver; ma Acarnan pisano li facea fatigar del tutto invano.

Col quale insieme era 'l buono Agilleo, dell'ardir del fratel tutto focoso; e 'l buon Toàs col suo frate Euneo, ciascun nell'arme forte e poderoso;

de' quali ognun tanto per forza feo, che 'ndietro si tornò ciascuno iroso di que' d'Ulisse; e essi della spessa turba lui trasser con non poca pressa.

Quivi, tratteli l'arme, a riguardare che fesser gli altri il mandaro a sedere. Fé dunque il dì assai di sé parlare Polluce, e fece assai chiaro sapere

che sed e' non l'avesse fatto andare Giove sì tosto il cielo a possedere, che elli avrebbe per Elena a Troia al grande Ettor donata molta noia.

Ma qual la leonessa negli ircani boschi, per li figliuo' che nel covile non trova, sé con movimenti insani messa in oblio, la sua ira gentile

mugghiando corre e per monti e per piani, né mai la fa se non affanno umile; cotal correndo Diomede andava, veggendo Ulisse preso che si stava.

Niuno aveva resistenza a lui; e' ferì Eris e ferì Sicceo e Alcion sicionio, e con lui molto aspramente l'epidaurio Agreo,

né nulla aveva paura d'altrui; e 'n quello andare il buon Iolao Ianteo preso, da Niso e da Almeone atati, lui ritenner per prigione.

Poi ritornati valorosamente alla battaglia, Cefalo scontraro e lui ferir; ma valorosamente Cefalo fé a tal corsa riparo;

ma sua prodezza non valse niente: Alcidamàs e lui insieme pigliaro, e dello stormo li mandaron fuori, sicché non fur più il dì feritori.

Agamenone di parte lontana questo vedeva, tuttor combattendo; per che, chiamata sua gente spartana, in quella parte se ne gì correndo,

e gridò forte: — O Diomede, appiana; troppo ci vai di dammaggio faccendo! - E questo detto, in sul capo il ferio, ond'elli a terra tramortito gio.

Prender lo volle allora Eliodoro e 'l buon Mefiso, e eran dismontati; ma ben vi fu chi contradisse loro, Arbato e Cidoneo quivi arrivati,

li quali a piè s'opposero a costoro, e tra lor fur di gran colpi donati; e Diomede, tutto sanguinoso, fu tratto dello stormo per riposo.

Avea Niso ferito il buon Castore e quasi già che stancato l'avea, ove Agilleo ancor con gran valore mostrava ben tutto ciò che valea;

allor Minòs con furia e con furore, che assai vicino a sé questo vedea, vi corse e gli assaliti riscotendo giva, aspramente in qua e 'n là ferendo.

A questo venne correndo Pelleo, mostrando sé degno padre d'Accille, e in mezza la pressa far si feo vie più di luogo assai, che se con mille

vi fosse giunto, e il figliuol di Perseo con lui insieme; e parea che faville gittasser d'ogni parte, sì ferventi quivi pervenner con tutte lor genti.

E 'ncontro al gran Minòs Pelleo si mise con un bastone di ferro impugnato, né mai alcun per colpir li divise, sì parea ciascheduno inanimato;

e tanto il buon Pelleo s'inframise, ferendo forte e sostenendo armato, che mal suo grado ebber Minòs prigione: egli, e co' suoi, lo buon Mirmodone.

Al qual riscuoter Ditteo operava con quella forza che potea maggiore, e 'l ciprian Rifeo forte l'atava, e 'l simile faceva il buon Mintore,

alli quali Astragon alto gridava: — Deh, riscotiamo il nostro car signore. - E Piro e Cenis e Tricon sagace, ciaschedun sopra ciò quanto pò face.

Ma Telamone incontro resistenza aspra facea con Foco suo fratello, e Fenice con loro, a tale intenza; Tarso, Cidone, Parmeso e 'l gemello

Arion con Acon la lor potenza dimostravan nell'armi a tal zimbello; tra' quali aspra battaglia e angosciosa fu certo e grande e per tai dolorosa.

Quivi Rifeo fu da Talamone ucciso, il qual gli avea morto davanti miseramente il dolente Arione, il qual parole, sangue e tristi pianti

ad una ora nel sen del suo Acone, alla morte vicin, tra tutti quanti, gittava; e quivi l'anima rendeo, perché cacciata star più non poteo.

