Quanto fosse crudele e aspra vita quella d'Emilia, mentre queste cose lì si facevano in onor d'Arcita, coloro il pensin che sì dolorose
cose sentiron mai; essa, vestita di nero, con le guancie lagrimose, sanza prender volere alcun conforto, solo piangeva il suo Arcita morto.
E del bel viso il vermiglio colore s'era fuggito, e era divenuta palida e magra, e il chiaro splendore delle sue luci non avea paruta;
e sì poteva in lei il fier dolore, che stata appena saria conosciuta, per sol conforto notte e dì chiamando Arcita suo, piangendo e lagrimando.
Ma poi che furon più giorni passati dopo lo sventurato avvenimento, con lui essendo li Greci adunati, parve di general consentimento
che' tristi pianti omai fosser lasciati, e il voler d'Arcita a compimento fosse mandato: cioè che l'amata Emilia fosse a Palemon sposata.
Per che Teseo, chiamato Palemone, con molti di quei re accompagnato, non sappiendo esso però la cagione, di ner vestito e così tribolato
com'era, lui seguì in quella stagione; e esso con quanti era se n'è entrato dove con molte donne si sedea Emilia, la quale ancor piangea.
E quivi, poi ch'ogni uom tacitamente si fu posto a seder, Teseo stette per lungo spazio sanza dir niente; ma già vedendo di tututti erette
l'orecchie pure a lui umilemente, dentro tenendo le lagrime strette ch'agli occhi per pietà volean venire, così parlando incominciò a dire:
— Così come alcun che mai non visse non morì mai, così si pò vedere ch'alcun non visse mai che non morisse; e noi che ora viviam, quando piacere
sarà di quel che 'l mondo circunscrisse, perciò morremo: adunque sostenere il piacer dell'iddii lieti dobbiamo, poi ch'ad esso resister non possiamo.
Le quercie, ch'han sì lungo nutrimento e tanta vita quanta noi vedemo, hanno pure alcun tempo finimento; le dure pietre ancor, che noi calchemo,
per accidenti varii mancamento ancora avere, aperto le sapemo; e i fiumi perenni esser seccati veggiamo e altri nuovi esserne nati.
Degli uomini non cal di dir, ch'assai è manifesto a quel che la natura li tira e ha tirati sempre mai de' due termini a l'uno: o ad oscura
vecchiezza piena d'infiniti guai, e questa poi da morte più sicura è terminata; overo a morte, essendo giovani ancora e più lieti vivendo.
E certo io credo ch'allora migliore la morte sia quando di viver giova; il modo e dove l'uom che ha valore nol de' curar, ché dovunque el si trova,
fama li serba il suo debito onore; e 'l corpo che riman, nulla altra prova fa in un loco che in altro morto, né l'alma n'ha più pena e men diporto.
Del modo ancora dico il simigliante, ché, come che alcuno anneghi in mare, alcun si muoia in sul suo letto stante, alcun per lo suo sangue riversare
nelle battaglie, o in qual vuoi di quante maniere om pò morir, pur arrivare ad Acheronte a ciaschedun convene, muoia come si vuole o male o bene.
E però far della necessitate virtù, quando bisogna, è sapienza, e il contraro è chiara vanitate, e più in quel che n'ha esperienza
che 'n quel che mai non l'ha ancor provate; e certo questa mia vera sentenza può luogo aver tra noi, i qua' dolenti viviam di cose sempre contingenti;
anzi più tosto necessarie in tutto: cioè d'alcun la morte il cui valore fu tanto e tal, che grazioso frutto di fama s'ha lasciato dietro al fiore;
il che se ben pensassomo, al postutto lasciar dovremmo il misero dolore, e intender a vita valorosa che ci acquistasse fama gloriosa.
Vero è che il voler dentro serrare in cota' punti la tristizia e 'l pianto, appena par che si possa ben fare, onde conceder pur si dee alquanto;
ma dopo quel, si dee poscia ristare, ché il voler soprabondare in tanto può nuocere a chi 'l fa, e è follia, né si rià quel ch'uom però disia.
E certo s'el fu giammai lagrimato in Grecia nessuno uom valoroso, sì è debitamente Arcita stato da molti re e popol copioso;
e con onor magnifico onorato è stato ancora al suo rogo pomposo, e ben solvuto gli è ogni dovere che morto corpo dee potere avere.
