Il gran nido di Leda ogni bellezza in molte luci di sé dimostrava e già propinqua a sua maggior cortezza tacitamente la notte n'andava,
forse due ore vicina all'altezza dov'ella il suo mezzo cerchio toccava, quando da corte i Greci si partiro e alli proprii loro ostier reddiro.
E acciò che per lor non si impedisse la lieta festa della nuova sposa, anzi che più della notte sen gisse, presa con loro ciascheduna cosa
degna da pirra far, ciaschedun disse a' suoi: — Mentre la gente si riposa, piani al teatro grande ve n'andate e quivi con silenzio ci aspettate.
E' morti corpi delli nostri amici tutti con diligenzia troverete, e acciò che non sien forse mendici d'onor di sepultura, laverete
lor tutti quanti, e' roghi fate lici, ne' quai con degno onor li metterete, poi venuti sarem; ma chetamente si vuol far ciò, che nol senta la gente. -
Mossersi allor con l'urne i servidori e 'nverso del gran teatro n'andaro; e, come avean comandato i signori, li morti corpi tutti ritrovaro,
e quei con odoriferi liquori e con lagrime molte ancor lavaro; poi fatte pire per sé a ciascuno, sovra catune d'esse poserne uno.
Vennervi i regi, e la tuba dolente con tristo suono fu apparecchiata, e 'ntorniarle tutte con lor gente; e poi ch'egli ebber ciascuna onorata
d'arme e di ghirlande e di lucente porpora, fu la tromba comandata a sonare; e dier voce i tristi guai de' dolenti, che quivi erano assai.
Allora i re, addimorati un poco, dentro alle pire fatte con dolore ciascuno al morto suo accese foco, e poi a Giove Stigio di core
fer sacrificio, acciò che 'n pio loco ponesse que' che per lo lor valore erano il giorno morti combattendo, l'anime lor per altrui offerendo.
I grassi fuochi e grandi e bene ardenti consumar tosto i corpi lor donati; li qua' con vino dalle greche genti pietosamente fur mortificati;
e ricolte le ceneri candenti ne' vasi furon messe, apparecchiati con pia mano e con dolente verso, durante ancora assai del tempo perso.
E quanto Niobè in Sifilone, allor che' figli di Latona fero vendetta della sua alta orazione, ne portò urne, e quivi in sasso vero
si trasmutò, cotante è oppinione di quivi al tempio del gran Marte altiero segnate gisser del nome di quelli la cenere de' quai messa era in elli.
Poi ricercarono i lasciati ostieri sì come bisognosi di riposo, e a dormire i regi e' cavalieri e qualunque altro, el tempo tenebroso,
tutti quanti ne giron volontieri, infino al novo giorno luminoso; quindi levati a corte ritornaro, dove Teseo levato già trovaro.
Tutti li Greci i qual avean difetto eran con somma cura medicati, e lor donato sollazzo e diletto, e ne' bisogni lor bene adagiati;
tal che di morte e d'ogni altro sospetto forono in pochi giorni liberati, e come prima si rifecer sani così i cittadin come gli strani.
Ma solo Arcita non potea guarire, tanto era dentro rotto pel cadere. Fevvi Teseo il grande Itmon venire d'Epidauria ad Arcita vedere;
il qual si mise segreto a sentire del mal ch'Arcita in sé potesse avere, e sanza fallo se n'avide tosto come Arcita dentro era disposto.
Per che a Teseo rispose di presente in cotal guisa: — Nobile signore, il vostro Arcita è morto veramente, né luogo ci ha di medico valore;
Giove potrebbe in vita solamente servarlo, se volesse, ch'è maggiore che la natura e puote adoperare assai più che natura non può fare.
Ma lasciando i miracoli in lor loco, dico che Esculapio non varrebbe per sanità di lui molto né poco; né 'l chiaro Appollo, ancora che tutta ebbe
l'arte con seco e seppe il ghiaccio e 'l foco e l'umido e 'l calor e che potrebbe ciascuna erba o radice; però ch'esso per lungo e per traverso è dentro fesso.
Dunque fatica per sua guarigione saria perduta, per quel ch'io ne senta. Fateli festa e consolazione, sì che ne vada l'anima contenta,
il più si può, all'etterna prigione dove ogni luce Dite tiene spenta, e dove noi di dietro a lui andremo, quando di qua più viver non potremo. -
Molto cotal parlar dolfe a Teseo, però ch'Arcita sommamente amava; e a chi ciò udiva il simil feo, però ch'ognuno alte cose sperava
della sua vita, se 'l superno Deo vivo nelle parti attiche il lasciava; né sapevan di ciò nulla che farsi, se non ciascun di Giove lamentarsi.
