Già s'appressava il doloroso fato, tanto più grave a lui a sostenere, quanto in più gloria già l'avea elato il sé vittorioso ivi vedere.
Ma così d'esto mondo va lo stato, ch'allor è l'uom più vicino al cadere e vie più grieve cade, quanto ad alto è più montato sovra il verde smalto.
Sovra l'alta arce di Minerva attenti Venere e Marte a rimirar costoro stavan, fra sé dell'ordine contenti che preso fu per li prieghi fra loro.
Ma già vedendo Venus che le genti di Palemon non potean dar ristoro a la battaglia più, rivolta a Marte, disse: — Oramai fornita è la tua parte.
Bene hai d'Arcita piena l'orazione, che, come vedi, va vittorioso; or resta a me quella di Palemone il qual perdente vedi star doglioso,
a mio poter mandare a secuzione. - A la qual Marte, fatto grazioso, — Amica — disse, — ciò che di' è 'l vero; fa oramai il tuo piacere intero. -
Ell'avea poco avanti visitati gli oscuri regni dell'ardente Dite, e al re nero aveva palesati i suoi disii; per che di quella uscite
più furie eran con alti mandati; ma ella, Erinis presa, a l'altre: — Gite dove vi piace — disse; e poi a questa tutta la voglia sua fé manifesta.
Venne costei di ceraste crinita, e di verdi idre li suoi ornamenti erano a cui in Elisso la vita riconfortata avea, le quai lambenti
le sulfuree fiamme, che uscita di bocca le facevan puzzolenti, più fiera la faceano; e questa Dea di serpi scuriata in man tenea.
La cui venuta diè tanto d'orrore a chi nel teatro stava a vedere, ch'ognuno stava con tremante core, né il perché nessun potea sapere.
Li venti dier non usato romore, e 'l ciel più ner cominciò a parere; il teatro tremò, e ogni porta cigolò forte ne' cardini storta.
Costei, nel chiaro dì rassicurata, non mutò forma né cangiò sembiante; ma giù nel campo tosto se n'è andata, là dove Arcita correva festante,
e orribil come era, fu parata al corrente destrier tosto davante, il qual per ispavento in piè levossi e indietro cader tutto lasciossi.
Sotto il qual cadde il già contento Arcita, e 'l forte arcione li premette 'l petto e sì il ruppe, che una fedita tutto pareva il corpo; e 'l giovinetto,
che fu in forse allora della vita abbandonar da gran dolor costretto, per molti, che a lui corsero allora, atato fu sanz'alcuna dimora.
I quali a pena lui disvilupparo da' fieri arcioni, e con fatica assai da dosso il caval lasso gli levaro; il qual, com si sentì libero, mai
non parve faticato, tal n'andaro le gambe sue fuggendo: tanti guai li minacciò la Furia con la vista sua dispettosa, noievole e trista!
Emilia del loco dove stava chiaro conobbe il caso doloroso, per che il cor, che più ch'altro l'amava, di lui dubbiando si fé pauroso;
onde per tema a sé tutte chiamava le forze sparte nel corpo doglioso; per che nel viso tal rimase smorta, quale è colui che al rogo si porta,
«O me dogliosa!» in sé trista dicendo, «Quanto la mia felicitate è breve istata!» questo caso ora vedendo. «E ben che il pensier mi fosse greve,
e' pur m'andava dentro il cor dicendo che non poteva con fatica leve d'amor passar, più che passar si soglia per gli altri c'han provata la sua doglia.
Ora conosco ciò che volea dire Bellona sanguinosa, che davanti oggi m'è stata, senza dipartire, con atti fieri e morte minaccianti,
quasi io dovessi li danni patire che si fesser tra lor li due amanti». E questo detto, sì il dolor la vinse, ch'errando fuor di sé tutta si tinse.
El fu subitamente disarmato, e il palido viso pianamente con acqua fredda lì li fu bagnato, onde e' si risentì subitamente,
e molto fu da' suoi riconfortato; ma parlar non poteva ancor niente, sì gli avea 'l petto il suo arcion premuto mentre il cavallo adosso gli era suto.
Agamenon, con contenenza fiera, con Menelao per lo campo gia, e scorrendo per quel con la bandiera, ciascun de' suoi di dietro li venia;
e a qual fosse della vinta schiera rimaso quivi, sanza villania alcuna far, per preso nel mandava, e vincitor sopra 'l campo si stava.