E è ancor, sì come noi veggiamo, durato il pianto più giorni in Attene; e ciascheduno ancora abito gramo portato n'ha quale a ciò si convene,
e noi massimamente che qui siamo, da cui agli altri prender s'apartiene essemplo in ciascuno atto e seguitare massimamente nel bene operare.
Dunque da poi parimente ci more ciò che ci nasce, e sia pur che si voglia, e è fatto per noi il debito onore a colui per lo quale ora avem doglia,
estimo con ragion che sia il migliore se questo abito oscur da noi si spoglia, e lascisi il doler, ch'è feminile atto più tosto che non è virile.
Se io credessi che raver per pianti Arcita si potesse, io dicerei che dovessomo pianger tutti quanti, e caramente ve ne pregherei;
ma non varria: però da mo' in avanti ciascun festeggi, e 'l piangere e l'omei si lasci star, se piacer mi volete, ché 'n questo tanto pur far lo dovete.
E oltre a ciò, quel ch'esso ultimamente pregò, si pensi mettere ad effetto; però che Foroneo, che primamente ne donò leggi, disse che il detto
estremo di ciascun solennemente doveva con ragione esser perfetto; e el pregò ch'Emilia fosse data a Palemon, che l'avea tanto amata.
Però diposte queste nere veste e il pianto lasciato e il dolore, comincerén le liete e chiare feste; e prima che si parta alcun signore,
de' due già detti nozze manifeste celebrerem con debito splendore. Disponetevi adunque, io ve ne priego, a quel ch'io vo' facciate sanza niego. -
Poscia che Teseo tacque, confermate fur le parole sue per molti allora e con più detti ancor fortificate; ma Palemon pur tacito dimora,
e fortemente gli sarebber grate se publica vergogna, che l'acora, non contra stesse; e dopo molto stare disse così, veggendosi aspettare:
— Caro signor, da me più degnamente che la mia vita amato, manifesto conosco vero il vostro dir presente, e possibile ancor con tutto questo
(ben che sia assai rado contingente) poter dal cor cacciar caso molesto con allegrezza; e però questo fia quando a Dio piacerà, che n'ha balia.
Ma in quanto voi dite che ad effetto volete vada quel che fu lasciato da Arcita nel suo ultimo detto, così vi dico: che se postergato
fosse il dover da me e il diletto preposto, già ve n'averei pregato, però ch'al mondo non fu cosa mai che io amassi cotanto ad assai.
Ma questo cessi Iddio, che, se m'è tolta felicità, che in me almen ragione più che 'l voler non possa alcuna volta; e ben che in me tra lor sia gran quistione,
che 'l dover vinca ho isperanza molta; il che s'avien, per lieta possessione il guarderò, mentre l'iddii vorranno, e sosterrò leggiere ogn'altro danno.
Io son di tante infamie solo erede de' miei primi rimaso, che s'io posso, questa, che assai grande si vede, io non mi vo' con l'altre porre adosso;
la donna è bella, e credo ch'el si crede che di qui infin nel reame molosso simile a lei non sia; ben troverete a cui, vie me' che a me, dar la potrete.
E sì come l'iddii testimonianza, che sol degli uomin conoscono i cuori, render porien sanza alcuna fallanza, e' non fur mai tra due ferventi amori,
o per istretto sangue o per usanza, ched e' non fosser per certo minori che quel che io ho portato ad Arcita, poscia ch'io nacqui in questa trista vita.
E se alcun forse opporre volesse a questa verità, ver me dicendo se fosse ver ch'io amato l'avesse non l'avrei incitato combattendo,
risponderei che quella mi movesse a tal follia, ch'è sempre ita accendendo de' nostri primi i cuori, ond'io saraggio sempre mai tristo ch'io ci viveraggio.
Per che se io Emilia pigliassi, altro non fora che questo negare; né per segno maggior, ch'io disiassi la morte sua potrei altrui mostrare;
la qual quanto mi doglia, credo sassi per tutti voi. Non voglio adunque fare cosa che il contrario se ne vegga, né di ciò priego ch'alcun mi richegga.
Se Arcita morendo questo disse, volle ver me usar sua cortesia; né perciò legge a me in ciò prescrisse che, s'io non la volessi, fosse mia;
ben mi cred'io che s'io vi consentisse, per cortesia renderei villania, e però intendo che mentre ad altrui che a me non si dà, sia pur di lui. -
E questo detto, gli occhi lagrimosi bassò in terra; al qual disse Teseo: — I tristi pianti e' sospiri angosciosi già molto sconfortati da Egeo,
tutti ci fanno certi de' pietosi affetti li qua' tu verso Penteo portasti; né potresti, per dolerti mentre vivessi, noi farne più certi.