Adunque, ciascun giorno piggiorando, il buono Arcita in sé si fu accorto che 'l suo valor del tutto gia mancando, e che sanza alcun fallo egli era morto;
né di ciò trarre il potea ragionando alcun giammai o dandoli conforto; per che volle di sé ciò che potesse disporre, sol ch'al buon Teseo piacesse.
E fello a sé sanza indugio chiamare e cominciò con lagrime ver lui pietosamente così a parlare: — O nobile signor caro e a cui,
mille volte morendo, meritare l'onor del qual giammai degno non fui non potre' mai, io mi veggo venire al passo il qual nessuno uom può fuggire.
Al qual s'io vengo, che vi son, contento ne vado mal, pensando che l'amore il qual m'ha dato già tanto tormento per la giovane donna, che nel core
ancora come mai per donna sento, lascio infinito, e te, caro signore, cui io appresso lei più disiava servir che Giove, e più mi dilettava.
Ma più non posso, e far lo mi convene; per ch'io ti priego per ultimo dono, se lungamente Iddio ti guardi Attene, che, poi del mondo dipartito sono
e sarò gito a riguardar le pene de' miseri che priegan per perdono, quel ch'io dirò tu facci sia fornito, se tu da Marte sempre sii udito.
Signor, tu sai che, poi che di Creonte il giusto Marte ti diede vittoria, io, che con lui t'era uscito a fronte, per prigion preso, fui della tua gloria
picciola parte, e certo non isponte, e Palemone ancor, come in memoria esser ti dee; li qua' festi guardare, forse temendo del nostro operare.
Ma poi che quindi fummo liberati, per tua bontà e per tua cortesia li nostri ben, donde eravàn privati, ci fur renduti, e ogni baronia,
come ti piacque, avemmo, e onorati fummo quale eravam giammai in pria; de' quali a Palemon tutta mia sorte ti priego doni appresso la mia morte.
Similemente ancor t'è manifesto quanto amor m'abbia per Emilia stretto, il quale al tuo servigio sol per questo ad esser venni, né ciò che sospetto
mi doveva esser mi fu mai molesto, anzi con fe' serviva e con diletto; né credo mai ti trovassi ingannato di cosa che di me ti sii fidato.
El m'insegnò a divenire umile, esso mi fé ancor sanza paura, esso mi fé grazioso e gentile, esso la fede mia fé santa e pura,
esso mostrò a me che mai a vile io non avessi nulla creatura, esso mi fé cortese e ubidente, esso mi fé valoroso e servente.
Tanto mi diede ancor di pronto ardire, che sotto nome stran nelle tue mani mi misi, a rischio di dover morire; e certo a ciò non mi furon villani
l'iddii, anzi facevan ben seguire i miei pensieri interi e tutti sani; né mi vergogno che in tuo onore io ti sia stato lungo servidore.
Febo si fece servidor d'Ameto, mosso da quella medesma cagione che io mi mossi, e sì dolce e quieto servì, ch'egli ebbe la sua intenzione;
e certo io il seguiva mansueto, se el non fosse stato Palemone; né dubito che ciò ch'io disiava m'avessi dato, s'io mi palesava.
Or così va: e' non si può tornare ciò che è stato; ond'io sono a tal punto qual tu mi vedi, e sentomi scemare ognor la vita, e già quasi consunto
del tutto son, né mi posso aiutare; a tal partito m'ha ora Amor giunto, a cui i' ho servito il tempo mio con pura fede e con sommo disio.
Né 'l merito di ciò ch'io attendea goder non posso, ben che mi sia dato: veggio, di me, che ciascun fato avea che così fosse in sé diliberato
e che del mio servir voglion ch'io stea contento che per merito onorato istato sia della data vittoria, che a' futuri fia sempre in memoria.
E io perciò che più non posso avante, voglio aver questo per buon guiderdone; e que' che fu così com'io amante e la sua vita ha messa in condizione
di morte e di periglio simigliante a me, io dico del buon Palemone, per merito del suo amar riceva la donna ch'io per mia aver doveva.
Io te ne priego per quella salute che tu a lui e a me parimente donasti già, e per la tua virtute nota agl'iddii e all'umana gente,
e per l'opere tue che conosciute sono e saranno al mondo etternalmente, e per la fede che io ti portai mentre nel tuo servigio dimorai.