Ma poi che fur le cose riposate e manifesto a tutti il vincitore, e 'l molto suon delle trombe sonate e alti gridi mandati in onore
e d'Arcita e de' suoi, e già levate le genti varie con novo romore, trassersi i vincitori inverso Arcita per vedere il sembiante di sua vita.
Là discendendo venne il vecchio Egeo, e 'n grembo la sua testa si fé porre; e dopo lui vi venne il pio Teseo, e la reina Ipolita vi corre,
e Emilia ancor quanto poteo; e ciaschedun lui conforta e soccorre con pietose parole, stropicciando le mani e' piè di lui, lui domandando.
Ma e' non rispondeva, anzi ascoltava, e ciò per non potere adivenia; ma gli occhi erranti in qua e 'n là voltava or questo or quello con sembianza pia
mirando, e sé quasi non sé mostrava: tale era il duol che l'anima sentia, ch'ancora in dubbio di stare o di gire errava per lo cuor con gran martire.
Ma poi ch'Emilia tabefatto il viso di polvere, di sangue e di sudore vide, e sentì che 'l capo avea diviso in parte alcuna, appena il suo dolore
casto ritenne dentro al cor conquiso, maladicendo in sé il soverchio amore che lui a tal partito posto avea e lei vie troppo di novo pungea.
Ma sì non seppe la cosa celare, né ritener le lagrime dolenti, che spesse volte il suo viso cangiare visto non fosse da' più delle genti.
Ella non sa come racconsolare onesta il possa, e i disii ferventi pur la vi tirano; e così sospesa, da greve doglia lui rimira offesa.
Quivi era sì dolente Agamenone, Menelao e Nestore e ciascheduno altro amico di lui o compagnone, che non pareva aver vinto a nessuno,
anzi di doglia vie maggior cagione aver che di pigliar riposo alcuno; e 'n qua e 'n là si givan lamentando, l'iddii di tanta offesa biasimando.
Palemon tristo d'una e d'altra cosa, del mal d'Arcita forte li dolea, ma più assai sua fortuna angosciosa, che perditor quivi fatto l'avea;
né sa se isperanza graziosa si prenda quindi, o se l'aspetta rea; e pur conosce Arcita per parente, né può fuggir che non ne sia dolente.
Fece Teseo il campo a' vincitori raccoglier tutto, e fece comandare che qual non fosse de' combattitori sanza dimoro sen dovesse andare;
li quai poi furo al teatro di fori, fece quel dentro alle guardie serrare, e mise cura solenne in Arcita in rivocar la sua vita smarrita.
El fé chiamar più medici e venire nel loco, i quai di vin tutto il lavaro, e con loro argomenti fer reddire a lui il parlar, che l'ebber molto caro;
poi le sue piaghe li fecer coprire di fini unguenti e tututto il lenzaro; e poi ch'alquanto fu riconfortato, a seder lì tra lor si fu levato.
E con voce non salda, umilemente domandò qual di loro era vittore; a cui Teseo rispose tostamente: — Amico mio, del campo è tuo l'onore. -
Allor diss'elli: — Adunque la piacente Emilia ho guadagnata e 'l suo amore? - Teseo rispose: — Sì, ecco tua sia; omai ne fa ciò che 'l tuo cor disia. -
A cui el disse: — Se io ne son degno, deh! fammi alquanto la sua voce udire, a me più cara ch'alcuno altro regno, e fa ch'io possa en le sue man morire,
però che 'n core ferma oppinion tegno che' regni neri sanza alcun martire visiterò, s'io la posso vedere o dar l'anima mia al suo piacere. -
Teseo rispose: — Cotal parlamento non ha qui luogo, che ora non morrai. Ecco lei qui al tuo comandamento, con cui vivendo ancor t'allegrerai. -
E a lei disse: — Deh! fallo contento di quel ch'e' chiede: deh! perché nol fai? Non vedi tu quant'elli ha per te fatto, ch'è a partito d'esserne disfatto? -
Emilia più niente disiava, se non onesta poterli parlare, e vergognosa così cominciava: — O signor mio, se vale il mio pregare,
confortati, ché 'l tuo mal sì mi grava, ch'appena il posso, lassa!, comportare; io son sempre con teco, o dolce sposo, oggi stato per me vittorioso. -
Quali i fioretti richiusi ne' prati per lo notturno freddo, tutti quanti s'apron come dal sol son riscaldati, e 'l prato fanno con più be' sembianti
rider fra le verdi erbe mescolati, dimostrandosi lieto a' riguardanti, cotal si fece vedendola Arcita, poscia che l'ebbe sì parlare udita.