Ma al da sezzo dopo molti danni, dopo gran colpi e morti dolorose, dopo molti sudori e molti affanni, menar sì Foco e Telamon le cose,

che gli uomini Gnosiachi, e gl'inganni loro e le forze e l'opre mervigliose quasi per vinte, indietro rincularo e lì preso Minòs pur vi lasciaro.

Quando l'arcado Evandro di lontano di tal campion si vide rimanere sol, quasi l'ira il fé tornare insano, e sanza più di sua vita temere,

la bella spada recatasi in mano, inver di Sicceo corse e con potere sommo li fece da presso sentire come sapeva di spada ferire.

Ben si difese il giovinetto accorto e ben l'ataro i suoi arditamente, tal che 'l narizio Leles vi fu morto, e abbattuta d'una e d'altra gente;

ma alla fine Evandro bene scorto, abbracciato Sicceo fortemente, giù del cavallo il voleva tirare, né il potean colpi da lui separare.

Tenevasi Sicceo e abbracciato aveva lui, e 'n qua e 'n là correndo givan, ciascun dal suo destrier menato; ultimamente ciascun, pur tenendo,

fu dal cavallo in tal modo portato, ched e' votaron gli arcioni, e cadendo sì magagnaron di maniera tale, che più non fero il dì né ben né male.

Dintorno a loro era la pressa molta, chi per pigliare e chi per ritenere; e sì di genti e d'armi v'era folta, che fu più volte loro in dispiacere;

e ciascun si sprovò più ch'una volta di levar su, ma non v'era il potere; laonde il meglio che essi poteno dalli menati colpi si coprieno.

Era lì Sipil di Menalo monte, e 'l forte Menfìs, nato in Cinosura, e d'Azan v'era il crudo Ginodonte, e di Partenio con vista sicura

v'era Bricol, e con ardita fronte Croton vi stava, che giammai paura non si crede ch'avesse, e il nifeo Nirilo e anche Trofilo tegeo.

Questi volean Sicceo del tutto preso, e in ciò si sforzavan; ma e' v'era ben gente dalla quale e' fu difeso; quivi Plesippo e Tosea con fiera

vista si videro, e Acasto acceso di mal talento, il quale in tal maniera Croton, tegnente allor Sicceo, ferio, che morto a' piè tramazzato li gio.

E con lor fu Linceo e Eurizio e 'l buon Fenice, figliuol d'Amintore, e Etion e Pelopeo Narizio, ciaschedun uom di non piccol valore,

e ancora con loro era Caspizio; li qua', ben ch'essi avesser le loro ore più messe in caccie che nell'arme armati, fer d'arme sì, che ne furo onorati.

E 'l buon Sicceo, lor compagno caro, malgrado di Menfìs, soavemente fuor della calca fra' suoi il menaro e in riposo quivi pianamente,

con li suoi disarmati, lui lasciaro, e allo stormo tornar fieramente; e quei d'Evandro fero il simigliante; poi al ferir seguiron Radamante.

Non si ritenne per questo Pelleo, ma, tra gli Arcadi fieramente messo, quasi che 'ndietro rivoltar li feo sanza signore, e furvi assai appresso;

al quale Alimedon quanto poteo si fece incontro, e altri assai dop'esso, e sì d'una bipenne in capo il fiere, ch'appena si ritenne in sul destriere.

Il quale il ne portò tutto stordito del teatro di fuor, forte correndo, dove da Tarso e da Cidon seguito fu, che 'l ritenner, che giva dormendo;

ma nol ritenner pria che risentito si fu il re, e a caval credendo esser ancora, voleva tornare il colpo ricevuto a vendicare.

Ma nulla fu, poi si trovò smontato e al ritondo teatro di fore; per che conobbe ch'elli era privato di combattere il dì; onde dolore

intollerabile ebbe e non provato da altrui mai; onde con tristo core, co' suoi ch'eran con lui, al suo ostello se n'andò disdegnoso e tutto fello.

E quale, degli armenti ancor bramoso, sol pien di sangue rimane il leone, cotal Pelleo, tutto sanguinoso, sanza trovar né bestie né persone

de' già feriti, sen gia polveroso, rodendo sé in sé, tutto fellone, perché non s'era ritornar potuto com'elli avrebbe volentier voluto.