Questa mi fia tra l'ombre gran letizia, che Palemon, cui io molto amo, sia tratto per me d'amorosa tristizia, possedendo elli ciò che più disia;
pensando ancora ch'elli abbia divizia di ciò ch'elli ama, per tua cortesia: almeno Emilia, mentre fia in vita, vedendo lui avrà a mente Arcita. -
E questo detto, forte sospirando, tacque con gli occhi alla terra bassati, tacito seco stesso lagrimando; né quelli ardiva di tener levati:
onde Teseo un poco attese, e quando vide che' suoi parlari eran posati, quasi piangendo, assai di lui pietoso, disse così con viso doloroso:
— Tolgan l'iddii, Arcita, amico caro, che Lachesìs il fil poco tirato ancora tronchi, e cessin questo amaro dolor da me, se io l'ho meritato,
che non si dia a tua vita riparo; e già in ciò Alimeto ha pensato insieme con Itmon, e sì faranno che vivo e sano a noi ti renderanno.
Ma pur se dell'iddii fosse piacere di torti a me che più che luce t'amo, a forza ciò ne converria volere, però che isforzarli non possiamo.
Ciò che m'hai detto, puoi certo sapere che, poi ti piace, sì come te il bramo, e sanza fallo tutto fia fornito, se tu venissi a sì fatto partito.
Ma tu, come sì forte ti sgomenti pensando che così notabil cosa, come è Emilia, che faria contenti qualunque iddii di sé, tanto amorosa
si fa vedere, e' suoi occhi lucenti pur te disian con vista lagrimosa, e essa è tua? Deh! prendi conforto, ch'ancor verrai a grazioso porto.
Ben ci ha da render alto guiderdone delle fatiche da lui ricevute: io dico al tuo amico Palemone, del quale a me domandi la salute.
Sol che tu sani, i' ho oppinione di porvi in parte, per vostra virtute, dove di voi tra voi ancor sarete contenti, sì che lieti viverete. -
Arcita nulla a questo rispondeva, sì lo stringeva l'angoscia d'amore; e il suo stato assai ben conosceva, posto che i conforti del signore
divoto udisse quanto più poteva; e già l'ambascia s'appressava al core della misera morte, onde si volse in altra parte e a Teseo si tolse.
E poi che fu alquanto dimorato sanza mostrare o dire alcuna cosa, come era prima si fu rivoltato, e 'n voce rotta assai e angosciosa
priega che Palemon li sia chiamato anzi che lasci esta vita noiosa; il qual lì venne, sanza dimorare, con altri molti per lui visitare.
Il qual poi vide innanzi a sé venuto, e rimirato l'ebbe lungamente con luci acute, quasi conosciuto pria non l'avesse, con voce dolente
disse: — O Palemone, egli è voluto nel ciel che più qui non istea niente; però innanzi il mio tristo partire, veder ti volli, toccare e udire.
Tanto n'ha sempre avversata Giunone, che del seme di Cadmo solo Arcita n'è conosciuto e tu, o Palemone: or mi conviene angosciosa partita
da te, parente, amico e compagnone, far, poi le piace, che alla mia vita stata è invidiosa allor ch'ella poteva più contentarla, se ella voleva.
In quella entrata ch'io doveva fare ad esser delli suoi raccomandati, fa ella il mondo lieto a me lasciare per congiugnermi a' nostri primi andati.
Or m'avesse ella pur lasciato entrare per tre giornate ne' suoi disiati luoghi! E appresso in pace avria sofferto ch'ella m'avesse morto o vuo' diserto.
Non l'è piaciuto, e io non posso avanti; dunque tu sol, che a me se' rimaso del sangue altiero degli avoli tanti, quando verrà il doloroso caso
ch'io lascerò la vita e' tristi pianti, gli occhi e la bocca e l'anelante naso priegoti che mi chiuda, e facci ch'io tosto trapassi d'Acheronte il rio.
E perché tu, sì come io, amato hai lungamente Emilia graziosa, io ho Teseo a mio poter pregato che la ti doni per etterna sposa:
priegoti che da te non sia negato perché tu sappi che di me pietosa ella sia stata e a me porti amore, ch'ell'ha suo dover fatto e suo onore.
E giuroti, per quel mondo dolente al quale io vado sanza ritornata, che, a dire il ver, giammai al mio vivente di lei niuna cosa t'ho levata,
se non forse alcun bascio solamente, sì che tale è qual tu te l'hai amata; ond'io ti priego, per tua cortesia, che tu la prenda e che cara ti sia.