Passata avea il sol già l'ora ottava, quando finì lo stormo incominciato in su la terza; e già sopra montava il Pincerna di Giove, permutato
in luogo d'Ebe, e col ciel s'affrettava il Pesce bin di Vener lo stellato polo mostrar; però parve ad Egeo di partirsi indi, e 'l simile a Teseo.
E già Arcita ne volea pregare, quando Teseo comandò che venisse un carro triunfal, che apparecchiare aveva fatto a chiunque vincesse;
e lì il fé molto riccamente ornare, e Arcita pregò che su vi gisse fino all'ostier, se non li fosse noia. Rispose Arcita che anzi gli era gioia.
E certo, quando Roma più onore di carro triunfale a Scipione fece, non fu cotal; né di splendore passato fu da quello il qual Fetone
abbandonò per soverchio tremore, quando Libra si cosse e Iscorpione, e e' da Giove nel Po fulminato cadde, e lì l'ha l'epitafio mostrato.
E ben che fosse ancor molto stordito per la caduta del fiero destriere, non era elli ancor sì indebolito, che non vi stesse ben suso a sedere
di drappi triunfal tutto vestito e coronato, secondo 'l dovere, di verde alloro; e su vi gì con esso la bella Emilia, sedendoli appresso.
Così volle Teseo che ella andasse, per più piacere al grazioso Arcita, e acciò ch'ella ancora il confortasse, se sua sembianza tornasse smarrita
per accidente che 'n lui si mutasse; di che Arcita la penosa vita riconfortò, non poco disioso mirando spesso il bel viso amoroso.
Cromis ancora, tutto quanto armato, vi gì, con forte mano i fren reggendo de' cavai da cui 'l carro era tirato; e gli avversarii, quello antecedendo,
girono a piè, ma ciascun disarmato, e certo non costretti ma volendo, come gli avea pregati Palemone, per ad Arcita dar consolazione,
ben ch'ella fosse assai dovuta cosa e ab antico ne' triunfi usata. Poi di dietro veniva la pomposa turba de' suoi così come era armata,
e con sembianza assai vittoriosa; e da molti era, da ciascun, portata o spada o scudo o mazza o scuricella bipenne, tolta en la battaglia fella;
e altri ne menavano i roncioni donde i signor furono scavallati, coverti tutti, ma con voti arcioni; e ta' dell'altrui armi gieno armati,
chi elmo e chi barbuta e chi tronconi d'altre armadure nel campo trovati, e chi toraca e chi caro balteo, secondo che trovar quivi poteo.
Ma tra gli altri più nobili davante giva di Palemon tutto l'arnese, a Marte già botato, e simigliante quel v'era con che Arcita si difese.
Da' lati al carro gia gente festante, giovini e donne in abito cortese, con dolci suoni e canti festeggiando diversamente con arte danzando.
Questo ordinato, fé il teatro aprire Teseo, e 'n cotal guisa n'uscì fore Arcita triunfando, al cui venire ciascun faceva mirabile onore;
e fé quelle armi al gran Marte offerire, e ringraziollo con pietoso core della vittoria ch'avea ricevuta; poi fé dal tempio presta dipartuta.
E circuì la terra, triunfando in questa guisa con molta allegrezza, la sua Emilia sovente mirando e più lodando che mai sua bellezza;
e ben mill'anni ognor li parea quando quella dovesse goder con lietezza; e l'avenuto caso biasimava e molto seco se ne contristava.
Ella si giva onesta e vergognosa, con gli occhi bassi, da ciascun mirata, in guisa tal qual suol novella sposa per vergogna nel viso colorata;
a tututti piacente e graziosa e da ciascuno igualmente lodata; e simile era ancora il buono Arcita, ben ch'elli avesse sembianza smarrita.
Nulla persona in Attene rimase, giovane, vecchio, zita overo sposa, che non corresse là con l'ale spase onde venia la coppia gloriosa.
Le vie e' campi e i tetti e le case tutt'eran pien di gente letiziosa; e in gloria d'Arcita ognun cantava e della nuova sposa che menava.