E Telamon, che nel vide portare, l'aveva richiamato più fiate, credendol far, gridando, ritornare, ma non eran le sue voci ascoltate

da lui che non sapea dove s'andare, sì le sue posse s'eran dileguate pel ricevuto colpo, duro e forte, ch'ad altro avria forse data la morte.

Ameto, sovra Foloèn ardito, del buon Sicceo seguitò la schiera: con un baston d'acciaio, chiaro e forbito, si fé conoscer qual nell'armi egli era;

e 'l buono Appollo ben l'aveva udito, quando li porse l'umile preghiera; per che fra tutti aspramente correndo, si fé far luogo col baston ferendo.

Esso ferio d'Amintor Fenice e l'abbatté, e l'ardito Linceo, e dopo loro Eurizio infelice, e dop'essi il dolente Pelopeo;

e se ciò che l'antica fama dice è ver, di Testio ferì il buon Toseo; e tai cose facea, che ammirazione a chi 'l vedeva dava con ragione.

E 'n poca d'ora tanto fatto avea, che quasi in volta parte n'avea messi; di che Arcita molto si dolea, e quasi che sconfitto allor vedessi;

ma nol sofferse, anzi ver là correa, aspreggiando 'l caval con sproni spessi, e fier si mise ad Ameto davanti, che giva i suoi cacciando tutti quanti.

Quivi si cominciò l'aspra battaglia, e' ferri eran mezzan della tencione. Ameto con li suoi buon di Tesaglia facevan forte e buona difensione;

né miga dimostravan che lor caglia di rivedere o paese o magione, anzi mostravan lor le morti care pria che volessero indietro tornare.

Né già Arcita dalli suoi Dircei era peggio d'Ameto seguitato; onde di parte in parte fra' Lernei era di molto male adoperato:

quelli il sapevan che gridando omei cadevan sanguinosi d'ogni lato; e lungo e aspro tra loro il ferire fu più assai che io non potrei dire.

Quivi era Aschiro, al gran Chiron nepote, che poi nudrì Acchille piccioletto, al qual quantunque dii nell'alte rote con Giove regnano erano in dispetto;

costui con furia qualunque percote, del viver più non gli ha luogo rispetto. E del monte Ossa Fillaro crudele era con lui, e di Pindar Linfele.

A lo scontro de' qua' Cremiso venne, e vennevi Anfion, sopra Permesso nato, e ciascun per forza li ritenne; e 'l parnasio Cirreo v'era, e con esso

Decalione, quanto si convenne armato; e sì in quel bisogno espresso adoperar, che la foga di quelli ristette, e furo offesi alquanti d'elli.

Ma mentre in tal contasto si sudava, Ida, leggier più ch'altro, destramente del suo destriere in terra dismontava, e di dietro ad Arcita prestamente,

sopra la groppa, armato si gittava, credendo lui ritener fermamente; e sì faceva el, ma e' fu corto l'avviso, perché Arcita ne fu accorto.

El s'avisava d'Arcita pigliare di dietro per le braccia molto stretto, e il cavallo ad una ora spronare, per portarnel tra' suoi; ma ciò effetto

non ebbe, ché Arcita, nel montare di lui, l'un braccio alzò, e poi ristretto con l'altra mano il freno, il buon destriere rivolger fé inver delle sue schiere;

sì ch'Ida dietro per iscudo gli era, il qual lui forte abbracciato stringendo volea tirar, con la sua forza fiera, in terra del caval; ma non potendo

e lui veggendo già nella sua schiera, per iscampo di sé volle, scendendo, fuggir di lì e fra' suoi ritornare; ma non poté, com'elli avvisò, fare.

Però che l'un delli suoi spron prese del destrier la coverta ventilante, sicché col piè impacciato, quando scese, rimase e gir non sen poteva avante,

ma in terra cadendo si distese, onde addosso li furon tutte quante le genti allor d'Arcita per pigliarlo; ma' suoi si fero avanti per atarlo.

Quivi era Archesto con altri Pisani, li quali il preser per tirarlo a loro e a caval riporlo; ma' Tebani forte il tenean per lo busto fra loro;

onde co' ferri vennero alle mani, sé percotendo agramente costoro; altri il tiravan per lui riavere e altri forte per lui ritenere.