E lei con quello amor che tu solevi portarle più che ad altra creatura, s'egli era ver ciò che tu mi dicevi, onora e guarda; e sì d'operar cura,
che 'l tuo valore usato si rilevi a ricrear la nostra fama oscura per lo dolente seme, ch'è ispento s'a rilevarlo non dai argomento.
Certo quest'è manifesta cagione che ciaschedun dell'operato affanno ricever deggia degno guiderdone; dunque sarà per merito del danno
c'hai già avuto e desolazione, come io so e ancor molti sanno, ricever lei, che credo più che 'l regno di Giove l'avrai cara, e senne degno.
E s'ella forse per la morte mia pietosa desse alcuna lagrimetta, sì la raccheta che contenta sia, perciò che la sua vista leggiadretta
fatta ha l'anima mia di lei sì pia, che 'l riso suo più me che lei diletta, e così il pianto suo più me attrista, ond'io mi cambio come la sua vista.
In questa guisa, se l'anima sente poi la morte del corpo alcuna cosa di queste qua, tra la turba dolente andrà con più ardire e men dogliosa. -
E questo detto, più oltre niente allora disse; donde con pietosa sembianza e voce appresso Palemone incominciò così fatto sermone:
— O luce etterna, o reverendo onore del nostro sangue, poderoso Arcita, sed e' non è in te spento il valore usato, aiuta la tua cara vita
con conforto sperando, ché 'l signore del ciel soccorre a chi se stesso aita; né far ragion che 'n giovinetta etate Antropòs ora pigli podestate.
Cessin gl'iddii che io ultimo sia di tanto sangue, se tu te ne vai, né che Emilia mai diventi mia: tu l'acquistasti e tu per tua l'avrai;
né l'uficio che chiedi fatto fia con la mia man, per mia voglia, giammai; ma la tua prole e tu gli chiuderete a me, e sopra me vivi sarete.
Confortati: per que' celesti regni che t'ha il tuo valore apparecchiati allor che' membri tuoi saranno degni per età lunga d'esser transmutati
in cenere, io ti priego ti sostegni, sì che tu usi i ben già guadagnati; e me tapino per lo mondo andare lascia, che' fati me voglion provare. -
Arcita disse: — E' fia com'io t'ho detto; il che s'avien, ti priego quant'io posso che 'l mio disio in ciò mandi ad effetto, e questo sia, ogn'altro affar rimosso.
Così disio, così mi fia diletto, così d'ogni gravezza sarò scosso. - E quinci tacquero amendun piangendo, e chi vi stava ancor pianger faccendo.
A cotal pianto Ipolita piacente vi sopravenne, e Emilia con lei; e quando vider sì pietosamente pianger gli Achivi e li duci dircei,
d'Arcita dubitarono, e dolente ciascuna domandò i re lernei che era ciò, che' due Teban piangeno e tutti loro ancor pianger faceno.
E' fu lor detto; onde ognuna di loro più ad Arcita si fecero appresso, e cominciaron sanz'alcun dimoro a ragionar di più cose con esso
e a darli conforto con costoro insieme ch'eran lì venuti ad esso e elli alquanto prese d'allegrezza poi che d'Emilia vide la bellezza.
Ma poi ch'Arcita l'ebbe rimirata con occhio attento, sì come potea, e ebbe bene in sé considerata la gran bellezza che la donna avea,
cominciò con sembianza transmutata a parlare in tal guisa qual potea, premessi avanti dolenti sospiri, caldo ciascun d'amorosi disiri:
— Piangemi Amor nel doloroso core, là onde morte a forza il vuol cacciare; né vi può star, né uscir ne pò fore, sì ch'io il sento in me ramaricare
con pianti e con parole di dolore accese più ch'i' non poria narrare, in forma che di sé mi fa pietoso, e di me, lasso!, oltre il dover doglioso.
Gli spiriti visivi assai sovente mostrano a lui l'angelica figura per la qual esso nel core è possente, dicendo: «Deh! fie tal nostra sciagura,
che ci convenga teco insiememente abandonar sì nobil creatura?». Esso risponde loro e sì gli abraccia, dicendo: «Sì, ché morte me ne caccia:
io me ne vo con l'anima smarrita, la quale io presi col piacer di quella che da voi è nel mondo più gradita». Dunque nelle sue man ricevami ella,
quand'io farò la dogliosa partita della presente vita tapinella. - E questo detto, forte lagrimando, gli occhi bassò, in terra riguardando.