E spesse volte, le prede mirando, le guaste veste e i voti destrieri, li givan l'uno a l'altro dimostrando, dicendo: — Quel fu del tal cavalieri,
e questo del cotale -; e, ammirando, le cose state più che volentieri recitavan fra lor, ch'avean vedute il dì, com'eran gite e come sute.
Ma ciò che più maravigliar facea e con attenta vista riguardare, era de' regi la turba lernea, che giva innanzi in abito dispare
troppo da quel nel quale andar solea e che 'l mattin si vider cavalcare; li quali, a capo chino e disarmati, a piè venien, nell'aspetto turbati.
E chi bene avvisava Palemone, detto averia che el seco dicesse: «Ben vive ancora l'ira di Giunone ver me, e certo, se Giove volesse,
operar non poria ch'io di prigione o di mortal periglio fuori stesse; e io vi voglio stare e avvilirmi, poi che le piace sì di perseguirmi».
Molto era ancor mirato disdegnoso Minòs da chi 'l vedea, e in dispetto parea la vita avesse, sì stizzoso andando si mostrava nello aspetto.
E 'l tesalico Ameto, assai doglioso, parea di Febo, a lui stato suggetto, si ramarcasse, perché operato aveva bene e era mal mertato.
Ida, Evandro e Alimedonte, Ulisse e Diomede e ciascheduno degli altri ancora, con chinata fronte, si vedean tutti, e con aspetto bruno,
più che se al lito tristo d'Acheronte se ne vedesse per passare alcuno; e vie più tristi li facea il parlare che udieno a' circunstanti di sé fare.
Ne' colli lor non sonavan catene, però ch'Arcita del tutto, pregando, il tolse via; e così per Attene disciolti, al picciol passo innanzi andando
al carro, tristi di sì fatte pene, in questo loco e ora in quel restando, quasi scherniti tutti si teneano per gli atti delle genti che vedeano.
In cotal guisa, con alto romore d'infiniti strumenti e di gridare che' popoli facean lì per onore del grande Arcita e del suo operare,
giunsero al gran palagio del signore, e a lor piacque quivi dismontare; e di fuor fatta restar la più gente, gir nella real sala pianamente.
Sovr'un gran letto, quivi fatto allora, posato fu il faticato Arcita; allato a cui Ipolita dimora, bella vie più che gemma margherita,
e di conforto sovente il rincora con ornata parola e con ardita; e 'l simil fa Emilia, sua sorella, con altre molte, ciascheduna bella.
E tutto ciò Palemon ascoltava, che con li suoi in abito dolente davanti al vincitor diritto stava sanza alzare occhio; e nella trista mente
ogni parola con doglia notava, imaginando ch'omai per niente pace daria a sé con isperanza, poi che perduta avea sua disianza.
Teseo, per pace dare agli affannati re, si levò e, con sereno aspetto, con cenni i mormorii ebbe chetati, che quivi eran per doglia o per diletto
forse da molti fra sé susurrati, e degli onor veduti e del dispetto; e con piacevol voce il suo disire incominciò in cotal guisa a dire:
— Signori, e' non m'è nuova la credenza, la quale alcuni afferman che sia vera, cioè che la divina provedenza, quando creò il mondo, con sincera
vista conobbe il fin d'ogni semenza razionale e bruta che 'n quell'era, e con decreto etterno disse stesse quel che di ciò in sé veduto avesse.
Se ciò è ver non so; ma se ver fosse, noi siam guidati dal piacer de' fati la cui potenza sempre mai si mosse col giro etterno delli ciel creati;
dunque contra di lor l'umane posse invan s'affannano, e sono ingannati chi per senno o per forza contastare volesson contra il loro adoperare.
E ciò non dico sanza alta cagione, però che oggi la vostra virtute ho rimirata e ogni operazione, e come date e come ricevute
abbiate le percosse e l'offensione del gridar, sanza stordir, sostenute; e dico certo che, al mio vivente, non vidi insieme tanta buona gente,
né tanto ardita, né con tal fortezza non saggia d'arme, né di tanto affanno sostenitrice, né di tal fierezza meno infingarda, né che men di danno
mettesse cura, sol che sua prodezza mostrar potesse, sì come i buon fanno, com'io ho oggi tutti voi veduti, e d'una parte e d'altra conosciuti.