E tal rissa era tra costor, qual vene tra 'l gioviale uccello e il serpente il quale i parvi nati di lei tene: quella di riaverli con tagliente

becco ricerca, adiungendoli pene; questi solo al fuggire sta intendente con essi; onde la briga cresce ognora, mentre il serpente li presi divora.

Così era tra questi, ma Eleno gridò: — Signor, se voi nol ci lasciate, tra noi e voi qui lo straziereno. - Ma non eran le sue voci ascoltate;

ond'elli insieme col fiero Parmeno, gravanti scuri nelle man recate, feriro Archesto e Limaco sì forte, che ad amendun sentir fecer la morte.

Gli altri, per far di se stessi difesa, lasciarono Ida quivi, e per vengiare de' lor compagni la crudele offesa cominciar colpi spietati a menare;

ma poco valse lor focosa impresa, ché pure ad Ida ne convenne andare, malgrado suo, per prigione a posarsi là dove gli altri lì vedeva starsi.

Poscia che Ameto vide che scampato quindi era Arcita maestrevolmente e Ida per prigion n'era mandato, turbato nello aspetto, fieramente

inverso Drias ha co' suoi spronato, lo quale la bandiera fortemente tenea nel campo; e giusto suo potere s'ingegnò di volerla far cadere.

Ma il giovane con anima sicura non si mutò, ma stretto l'abracciava, e sostenendo la battaglia dura de' colpi che Ameto li donava,

a' suoi gridava con solerte cura ch'atasser lui, e li rincoraggiava; quivi Ligurgo con li suoi ardito era a guardarla posto per perito.

El tornò il suo caval verso d'Ameto, e con lui fu il gran Pigmaleone; né alcun lì si mostrò mansueto, ma fiero più che mai alcun dragone;

e dieron colpi assai, che pien di fleto furono a chi sentì tale offensione; né si partì in brieve la mislea, per ciò ch'Ameto pur fare intendea.

Quivi di spade e di baston ferrati era sì grande la batosta e tale, che molti ve ne furon magagnati, né stata v'era nel campo cotale;

e' Pegasei quasi erano avanzati; per che Anchelado, corso a questo male, co' suoi raccolto, per costa ferio, e quasi quindi ciascun si fuggio.

E' vi rimase Apintos nemeo, e Faleron che agli aspri cinghiari già nelli boschi molta guerra feo; e tra li sparti sangui nelli amari

campi rimase il misero Neseo, e altri ancora, non delli men cari; ma non pertanto Ameto non posava, ma il suo proposto di far s'ingegnava.

El ritornò ver Drias banderese, e solo abbatter il segno volea: questo con forze e con diverse offese verso Ligurgo che gliel difendea,

cercava, di cui venne alle difese Peritoo, tosto che questo vedea; e iscontrossi con Alimedonte, figliuolo stato d'Eurimedonte.

E' si feriron di tutta lor possa sugli elmi con le spade, e ispezzaro parte di quelli; ma qual si move Ossa per picciol vento, cotal si mutaro

d'in su' destrier; ma quivi si ringrossa l'ira; per che più volte si toccaro e fer maravigliar chi li mirava, tanto d'arme ciascuno adoperava.

Corsevi ancora Artofil mirmodone contro ad Ameto, ma il buon cavallo li mancò sotto, donde e' fu prigione dagli altri messo fuor senza intervallo;

e gissene con esso Sarpedone, il quale aveva quivi lungo stallo fatto, abbattuto, e scalpitato spesso da qualunque ivi gli era andato presso.

Questo vedendo Giapeto feroce, che da l'alber fatale aveva tratta possa durabil, pessima e atroce, poscia che Egina fu tutta disfatta

e di formiche si rifé veloce, come Eaco ebbe sua orazion fatta, corse ferendo tanto furioso quanto per piova è rivo ruvinoso.

E Dromone il seguì il qual solea di Calidonio le grotte cercare, e Cinfalio con lui e 'l buon Finea e 'l fier Cresippo, credendosi fare

ciò che il lor poter non concedea, ciò era il buono Artofil racquistare; per che incontro a loro il larisseo uscì, con molti armati, Dodoneo.

Aveva lungamente combattuto Peritoo, e Ameto, e veramente l'un di lor due saria stato tenuto, se e' non fosse per la molta gente

che venne a dare a ciascheduno aiuto; ma pure a Peritoo massimamente, perch'era stanco, vie più bisognava che ad Ameto ch'ancor fresco stava.