Queste parole gli angelici aspetti di quelle donne conturbavan molto e con dolore offendevano i petti dilicati in maniera che nel volto
si parea loro; e ben sentieno i detti quali erano e che fosse in lor raccolto; e ben l'occulta morte conosceno nel viso a lui, che già veniva meno.
Per che Emilia disse: — O signor mio, poscia che tu del viver ti disperi, deh, dimmi, o lassa!, e come farò io? Io ne verre' con teco volentieri,
e già ciò appetisce il mio disio, perch'io non so che fuor di te mi speri. Tu eri solo il mio bene e la gioia, sanza di te non spero altro che noia. -
A cui Arcita disse: — Bella amica, prendi conforto, e del mio trapassare non prender nel tuo animo fatica; ma per amor di me di confortare
ti piaccia, se giammai cosa ch'io dica intendi nel futuro d'operare; io ho trovato a tua consolazione modo assai degno e con giusta ragione.
Palemon, caro e stretto mio parente, non men di me t'ha lungamente amata, e per lo suo valor veracemente è più degno di me che isposata
li sii, e questo vede tutta gente; ché, posto che vittoria a me donata fosse l'altrier, non fu già dirittura, ma sola fu la sua disaventura.
Di che l'iddii errarono, e per certo credetter lui atare e me ataro; ma poi che il loro error fu discoperto, ciò ch'avean fatto indietro ritornaro
e me recaron a sì fatto merto quale ora piango con dolore amaro, acciò che tu ti rimanessi ad esso, com'essi avean diliberato espresso.
E io che tu sii sua me ne contento più che d'altrui, poi esser non puoi mia. Ferma in lui il tuo intendimento e quel pensa di far che el disia;
e io son certo ch'ogni piacimento di te per lui sempre operato fia: egli è gentile e bello e grazioso; con lui avrai e diletto e riposo.
Io muoio, e già mi sento intorno al core quella freddezza che suole arrecare con seco morte, e ogni mio valore sanza alcun dubbio in me sento mancare;
però quel ch'io ti dico, per amore farai, poi più non posso teco stare; i fati t'hanno riserbata a lui, me' sarai sua non saresti d'altrui.
Ma non pertanto l'anima dolente, che se ne va pel tuo amor piangendo, ti raccomando, e priegoti ch'a mente ti sia tuttora, mentre che vivendo
qui starai sotto del bel ciel lucente, a te contenta l'aure traendo; ch'i' me ne vo, né so se tu verrai là dov'io sia, ch'i' ti rivegga mai.
Gli ultimi basci solamente aspetto da te, o cara sposa, i quai mi dei ti priego molto; questo sol diletto in vita omai attendo, ond'io girei
isconsolato con sommo dispetto s'i' non gli avessi, e mai non oserei gli occhi levar tra morti innamorati, ma sempre li terrei tra lor bassati. -
Fatti erano i begli occhi rilucenti d'Emilia due fontane, lagrimando e fuor gittando sospiri cocenti, del suo Arcita il parlar ascoltando;
e ben vedeva per chiari argomenti che, come esso dicea, venia mancando; per ch'ella in voce rotta e angosciosa così rispose tutta lagrimosa:
— O caro sposo a me più che la vita, non verso te son crucciati l'iddii; io sola son cagion di tua partita, io nocevole sono a' tuoi disii;
questa è vecchia ira incontro a me nutrita ne' petti lor, sì com'io già sentii, i qua' del tutto lo mio matrimonio negano, e io ne veggo testimonio.
Il gran Teseo m'avea serbato Acate, col quale io giovinetta mi crescea: bello era e fresco nella nova etate, e nelli primi amori assai piacea
a me; ma la innata crudeltate c'ha contro al nostro sangue Citerea, mel tolse, già al maritar vicina, ben che io fossi ancora assai fantina.
Questa, non sazia del primo operare contra di me, già te veggendo mio, similemente te mi vuol levare. Dunque non altri t'uccide che io;
io, lassa!, colpa son del tuo passare; il mio agurio tristo e 'l mio disio ti noccion, lassa!, e io rimango in pene e in tormento, non qual si convene.
Omè, sovra di me andasse l'ira che altrui nuoce per la mia bellezza! Che colpa ci ha colui che mi disira, se la spietata Vener mi disprezza?
Perché or contra te diventa dira? Perché in te discovre sua fierezza? Maladetta sia l'ora ch'io fui nata, e a te prima giammai palesata!