Le prodezze de' quai s'ad uno ad uno volessi raccontar, ben le saprei; ma troppo saria lungo, e ciascheduno le vide sì com'io; dunque direi
ciò che non fa bisogno, ma ognuno per valente uomo al mondo approverei; e se tai fosser quei della mia terra, per forza vincerei ogni mia guerra.
Perché se oggi non vi fu donata vittoria, ciò non fu vostro difetto, ma cosa fu avanti assai pensata nel chiaro e santo divino intelletto;
il quale Emilia mostra abbia servata al piacevole Arcita e lui eletto per isposo di lei: di che dovete esser contenti, poi più non potete.
Né vi dovete di voi biasimare che non abbiate bene adoperato; ma sol gl'iddii ne dovete incolpare, se degno è ciò ch'egli han diliberato
di potere altra volta permutare, ched e' non l'hanno per voi permutato; ma credo che deggiate esser contenti a lor piacer, poi di noi sono attenti.
Questo ch'è stato, non tornerà mai per alcun tempo che stato non sia; però vi priego quanto posso assai, amici car, per vostra cortesia,
che l'abito, ch'avete pien di guai vestito per dolor, cacciate via, e nel pristino stato ritornate, e con noi insieme tutti festeggiate.
Liberi sete omai, poi ch'adempiuto avete del triunfo la ragione; ben vo' però che sia fermo tenuto ciò che nel bosco dissi a Palemone;
il qual dee esser da noi ritenuto e servato ad Emilia per prigione, e ella faccia di lui il suo volere, poco e assai, come l'è in piacere. -
Piacque a costoro il parlar di Teseo, ben che 'n parte non ver tenesser quello; per che lieto ciascun quanto poteo, sanza dimor, tornò al suo ostello;
quivi d'abito nuovo si rifeo, sì come prima, piacevole e bello, e a cui fu bisogno medicare, tosto fur fatti medici trovare.
Gli altri, che non curavan di riposo, tornaro a corte con fronte cangiata; e 'nsieme si rivider con gioioso aspetto, come se fra loro stata
non fosse il dì battaglia; e grazioso sollazzo insieme ciascuna brigata faceva quivi, per amor d'Arcita, che si desse conforto e buona vita.
Andonne adunque presto Palemone, con tristo aspetto, molto umilemente, ad Emilia davanti, e 'n ginocchione, con voce e con sembianza assai dolente,
disse: — Madonna, io son vostro prigione, e sono stato continuamente poi ch'io vi vidi: fate che vi piace di me, che mai non spero sentir pace.
Poi che l'iddii m'hanno tolta vittoria e voi insieme in questo dì meschino, troppo mi fia la morte maggior gloria, che per lo mondo più viver tapino;
per ch'io vi priego, se di voi memoria etterna di ben duri e d'amor fino, dannate me sanza indugio alla morte, ch'io la disio, vie più che vita, forte. -
Con pietoso occhio Emilia riguardava ver Palemone, e 'n piè il fece drizzare, e le parole sue fissa ascoltava, né che risponder si sa consigliare,
anzi appena le lagrime servava che nel cor le facea pietà destare; ma dopo alquanto pure in sé dispose di far risposta, e così li rispose:
— S'io fossi dall'iddii stata data al mondo sol per tua sola speranza, in guisa che dal tuo veder levata fosse ogni altra lieta dimostranza,
mentr'io fui mia, io avrei reputata essere stata soverchia fallanza il non averti amato; ché t'amai, mentre mi si convenne, pur assai.
Ma veggo che come io il santo amore potea sperar di molti giustamente, così molti sperar nel mio valore potevan; ma un solo apertamente
considerar dovien ch'al mio onore si riserbava della molta gente; il qual, qual volle, m'ha mandato Iddio: e tu tel vedi così ben com'io.
E però più a l'amorose pene di te conforto non posso donare, né dei voler, né a me si convene, né ben faria, se i' 'l volessi fare;
ma le greche città, che tutte piene son di bellezze assai più da lodare che e' non è la mia, dar ti potranno giusto ristoro all'amoroso danno,
e te riporre in più lieto disio che io non fui, allor ch'ancor dubbioso istesti di dover divenir mio. Dunque di te medesmo sie pietoso,
ch'io non intendo esserne crudele io; ma poi che se' cavalier valoroso sotto il giudicio di me incappato, per me sarai in tal guisa dannato.