Lì venne il buon Leonzio Crimione e l'epidaurio Doricon ancora, e ciaschedun di ferro un buon bastone portava, e ben ciascun per sé lavora;

e Amintor di Lelegia a ragione di Peritoo l'affanno ristora, e Fizio Filacido; e sì fero ch'alcuna lena a Peritoo rendero.

Così per lungo spazio combattendo givano alcuni, e altri per vigore maggior pigliar si givan ritraendo; tra' quali Arcita, asciugando il sudore

che sanguinoso gli gia trascorrendo giù per lo viso, della calca fore alquanto s'era tratto e riprendeva un poco d'aer sì come poteva.

Ma mentre che prendeva tal riposo così nell'arme, alquanto gli occhi alzati gli venner là dove 'l viso amoroso vide d'Emilia e' belli occhi infiammati

di luce tanto lieta, che gioioso facean qualunque a cui eran voltati; e tutto in sé tornò quale in prima era, sì come fior per nova primavera.

E quale Anteo, quando molto affannato era da Ercul con cui combattea, come a la terra, sua madre, accostato s'era, tutte le forze riprendea,

cotale Arcita, molto faticato, mirando Emilia forte si facea; e vie più fiero tornò al ferire che prima, sì lo spronò il disire.

El sì ferì tra la gente più folta, e con la spada si facea far via; e questo qua e quello in là rivolta, costui abbatte e quello altro feria;

e combattendo dimostra la molta prodezza che Amor nel cor li cria; el non ne giva nullo risparmiando, ma, come folgor, tutti spaventando.

Egli abbatté Aschiro e Piragmone e dopo loro il ferrigno Cefeo e l'etolo Cheron di Pleurone e 'l gran cavalcatore Erimeteo

e Filon poi, nepote a Palemone, al qual di morte doglia sentir feo: tal con la spada in sul capo li diede, che per morto sel fé cadere a piede.

Poi sen gì oltre, e costui istordito rimase in terra lì villanamente; ma poi che fu di stordigione uscito, con voce fioca dolorosamente

disse: — Va oltre, cavaliere ardito, col primo agurio della nostra gente, e cotai basci Emilia ti dea spesso, qual tu m'hai dato! — E giù ricadde addesso.

Similemente Erimeteo dicea, il qual di sangue avea la faccia sozza; ma le parole più rotte porgea, però ch'era ferito nella strozza;

laonde forte seco si dolea, tal di quel colpo sentiva la 'ndozza dicendo: — Se te padre raspettasse, quale hai me concio qui ti ritrovasse! -

Maraviglie facea il buono Arcita, in qua in là per lo campo correndo; e con gran voci le sue schiere aita, or questo or quello andando soccorrendo;

e ciascheduno a bene ovrare invita che vede lui così andar ferendo; e d'altra parte facea il simigliante l'ardito Palemon, pro' e atante.

Dopo il crudele e dispietato assalto, orribile per suoni e per ferite, lì fatto prima, sopra il rosso smalto, si dileguaron le polveri trite:

non tutte, ma tal parte, che da alto e ancora da basso eran sentite parimente e vedute di costoro l'opere e 'l marziale aspro lavoro.

Il sangue quivi de' corpi versato e de' cavalli ancor similemente aveva tutto quel campo inaffiato, onde attutata s'era veramente

e la polvere e 'l fummo, e imbragacciato di sangue era ciascun destrier corrente, o qualunque omo vi fosse caduto, ben che a caval poi fosse rivenuto.

Ciascuno aveva i ferri sanguinosi, e 'l viso rotto, e l'armi dispezzate; e' più morbidi aspetti rugginosi eran di vero, e le veste squarciate,

e i cavai non erano orgogliosi come soleano, e le schiere scemate erano assai e scemavano ognora: tanto di cuor ciascuno a ciò lavora!

Miravali, ammirando, il grande Egeo, con vista aguta del suo real loco; e 'l simile faceva ancor Teseo, tutto nel viso rosso come foco,

tanto 'l disio del combatter poteo, di che più volte si tenne per poco! Esso vedeva e conosceva aperto qual di lor fosse più nell'arme esperto.

E similmente assai chiaro notava l'opere di ciascuno e 'l suo ferire; e chi la morte per onor cercava, e chi temeva per gloria morire,

e chi più arte en la battaglia usava, e chi aveva o più o meno ardire, e chi schifava e chi facea niente, tutto vedea in sé tacitamente.