Né fia, faccendo ciò che dicevamo, infamia alcuna, né lieto mostrarsi de l'altrui morte, poi che noi vogliamo; né sarà da ragion questo allungarsi,
però che 'l simil tutto dì veggiamo dell'un fratel la sposa a l'altro darsi, se morte quel previen; né ch'el contento del morto sia, è però argomento.
Qui si può dir che tutta Grecia sia nelli suoi regi, davanti alli quali tal matrimonio per mia voglia fia mandato a compimento; essi son tali,
che se ciò si dicesse villania di te in alcun luogo o altri mali, sì come consapevoli, saranno per te per tutto, e sì ti scuseranno.
Pon dunque giù lo stolto imaginare e segui il mio voler, che so ti piace; e vogli innanzi, mentre vivi, stare in lieta vita e in contenta pace,
che te con tristo pianto consumare, il quale innanzi tempo l'uom disface; così mi piace e voglio che a te piaccia, né parola di ciò incontro si faccia. -
A questo fu da molti Palemone, il qual taceva, molto confortato, ora uno ora altro usando suo sermone chente usar suolsi a così fatto piato,
assegnando una e ora altra ragione che da lui non doveva esser negato; laonde Palemone, il viso alzando al ciel, s'udì in tal guisa parlando:
— O Giove pio, che con ragion governi la terra e 'l cielo e doni parimente a ciascheduna cosa ordini etterni, volgi gli occhi ver me e sii presente
e con giustizia il mio voler discerni, il quale ora si fa consenziente a quel del mio signor: nel che s'io sono peccator, priego che mi dei perdono.
E tu, sacra Diana e Citerea, delli cui cori il numero minore far mi convien, ben che io non volea, e quindi appresso dell'altra maggiore,
siate presenti, e ciascun'altra dea che ha ne' matrimonii valore; e testimonio etterno renderete di ciò ch'io ho nel cuor, ché 'l conoscete.
E tu, o ombra pietosa d'Arcita, dovunque se', perdona s'io offendo, né odio por per ciò alla mia vita se la cosa la qual tu già morendo
dicesti che volevi, fia compita per me, del gran Teseo ancor seguendo più il piacer che 'l mio contentamento: che or foss'io in una ora teco spento!
E voi, o alti regi, i qua' presenti sete colà ov'io debbo seguire ora del mio signore i mandamenti, testimon siate: più per ubidire
che per seguire i miei disii ferventi, fo quel ch'io fo, e disposto a servire te, o Teseo: comanda, ch'io son presto a ogni cosa fare e anche questo. -
Allor Teseo ad Emilia voltato, la quale intra le donne sospirava dolente molto, col capo chinato, e le parole tututte ascoltava
con animo da nulla ancor piegato, tanto più duol che altro l'ansiava, a cui el disse: — Emilia, hai tu udito? Quel che io vo' farai che sia fornito. -
A questa voce tutta lagrimosa levò Emilia la testa, dicendo: — Caro signore, el non è nulla cosa che io non faccia, te voler sentendo;
ma per l'amor che tu alla pietosa ombra d'Arcita porti, ancor sedendo m'ascolta un poco, e poi, se tu vorrai, io farò ciò che comandato m'hai.
Sì come tu hai potuto udir dire, tutte le donne scitiche botate furo a Diana, allor che in disire ebber primieramente libertate;
e tu sai ben quel ch'è contravenire o non servare alla sua deitate le cose a lei promesse, che vendetta subita fa, qual sa quei che l'aspetta.
E io di quelle fui; contra la quale, perciò che 'l boto non volea servare, ha ella usato il già veduto male, prima contra d'Acate a cui donare
tu mi dovevi, e l'altro, a quello equale, contra d'Arcita, come ancora pare a l'abito di noi, che or ne siamo di ner vestiti e ancor ne piagniamo.
Se tuo nemico fosse Palemone come fu già, volentier lo farei; ma, non vedendo agual nulla cagione per che odiar lo debbi, crederei
che fosse il me', sanza più provazione fare oramai del poter dell'iddei, che mi lasciassi a Diana servire e ne' suoi templi vivere e morire. -
A cui Teseo: — Questo dire è niente; ché se Diana ne fosse turbata, sopra di te verria l'ira dolente, non sopra quelli alli quai se' donata;
e perciò fa che lieta immantanente di cuor ti vegga e d'abito tornata; la forma tua non è atta a Diana servir ne' templi né 'n selva montana. -
Detto così, con gli altri gran baroni della camera usciro e ritornaro, come li piacque, alle proprie magioni; e 'l dì vegnente tututti cangiaro
abito, vestimento e condizioni, e quel che ciascuno era dimostraro; e Palemone il simigliante feo: e così ritornarono a Teseo.