Per me ti sia donata libertate e a tua posta lo stare e il gire; e per l'amor che per la mia biltate già di soverchio t'arse nel disire,
questo anel porterai, che spesse fiate forse di me ti farà sovenire; e priegoti, qualora ten sovene, pensi d'amare un'altra donna bene. -
Non si dee creder che valesse poco cotale anel, cui tutta fiammeggiante era la pietra assai vie più che foco; appresso una cintura, simigliante
a quella per la qual si seppe il loco là dove Anfiorao era latitante, lieta li diè, dicendo: — Porterai questa a qualunque festa tu sarai; -
quinci li diede una spada tagliente e ricca e bella d'alto guarnimento, e un turcasso, che nobilemente lavorato era, di gran valimento,
pien di saette lizie veramente; e uno scitico arco, non contento di poca forza a volerlo operare. Poscia li fé altro dono arrecare,
e ciò fu un destrier maraviglioso, tutto guarnito qual si convenia al nobil cavaliere e valoroso, con armi nelle quai la maestria
di Vulcan s'operò mastro ingegnoso; e uno scudo bel quanto potia, con un gran pin delle sue frondi orbato, d'un chiaro ferro e forte bene armato.
E a lui disse dopo alquanto spazio: — O valoroso e nobil cavaliere, del mio amore omai dei esser sazio, e di qualunque con cotal mestiere
s'acquista, di se stesso tristo strazio faccendo, quale in questo puoi vedere che s'è fatto per me, che trista sono per tanto sangue e miserabil dono.
Ma perciò che tu dei vie più a Marte che a Cupido dimorar suggetto, ti dono queste, acciò che, se in parte avvien che ti bisogni, con effetto
adoperar le puoi; esse con arte son fabricate, che sanza sospetto le puoi portar: forse l'adoperrai dove vie più che me n'acquisterai. -
Prese il dono Palemone allora, e disse: — Donna, io tengo la mia vita tanto più cara ch'io non faceva, ora, poi ch'io da voi la sento gradita,
che con migliore agurio ciascun'ora la guarderò infino alla finita, sperando che in ciel fermato sia ciò che dite per vostra cortesia.
E voi ringrazio pietosa di quella, quanto io più posso, e del libero stato ch'io ho per voi, o matutina stella, sì graziosamente racquistato;
e ciascheduna d'este gioie bella m'è più che d'esser nel ciel coronato, e guarderolla sempre per amore del vostro alto ineffabile valore.
Che io aspetti più d'amor saetta per altra donna, questo tolga Iddio: da me amata sarete soletta, né mai fortuna cangerà disio.
Se' fati v'hanno per altrui eletta, in ciò non posso più contrastare io; ma che io v'ami esser non mi pò tolto, né fia mentre sarò in vita volto. -
Quinci sen gì pensoso a rivestire e a lavarsi, ch'era rugginoso tutto, per poscia quivi rivenire; e ben che 'n sé non trovasse riposo,
pur s'ingegnò di sua noia coprire; e con più lieto viso e grazioso nell'aula tornò a rivedere il suo diletto e 'l suo sommo piacere.
La donna fu assai quivi lodata da' circunstanti re e da Arcita: e ben li piacque ch'ella avea donata a Palemon libertà espedita;
e similmente ancora fu pregiata di Palemone la risposta ardita, il qual da tutti accolto lietamente fu, ma più da Arcita veramente.
Ma poi ch'alquanto si fu riposato, Arcita ver Teseo cominciò a dire: — Signore, adempiuto è il tuo mandato con non poco di me greve martire,
e per quel credo d'aver meritato Emilia e perdono al mio fallire; la qual dimando, se e' t'è in piacere, se elli è tempo ch'io la deggia avere -.
A cui Teseo con voce graziosa rispose: — Dolce amico, ciò m'è caro, né disio tanto nessuna altra cosa; e però in quel modo che lasciaro
a noi i nostri primi, quando sposa essi ne l'età lor prima pigliaro, vo' che solennemente ti sia data e in presenza delli re sposata. -
Adunque lì li baron ragunati e' sacrificii fatti degnamente sì come egli erano in quel tempo usati, Arcita Emilia graziosamente
quivi sposò, e furon prolungati li dì delle lor nozze veramente, infin ch'el fosse forte e ben guarito: e così fu fermato e stabilito.
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