E spesso giudicava la dubbiosa battaglia e 'l fin di quella seco stesso; ma non poteva fermo di tal cosa giudicio dar, sì si mutava spesso

il caso d'essa, che non men noiosa di lontano era che fosse da presso; e 'n general per prodi e per valenti lodava seco tutti i combattenti.

Elli avea seco li prigion chiamati, e de' lor casi con lor si ridea; e, come volle, quivi disarmati seco ciascun reverente sedea,

tenendo dell'affar diversi piati: chi questi e chi quegli altri difendea; ma tututti dicean ch'alcun vantaggio non vi vedean, ma eran d'un paraggio.

Ipolita con animo virile la doppia turba attenta rimirava, né già fra sé ne teneva alcun vile, anzi d'alta prodezza li lodava;

e s'elli avesse il suo Teseo gentile voluto, arme portarvi disiava, tanto sentiva ancora di valore di quella donna il magnifico core!

Emilia rimirava similmente e conosceva ben, tra gli altri, Arcita e Palemone ancora combattente; e attonita quasi e ismarrita,

fiso mirava la marzial gente; e quante volte vedea dar ferita a nullo, o che el fosse in terra miso, tante color cangiava il chiaro viso.

E sempre in sé dimorava dubbiosa non colui fosse Arcita o Palemone, e con voce soave assai pietosa dava all'iddi divota orazione.

Ciò che vedeva o udiva noiosa nell'animo le dava mutazione; e tutta impalidita nello aspetto, che ella non fosse essa avria l'uom detto.

Questa con seco talora dicea: «Omè, Amor, quant'hai male operato! Io non ti vidi e non ti conoscea, né costor similmente, in alcun lato;

né per lor venni, né data dovea essere a lor, né non l'avea pensato Teseo giammai; ma tu e la fortuna a tal m'avete recata qui una.

E se tu pur volevi il tuo ardore in altrui porre per la mia bellezza, potevil fare, e con lieto colore adimandarmi far da sua grandezza,

perciò che io non son di tal valore, che per me si convegna ogni prodezza mostrar che posson molti. O me amara, che da vender non fui cotanto cara!

Deh, quanto mal per me mi diè natura questa bellezza di cui pregio fia orribile battaglia, rea e dura, che qui si fa sol per la faccia mia!

La quale avanti ch'ella fosse oscura istata sempre volentier vorria, che tanto sangue per lei si versasse, quanto qui veggio nelle parti basse.

Omè, Amor, con che agurio omai nella camera di qual di costoro entrerò io, se non d'etterni guai? L'anime dolorose di coloro

ch'a torto per me muoion, non fien mai sanza disio di mio dolore e ploro, e sempre attente mi spaventeranno e faran festa di ciascun mio danno.

Oh, quante madri, padri, amici e frati, figliuoli e altri, me maladicendo, davanti a l'are staranno turbati, da' loro iddii i miei danni chiedendo;

e fien da lor con diletto ascoltati s'egli avverranno, e dell'altro piagnendo; e sì l'iddii infesteranno forte, che dannata sarò a crudel morte.

Oh, che duro partito è quello a ch'io misera son venuta per amore, di cui non mi scaldò giammai disio, e sanza colpa ne sento dolore!

O sommo Giove, deh, diventa pio di me, che sol nel tuo sommo valore ispero per soccorso del mio male, più ch'altro greve, se di me ti cale.

E s'io dovea pur per Marte donata esser a sposo, vie minore affanno che questo bisognava, ove assembrata cotanta gente non è sanza danno.

Andromeda fu sola liberata da Perseo, quando l'ebbe sanza inganno, e esso al monstro s'oppose marino, poi fu atato dal coro divino.

Borea sol volò verso Etiopia e ebbe Orizia, tanto seppe fare! E Pluto, che patia di moglie inopia, sol se la seppe in Cicilia furare;

e Orfeo della sua riebbe copia, tanto sol seppe umilmente pregare! E Atalanta ancor fu guadagnata da un da cui fu nel corso avanzata.

Io sola son con le forze di molti chesta da due, mentre ch'io son mia; e qui dinanzi a me li veggio accolti, e iracundi la lor fellonia

l'un verso l'altro con colpi disciolti veggo mostrar per la lor gran follia; né so ancor di cui esser mi deggia, tanto di pari par ch'ognun mi cheggia.