O bello Arcita mio, sanza ragione or foss'io morta il dì che 'n questo mondo venni, poi ti doveva esser cagione di morte e torti di stato giocondo!
Donde giammai sentir consolazione non credo in me, ma sempre di profondo cor mi dorrò dopo la tua partita, se dietro a te rimango, caro Arcita.
Ora conosco i dolorosi ardori che oscuri mi mostrò l'altrier Diana; or so quai fosser l'aure che di fori n'uscian con vista e con voce profana,
e quel che della fiamma li furori a me mostravan con mente non sana; ché se allor conosciuti gli avessi, non credo come stai che tu istessi.
Io mi sarei dolorosa parata a te allor ch'al teatro ne gisti, e di pietà e d'amor colorata avrei voltati li tuoi passi tristi,
e la dolente battaglia sturbata per la qual morte e per me ora acquisti; ma io non li conobbi, anzi sperai tutto il contrario di ciò che tu hai.
Or più non posso; ond'io morrò dogliosa né so veder chi di morir mi tene, vedendo, sposo, tua vista angosciosa istar per me e in cotante pene.
O me isventurata dolorosa! Quanto mal vidi, e tu ancora, Attene! E quanto mal per te mi riguardasti, il giorno che di me t'innamorasti!
Omè, che' fior ch'io allora cogliea, e 'l canto, anzi fu pianto, ch'io cantava Erinis, lassa!, tutto ciò movea; e i' 'l senti', che talora tremava
pavida, e la cagion non conoscea, né le future cose imaginava: or le conosco che son nel periglio, né posso ad esse porre alcun consiglio.
E ora, caro sposo, mi comandi che, tu mancato, io prenda Palemone. Certo le tue parole mi son grandi, e debbo quelle per ogni ragione
servar più che gli eccelsi e venerandi iddii che or m'offendon, né cagione non hanno; e io così le serveraggio, in quella guisa che io ti diraggio.
Io so che Palemon m'ha tanto amata quanto uom gentil nessuna donna amasse; di che io non gli voglio essere ingrata, eziandio se Giove il comandasse.
Chiaro conosco ch'a chiunque data fossi, se esso di grazia abondasse d'ogni vivente, ch'io nel priverei, tanto gli agurii miei conosco rei.
E s'io a te sono or cagion di morte, e ad Acate fui, aver nociuto al mondo tanto assai gravosa sorte m'è a pensar; né quinci spero aiuto
che possa sostener mia vita forte, che poi lo spirto tuo sarà partuto, che dietro a te per soverchio dolore io non ne venga, seguendo 'l tuo amore.
E se pur fia la mia disaventura di vivere oltre a te, non vo' donare a Palemon della mia sciagura, laddove esso per fedele amare
ha meritato; ma sola mia cura ne' boschi fia Diana seguitare, e ne' suoi templi, vergine vestita, serverò sempre mai celebe vita.
E se Teseo vorrà pur che io sia d'alcuno sposa, alli nemici sui mi mandi, acciò che la sciagura mia ad essi noccia e sia utile a lui;
e Palemone è tal, che se el disia d'avere sposa, e troverà altrui, che li sarà, più non sarei, felice; e ciò il cuor manifesto mi dice.
Li stremi basci, omè!, li quai dolente mi cerchi, ti darò volonterosa, e prenderolli ancora parimente a mio poter; dopo li quai mai cosa
non fia ch'io basci più certanamente; ma la mia bocca sempre come sposa di te co' basci che le donerai guarderò mentre in vita sarò mai. -
E quinci quasi furiosa fatta, piangendo con altissimo romore, sopra lui corse in guisa d'una matta, dicendo: — Caro e dolce mio signore,
ecco colei che per te ha disfatta, ecco colei che per te trista more; prendi li basci estremi, dopo i quali credo finire i miei etterni mali. -
E pose il viso suo su quel d'Arcita, palido già per la morte vicina; né 'l toccò prima, ch'ella tramortita in su la faccia cadde risupina;
ma, poi appresso si fu risentita, piangendo cominciò: — O me tapina! son questi i basci che io aspettava d'Arcita, il qual vie più di me amava?
A le nemiche mie cotal basciare, o dispietati iddii, sia riserbato. - Arcita, che nel cielo esser li pare, il bianco collo teneva abbracciato,
dicendo: — Omai non credo male andare, tal viso al mio sentito ho accostato; qualora piace omai a l'alto Giove, di questa vita mi tramuti altrove. -
Quivi era sì gran pianto e sì doglioso di donne e di signori e d'altra gente che vedean questo, onde ciascun pietoso era assai più che distretto parente,
che non si crede sì fosse noioso allor che Febo si mostrò dolente tornando adietro, nel tempo che Atreo mangiare i figli al suo Tieste feo.