Teseo similemente avea cambiato con tutti i suoi i vestir dolorosi, e in sembiante lieto era tornato, festa faccendo; e già suoni amorosi
e canti e allegrezza in ogni lato d'Attene si sentia, tutti gioiosi del lor signor ch'avea mutata vesta per la futura magnifica festa.
E Ipolita il simil fatto avea e l'altre donne e anche Emilia bella a cui a forza ancora ciò piacea, ma non poteva più, e però ella
faceva quel ch'allor Teseo volea; ma dopo pochi dì la damigella nello stato primaio fu ritornata, tanto fu dalle donne confortata.
Diliberò Teseo con li suoi quando le sposalizie si dovesson fare, e per Attene mandò comandando che ciascun s'apprestasse a festeggiare.
Indi venendo il giorno appressimando, ciascun si cominciò ad apprestare, secondo il suo stato, a fare onore alla giovane Emilia di buon core.
E già Arcita era uscito di mente a ciaschedun, né più si ricordava; ognuno a festa intendea solamente e delle nozze lo giorno aspettava.
Il qual venuto bello e rilucente ad allegrezza ciascun confortava; per che Teseo fece il tempio aprire di Venere per quivi voler gire.
E in quel simigliantemente feo li sacerdoti andar, li qua' portaro la imagine bella d'Imeneo; e el con un vestir nobile e caro,
di dietro seguitando il vecchio Egeo con tutti gli altri re a quel n'andaro; e Palemon con loro, allegro tanto che mai non si potrebbe mostrar quanto.
Chi poria mai con soluto parlare l'oro e le pietre e li cari ornamenti, che' greci re aveano, dimostrare? Egli eran tanti e sì belli e lucenti,
che il volerlo al presente narrare nol crederebbono il più delle genti; i quali al tempio giunti di gioia pieno, aspettaron le donne che venieno.
Ipolita da molte accompagnata quella mattina con solenne cura aveano Emilia nobilmente ornata, avvegnadio che sì di sua natura
d'ogni bellezza fosse effigiata, che poco agiugner vi potea cultura; e 'n cotal guisa del palagio usciro, e lente inver lo tempio se ne giro.
O sante donne, le quali Anfione ataste a chiuder Tebe, or fa mestiere che da voi sia atato il mio sermone, acciò ch'io possa dimostrar le vere
bellezze che mostrò 'n quella stagione Emilia a cui le piacque di vedere: voi le vedeste, e so che le sapete; adunque qui la mia penna reggete.
Era la giovinetta di persona grande e ischietta convenevolmente, e, se il ver l'antichità ragiona, ella era candidissima e piacente;
e i suoi crin sotto ad una corona lunghi e assai, e d'oro veramente si sarian detti, e 'l suo aspetto umile, e il suo moto onesto e signorile.
Dico che i suoi crini parean d'oro, non con treccia ristretti, ma soluti, e pettinati sì, che infra loro non n'era un torto, e cadean sostenuti
sopra li candidi omeri, né foro prima né poi sì be' giammai veduti; né altro sopra quelli ella portava ch'una corona ch'assai si stimava.
La fronte sua era ampia e spaziosa, e bianca e piana e molto dilicata, sotto la quale in volta tortuosa, quasi di mezzo cerchio terminata,
eran due ciglia, più che altra cosa nerissime e sottil, tra le qua' lata bianchezza si vedea, lor dividendo, né 'l debito passavan, sé stendendo.
Di sotto a queste eran gli occhi lucenti e più che stella scintillanti assai; egli eran gravi e lunghi e ben sedenti, e brun quant'altri che ne fosser mai;
e oltre a questo egli eran sì potenti d'ascosa forza, che alcun giammai non gli mirò né fu da lor mirato, ch'amore in sé non sentisse svegliato.
Io ritraggo di lor poveramente, dico a rispetto della lor bellezza, e lasciogli a chiunque d'amor sente che immaginando vegga lor chiarezza;
ma sotto ad essi non troppo eminente né poco ancora e di bella lunghezza il naso si vedea affilatetto qual si voleva a l'angelico aspetto.