E or pur fosse la mia mente all'uno col disio appoggiata e mi piacesse! Ma tanto è bello e nobile ciascuno, che io non so qual di lor m'eleggesse,

se e' mi fosse detto da alcuno che qual volessi in isposo prendesse; così in amorosa erranza posta m'ha, lassa!, Amor, perché più non li costa.

Io sto di ciascun d'essi sospettosa, e di ciascuno il mal temo e 'l dammaggio; e pur son certa che vittoriosa fia l'una parte, e non so col coraggio

qual io m'aiuti, o di quale io pietosa diventi, o di qual fosse danno maggio s'ella perdesse; e l'uno e l'altro miro, e per ciascuno igualmente sospiro.

Né mi vene all'orecchie: “Pegaseo!” alcuna volta dalli suoi chiamato, ch'io non divenga qual si fa Rifeo per le sue nevi dal sol riscaldato;

e il gridare: “Asopo!”ancor mi feo parer più volte col viso cangiato; né veggio nullo, e sia qual vuol, cadere, che non mi paia il suo duol sostenere.

Deh, or gli avesse pur Teseo lasciati, quando noi lì trovammo nel boschetto, combatter soli! Almen diliberati sariensi in lor di me, e con diletto

avrebbe l'un gli abbracciar disiati di me, tenendol nel suo cor distretto sanza scoprirsi; e io non sentiria per lor né ira né malinconia.

Così m'hai fatto, Amore, e più non posso, e sanza amare innamorata sono: tu mi consumi, tu mi priemi adosso per colpa degna certo di perdono;

tu m'hai il cor, dolorosa!, percosso con disusato e non saputo trono: e or pur foss'io certa che campasse l'un d'esti due e sposa men portasse!».

Così la giovinetta in sé dicea, mirando fuor di sé le cose dire che l'un baron contra l'altro facea nel campo, acceso di troppo disire;

e l'altro popol, che questo vedea, chi gioia ne sentiva e chi martire, e ciaschedun con voci confortava, alto gridando, quel che più amava.

La battaglia era a pochi ritornata, chi qua chi là per lo campo scorrendo; e quasi già sì la gente affannata era, l'un l'altro per forza ferendo,

che poco potean più; ma spessa fiata di patto fatto si gian sostenendo, e quasi pari ciascun del partito, per istanchezza si ristava attrito.

Ma Marte riguardava d'alto loco, e Venere con lui, i combattenti; il qual poi vide intiepidire il foco che facea prima gli animi ferventi,

e le spade chetarsi a poco a poco, e stanchi vide i buon destrier correnti, pien d'ira e di coruccio lì discese, e con parole tali Arcita accese,

in forma rivestito di Teseo: — Ahi, villan cavalier, falso e fellone, qual codardia qui fermar ti feo? Non vedi tu combatter Palemone

e per dispetto nomarti Penteo, dicendo che 'ntendevi, a tradigione, sotto altro nome Emilia possedere, la quale elli in aperto crede avere? -

E detto questo, trascorse en la schiera d'Arcita con parole accese d'ira; e sì focoso fé qualunque v'era, ch'a veder parve a tutti cosa mira.

E Arcita, infiammato com'elli era, ogni riposo lasciando, si tira con la sua spada in man, mostrando ch'esso non fosse quel che si posava addesso.

Agamenone il seguì animoso, e Menelao e Polluce e Castore, e Peritoo appresso valoroso, e con Cromis ancora il buon Nestore;

né cura avendo di nessun riposo, ver Panto dirizzaro il lor valore, e lui per forza aspramente pigliaro, e la bandiera in braccio gli tagliaro.

Ma loro uscì incontro Palemone, fiero e ardito, con Ameto allato, li qua' seguiva il feroce Almeone, e Anchelado, e Niso transmutato

in ira di riposo, e Alimedone che 'n quello incontro fu forte piagato; e cominciar la battaglia sì fiera, che tal non fu veduta qual quella era.

E ben che fosser fieri e animosi, e al morir più ch'a vergogna dati, taciti, alquanto nel cor paurosi, divenner, poi con lor furo scontrati;

perché augusti più e poderosi parean lor gli avversarii ritornati; ma nondimen durava la mislea crudele e fiera quant'ella potea.