Essa allora, sì com'esso volle e come volle Ipolita, drizzossi; e sé e lui aveva tutto molle di lagrimari, da' belli occhi mossi,
né più né men come 'l Menalo colle, quando da Ariete riscaldossi, che, consumata sua veste nevosa, mostra la faccia sua tutta guazzosa.
E quel dì tutto quanto si posaro sanza più rinovare altro dolore, ben che nel cor l'avesser sì amaro quanto potesser più a tutte l'ore;
e con parole assai riconfortaro Emilia e Arcita, e il furore lor temperaron con soavi detti, lena rendendo a' desolati petti.
Nove fiate s'era dimostrato il sole e altrettante sotto l'onde d'Esperia s'era co' carri tuffato, poi si mutaron le cose gioconde
per lo cader d'Arcita in tristo stato, quando nel tempo che tutto nasconde, d'Emilia avendo il dì li basci avuti, parlò Arcita a' suoi più conosciuti:
— Amici cari, i' me ne vo di certo; per ch'io vorrei a Mercurio litare, acciò che esso, per sì fatto merto, in luogo amen li piaccia di portare
lo spirito mio, poi che li fia offerto; e ciò vorre'i' domattina fare: però vittime degne e olocausti m'aparecchiate, a lui decenti e fausti. -
Palemon, ch'era a questo dir presente, come quel che da lui mai non partia, fece apprestar tutto ciò immantanente che a cotal mestier si convenia:
e sangue e latte nuovo e di bidente gregge e d'armenti, quali a l'ara pia si richiedea di così fatto iddio, ad adempiere d'Arcita il disio.
Il giorno venne oscuro e nebuloso, e questi Febo s'avea messi avanti al viso, acciò che 'l morire angoscioso d'Arcita non vedesse e' tristi pianti
d'Emilia bella, a' quali assai pietoso si mostrò il giorno, li suoi luminanti raggi celando infra le nebbie oscure, vedendo chiaro le cose future.
Allora l'ara fu apparecchiata, e' fuochi accesi, e l'incensi donati, e ciascuna altra offerta a ciò parata, e' sacerdoti i versi ebber cantati
con voce assai da l'altre transmutata, e' fummi furo tutti al cielo andati; Arcita piano incominciò a dire, in guisa tal che si poté sentire:
— O caro iddio, di Proserpina figlio, a cui sta via l'anime portare de' corpi, e quelle secondo 'l consiglio che da te prendi le puoi allogare,
piacciati trarmi di questo periglio soavemente, per le tue sante are le quali ancora calde per me sono che a te in su quelle offersi eletto dono.
E quinci me intra l'anime pie, le quai sono in Eliso, mi trasporta; ché, se tu miri ben, l'opere mie non m'hanno fatto dell'aura morta
degno, sì come fur l'anime rie de' miei maggiori, a' quai crudele scorta fece Giunon, adirata con loro con ragion giusta, a lor donando ploro.
Io non uccisi il sacrato serpente all'alto Marte ne' campi dircei, come fé Cadmo, della nostra gente avol primaio; né nelli baccei
sacrificii tolsi fieramente la vita al mio figliuol, come colei che dopo il danno riconobbe il fallo né poté poi con lagrime emendallo;
né, come Semelè, contra Giunone mai operai; né, sì come Atamante, contra la prole divenni fellone; né il mio padre uccisi, né amante
della mia madre fui, la nazione ne' sen materni indietro ritornante, sì come Edippo; né mio frate uccisi; né mai regno occupai, né mal commisi;
né di Creonte l'aspra crudeltate mi piacque mai, né in altrui l'usai. Se arme furon già per me pigliate incontro a Palemon, male operai,
e io ben n'ho le pene meritate; e certo i' non l'avrei prese giammai, se esso non m'avesse a ciò recato, perch'era, sì com'io, innamorato.