Le guance sue non eran tumorose né magre fuor di debita misura, anzi eran dilicate e graziose, bianche e vermiglie, non d'altra mistura
che intra' gigli le vermiglie rose; e questa non dipinta, ma natura gliel'avea data, il cui color mostrava perciò che 'n ciò più non le bisognava.
Ella aveva la bocca piccioletta, tutta ridente e bella da basciare, e era più che grana vermiglietta con le labbra sottili, e nel parlare
a chi l'udia parea una angioletta; e' denti suoi si potean somigliare a bianche perle, spessi e ordinati e piccolini, ben proporzionati.
E oltre a questo, il mento piccolino e tondo quale al viso si chiedea; nel mezzo ad esso aveva un forellino che più vezzosa assai ne la facea;
e era vermiglietto un pocolino, di che assai più bella ne parea; quinci la gola candida e cerchiata non di soperchio e bella e dilicata.
Pieno era il collo e lungo e ben sedente sovra gli omeri candidi e ritondi, non sottil troppo e piano e ben possente a sostenere gli abbracciar giocondi;
e 'l petto poi un pochetto eminente de' pomi vaghi per mostranza tondi, che per durezza avean combattimento, sempre pontando in fuor, col vestimento.
Eran le braccia sue grosse e distese, lunghe le mani, e le dita sottili, articulate bene a tutte prese, ancor d'anella vote, signorili;
e, brievemente, in tutto quel paese altra non fu che cotanto gentili l'avesse come lei, ch'era in cintura sotile e schietta con degna misura.
Nell'anche grossa e tutta ben formata, e il piè piccolin; qual poi si fosse la parte agli occhi del corpo celata, colui sel seppe poi cui ella cosse
avanti con amor lunga fiata; imagino io ch'a dirlo le mie posse non basterieno avendol'io veduta: tal d'ogni ben doveva esser compiuta!
Né era ancor, dopo 'l suo nascimento, tre volte cinque Appollo ritornato nel loco donde allor fé partimento, ben che da molti forse giudicato
ne saria altro, prendendo argomento dalla sua forma che oltre l'usato in piccol tempo era cresciuta assai, forse più ch'altra ne crescesse mai.
Quando costei apparve primamente ornata, come noi creder dovemo che ella fosse allora, riccamente, d'un drappo verde di valor suppremo
vestita, ciaschedun generalmente ch'allor la vide, dal primo al postremo, Venere la credette, né saziare si potea nullo di lei rimirare.
I teatri, le vie, piazze e balconi, per li quali essa andando gir dovea al tempio là dov'erano i baroni, tutt'eran piene; e ogn'uom vi correa,
femine e maschi e vecchi con garzoni per veder questa mirabile dea; la qual ciascuno oltre ogn'altra lodava, e per lo ben di lei Giove pregava.
Ma dopo certo spazio pervenuta al gran tempio di Vener, con onore magnifico da' re fu ricevuta, i quai la sua bellezza e il valore
lodaron più che d'altra mai veduta; e Menelao, veggendola in quelle ore, la reputò sì di bellezza piena, che la prepose con seco ad Elena.
Quivi non fu alcuno indugio dato; ma fatto cerchio intorno dell'altare ch'era di fiori e di frondi adornato, fecero a' preti lì sacrificare;
e con voci pietose fu chiamato l'aiuto d'Imeneo, sì come fare era usato in Attene a la stagione, e dopo quel l'altissima Giunone.
E poi in presenza di quella santa ara il teban Palemon gioiosamente prese e giurò per sua sposa cara Emilia bella, a tutti i re presente;
e essa, come donna non già gnara, simil promessa fece immantanente; poi la basciò sì come si convenne e ella vergognosa sel sostenne.
Questo fornito, al palagio tornaro con somma festa dinanzi e dintorno; li greci re Emilia intorniaro, non sanz'ordine debito e adorno,
come si convenia, con passo raro; e l'ora quinta già venia del giorno, quando, venuti nel palagio, messe trovar le mense, e assisersi ad esse.
E quai fossero a quelle i servidori e quanti ancora, saria lungo a dire, che furon pur de' giovani maggiori, né si porian per numero finire;
e' ricchi arnesi non furon minori che l'altre cose, magnifiche e mire; delle vivande mi taccio infinite, che vi fur, dilicate e ben compite.