Combattea Palemone arditamente con Menelao, e Cromis combattea con Almeon, ciascuno assai possente; Alimedon contra Nestor tenea,

ma il fiero Arcita vigorosamente vincere Ameto per forza volea; Ligurgo contro a Niso avea ripresa battaglia, e e' faceva gran difesa.

E così insieme gli altri combatteno, tutti nel campo raccesi a battaglia, e lungo assalto fra lor manteneno: ciascun di cacciar l'altro si travaglia.

E mentre in guisa tal le cose gieno, cadde di Foloèn quel di Tesaglia, e Peritoo vi fu abbattuto e dagli Asopii forte ritenuto.

Cromis avea sì stancato Almeone, che non poteva più, ma si tirava indietro; ma di Cromis il roncione, ch'ancora che solea si ricordava

gli uomin mangiar, pel braccio Palemone co' denti prese forte, e sì l'agrava col duol, che 'l fece alla terra cadere mal grado ch'e n'avesse, e rimanere.

E quale il drago talora i pulcini dell'aquila ne porta renitenti, o fa la leonessa i leoncini per tema degli aguati delle genti,

così faceva quel vibrando i crini, forte strignendo Palemon co' denti, cui elli aveva preso in tal maniera, che merviglia n'avea chiunque v'era.

E se non fosse che e' fu atato da' suoi avversi, il caval l'uccidea, a cui di bocca appena fu tirato, e tratto fuor della crudel mislea,

e sanza alcuno indugio disarmato per Arcita, che l'arme sue volea per offerire a Marte, s'avenisse che 'l dì a lui il campo rimanesse.

Se Palemone allora fu cruccioso, soverchio qui saria ciò raccontare, e però di narrarlo mi riposo: ottimamente il può ciascun pensare.

Egli era alla sua vita invidioso e quasi si voleva disperare, e ben si crede del tutto perduta aver d'Emilia la speranza avuta.

Essa ciò riguardava assai dolente, e sappiendo qua' patti eran tra loro, già d'Arcita credendo fermamente esser, l'animo suo sanza dimoro

a lui voltò, e divenne fervente dell'amor d'esso, e già, per suo ristoro, per lui vittoria, pietosa chiedea, né più di Palemon già le calea:

così le fece il subito vedere di cui esser credea pensier cangiare! Ciascun si guardi adunque di cadere e del non presto potersi levare,

se non gli è forse caro di sapere chi gli è amico o chi amico pare: colui che 'n dubbio davanti era amato, ora è con certo cuore abbandonato.

Or loda Emilia seco la bellezza d'Arcita tutta e 'l nobil portamento; ora le par più somma la prodezza di lui e troppo maggior l'ardimento;

or crede lui aver più gentilezza, or più cortese il reputa l'un cento: là dove prima le parieno equali, or le paion del tutto disiguali.

Or ha preso partito e appagata dagl'iddii tiensi d'avere il migliore; e già d'Arcita si dice sposata, e già li porta non usato amore

occultamente, e già spessa fiata priega l'iddii per lo suo signore; e con nuovo disio il va mirando, l'opere sue sopra tutte lodando.

Già le rincresce il combatter che fanno più lungo, e fine a quel tosto disia; e già con nuova cura teme il danno d'Arcita più che non faceva in pria;

e di lui pensier nuovi al cor le vanno, li quai davanti punto non sentia; e sol d'Arcita l'imagine prende, e sé lascia pigliar, né si difende.

L'aspra battaglia stata infino allora, poscia che vider preso Palemone, e Ameto abbattuto in terra ancora, e sopra lor più fiero Agamenone

vidono e gli altri, ciascun si discora e lievemente si dà per prigione; né valse a Palemone il suo gridare — Tenete il campo! -, che 'l volesser fare.

Laonde Arcita in poca d'ora prese co' suoi di quelli i tiepidi pugnanti; il che vedendo tutto si raccese, sì come soglion sempre far gli amanti,

se dubbiosa speranza mai gli offese, quando certa ritorna a' disianti secondo il lor disio; e valoroso il campo circuia vittorioso,

e lieto i suoi andava ricogliendo, ben che pochi rimasi ve n'avesse; e con la spada in mano ancor ferendo, s'alcun vi fosse che contradicesse

alla vittoria sua; e sì faccendo, d'allegrezza parea tutto godesse: e già voleva il caval ritenere, avendo tutto vinto, al suo parere.

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