Dunque tra' neri spiriti non deggio, o pio iddio, ciò credo, dimorare, e del ciel non son degno, e i' nol cheggio. E' m'è sol caro in Eliso di stare:
di ciò ti priego e di ciò ti richeggio, se esser può che tu mel deggi fare; so che 'l farai, se così se' pio come suogli esser, venerando iddio. -
Detto ch'ebbe così, con più dogliosa voce parole mosse dove stava Ipolita e Emilia valorosa, e' greci re, e ciascun l'ascoltava,
e Palemon con anima angosciosa, tanto del triste caso li pesava; e esso con parola vinta e trista dicea così con dolorosa vista:
— Or mancherà la vita, ora il valore d'Arcita finirà, ora avrà fine l'acerbo e inespugnabil suo amore; or vederà d'Acheronte vicine
le triste ripe, ora saprà 'l furore delle nere ombre, misere, tapine; or se ne va Arcita innamorato, del mondo a forza sbandito e cacciato.
Ahi, lasso me! che l'età giovinetta lascio sì tosto, en la quale sperava ancor mostrar di me virtù perfetta: tale speranza l'ardir mi prestava.
Omè, che troppo la morte s'affretta, e più che 'n alcuno altro in me è prava; in me si sforza, in ver me la sua ira mostra quant'ella puote, e mi martira.
Dove è, Arcita, tua forza fuggita? Dove son l'armi già cotanto amate? Come non l'hai, per la dolente vita dalla morte campare, ora pigliate?
Oimè, ch'ella s'è tutta smarrita, né più porian da me esser guidate; per ch'io per vinto omai mi rendo, lasso!, e per più non potere oltre trapasso.
O bella Emilia, del mio cor disio, o bella Emilia, da me sola amata, o dolce Emilia, cuor del corpo mio, ora sarai da me abandonata!
Ohimè lasso! I' non so quale iddio in ciò mi noccia con voglia turbata; per te sola m'è noia il mio morire, per te non sarò mai sanza languire.
Deh, che farò allora che vedere più non potrotti, donna valorosa? Seconda morte io non potrò avere, ben ch'io la cheggia per men dolorosa;
né so ancor che luogo me tenere debba di là nella vita dubbiosa; ma se con Giove sanza te istessi, non credo che giammai gioia sentissi.
Dunque angoscioso ovunque io n'anderaggio sempre sarò, sanza te, luce chiara; né mi sarà il secondo viaggio a qui tornar concesso, donna cara,
come Pelleo, che fu mio signor maggio, già mel concesse, allora che amara vita traeva in Egina, lontano dal tuo valor, bella donna, sovrano.
Lagrime sempre e amari sospiri omai attende l'anima dolente per giunta, lasso!, alli nuovi martiri ch'io avrò forse intra la morta gente;
li quai tanti non fien, che' miei disiri di te veder faccian cessar niente; ma sempre te nell'etterna fornace per donna chiamerò della mia pace.
Omè, dove lascio io i cari amici? Dove le feste e il sommo diletto? Ove i cavalli, omai fatti mendici del lor signore? Ove quel ben perfetto
ch'amor mi dava, qualora i pudici occhi d'Emilia vedeva e l'aspetto? Dove lascio io Palemon grazioso, meco d'amor parimente focoso?
E Peritoo ancor, cui similmente più che la vita, con ragione, amava? Ove li regi e l'altra buona gente, che loro a' miei servigi seguitava?
Ove Teseo, nobil signor possente, che più che caro frate m'onorava? Ove lascio io il reverendo Egeo? Dove il mio caro e buon signor Pelleo?
Certo io gli lascio dove rimanere, s'esser potesse, vorria volentieri, e in gioco e in festa e in piacere con prencipi e con donne e cavalieri;
sì che, del rimaner di lor, mestiere non m'è dolermi; ma sol mi son fieri gli aspri pensier ch'a me ne mostran tanti perder dovere, e e' me tutti quanti. -
Poscia ch'egli ebbe queste cose dette, di cuor gittò un profondo sospiro amaramente e di parlar ristette, e 'nverso Emilia i suoi occhi s'apriro
mirando lei, e mirandola stette un poco e poscia li rivolse in giro; e ciascun vide che piangeva forte, però ch'a lui s'appressava la morte.
La quale in ciascun membro era venuta da' piedi in su venendo verso il petto, e ancor nelle braccia era perduta la vital forza; sol nello 'ntelletto
e nel cuore era ancora sostenuta la poca vita; ma già sì ristretto gli era il tristo cuor dal mortal gielo, ch'agli occhi fé subitamente velo.
Ma poi ch'egli ebbe perduto il vedere con seco cominciò a mormorare, ognor mancando più del suo potere; né troppo fece in ciò lungo durare,
ma 'l mormorio transmutato in vere parole, con assai basso parlare, — A Dio, Emilia! — e più oltre non disse, ché l'anima convenne si partisse.
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