Quivi fur sonatori e istrumenti di varie condizioni, e tai ch'Orfeo, per lo giudicio di molti esistenti, con lor perduto avrebbe, e 'l gran Museo
con tutti i suoi non usati argomenti, e Lino ancora, e Anfion tebeo; e canti tai che sarebbero stati belli a Caliopè, e ben notati.
Di mille modi e di piedi e di mani vi si poté il dì veder ballare gli Atteniesi e ancora li strani, giovani e donne, chi me' sapea fare;
e mescolati gentili e villani, ciaschedun si vedeva festeggiare; e 'n cotal guisa spendevano il giorno, per la città, in qua e 'n là, attorno.
Li greci re con li lor cavalieri fer nuovi giuochi assai, e cavalcando sopra coverti e adorni destrieri, e con ischiere varie armeggiando,
per le gran piazze e ancor pe' sentieri, la lor letizia a tutti dimostrando, poi ritornando al palagio gioioso quando eran disiosi di riposo.
Il giorno, troppo lungo giudicato da Palemon, sen giva inver la sera; e essendo già il ciel tutto stellato, in una ricca camera, quale era
quella dove fu il letto apparecchiato qual possiam creder a così altiera isponsalizia, invocata Iunone, Emilia se n'entrò con Palemone.
Qual quella notte fosse all'amadore qui non si dice; quelli il può sapere, che già trafitto da soverchio amore alcuna volta fu, se mai piacere
ne ricevette dopo lungo ardore. Credom'io ben che estimando vedere il possa quei che nol provò giammai, che lieta fu più ch'altra lieta assai.
Vero è che per l'offerte che andaro poi la mattina a' templi, s'argomenta che Venere, anzi che 'l dì fosse chiaro, sette volte raccesa e tante spenta
fosse nel fonte amoroso, ove raro buon pescator con util si diventa: el si levò, venuta la mattina, più bello e fresco che rosa di spina.
E poi si fece Panfilo chiamare, e, sì com'esso già promesso avea, così li fé eccelsi don portare al tempio della bella Citerea,
e con gran lode la fece onorare, lei ringraziando per cui el tenea la bella Emilia, da lui molto amata e così lungo tempo disiata.
Quindi sen venne con allegro aspetto nella gran sala riccamente ornata, dove con gioia somma e con diletto era la festa già ricominciata;
e li re greci li vennero impetto, con lieti motti della trapassata notte qual fosse suta domandando, molto di ciò insieme sollazzando.
Durò la festa degli alti baroni più giorni poi continuatamente; dove si dieder grandissimi doni a ciascheduna maniera di gente;
ricchi vi fur ministrieri e buffoni, e qualunque altro prese parimente; ma dopo il dì quindecimo si pose fine alle feste liete e graziose.
Già due fiate era stata cornuta la sorella di Febo, e tante piena similemente era suta veduta, poi che la nobil baronia in Attena
delle contrade sue era venuta; onde parve a ciascun, poi che la amena festa era fatta, di tornare omai ne suoi paesi, quivi stati assai.
Onde ciaschedun re prese commiato dal vecchio Egeo e ancor da Teseo, e dalle donne ancor l'hanno pigliato, e poi da Palemone; il qual rendeo
a tutti grazie, e sé disse obligato a ciaschedun, per sé e per Penteo, in tutto ciò ch'egli operar potesse, mentre che esso nel mondo vivesse.
Partirsi adunque i re, e ciascun prese quanto poté il cammin suo più corto, per tosto ritornare in suo paese; e Palemone in gioia e in diporto
con la sua donna nobile e cortese lì si rimase e con sommo conforto, quel possedendo che più li piacea e a cui el tutto 'l suo ben volea.
Poi che le Muse nude cominciaro nel cospetto degli uomini ad andare, già fur di quelli i quai l'esercitaro con bello stilo in onesto parlare,
e altri in amoroso l'operaro; ma tu, o libro, primo a lor cantare di Marte fai gli affanni sostenuti, nel volgar lazio più mai non veduti.
E perciò che tu primo col tuo legno seghi queste onde, non solcate mai davanti a te da nessuno altro ingegno, ben che infimo sii, pure starai
forse tra gli altri d'alcuno onor degno; intra li qual se vieni, onorerai come maggior ciaschedun tuo passato, materia dando a cui dietro hai lasciato.
E però che i porti disiati in sì lungo peleggio già tegnamo, da varii venti in essi trasportati, le vaghe nostre vele qui caliamo,
e le ghirlande e i don meritati, con l'ancore fermati, qui spettiamo, lodando l'Orsa che con la sua luce qui n'ha condotti, a noi essendo duce.
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