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1313–1375

Canto XXXVII

Giovanni Boccaccio

Vedevavisi appresso quanto e quale già fosse stato Cesare, tenendo in prima in Roma offizio imperiale. Oh quanto poco questo possedendo

il vedea gloriar! ché quivi allato tra' sanatori il vedeva morendo, lui avendo essi tutto pertugiato co' loro stili, e quegli era piggiore

cui elli aveva già più onorato. E simile la rabbia e 'l gran furore di Neron si vedeva terminare in brieve tempo con molto dolore.

Risplendevavi ancora, ciò mi pare, ciò che fé Giuba mai, ed ivi appresso dopo 'l salir il suo tristo calare. Tarquin, Porsenna e Lentulo dop'esso,

Ovidio, Tulio, Amulcar si vedieno ed altri molti, i quali io con espresso riguardo non mirai, perché già pieno di tal materia aveva lo 'ntelletto,

ed eran tanti che non venien meno. – O beato –, diss'io, – que' che l'effetto ad altre cose tira che a queste, le quali istato mostrano imperfetto!

Più vili ch'altre sono e più moleste, piene d'inganno e d'affanno gravoso, e la lor fine è sola mortal peste –. Poi mi voltai al viso grazioso

di quella donna che m'avea condotto, dicendo: – Il mio voler, che fu ritroso, or è tornato dritto, e già non dotto che questi ben terren son veramente

que' che a' vizi ciascun mettono sotto. Nessun porria pensar che tanta gente, così famosa e di tanta virtute, Fortuna avesse sfatti sì vilmente.

Fosse chi nol vedesse? o chi salute ispererà omai, se non coloro che le vere ed etterne han conosciute? Il più far qui omai lungo dimoro,

donna, mi spiace: però giamo omai dove volete, e qui lascian costoro –. Allor disse la donna: – Or t'è assai aperto che costei esser turbata

vi dà salute ed iscemavi guai? Ma se tu fossi stato altra fiata così disposto, come ora ti sento, già meco fori in capo alla montata.

Ma poi che del seguirmi se' contento ed hai veduto le mondane cose volubili e caduche più che vento, appresso viemmi, ché le gloriose

ed etterne vedrai. Ma non torniamo onde venimmo, per le 'mpetuose tralciute vie, ma di qua teniamo, ché picciola rivolta alla portella

prima ci menerà, che noi vogliamo –. Ora si mosse questa ed io dop'ella, di quelle cose molto ragionando ch'eran dipinte nella sala bella.

Ognor seguendo lei, così mirando intorno a me per veder ciò che v'era e nella mente ogni cosa recando, sì vi vidi io, per una porta ch'era

alla sinistra mano, un bel giardino fiorito e bello com di primavera. – Entrian –, diss'io, – in questo orto vicino, donna, se piace a voi, ché poi alquanto

ricreati terrem nostro cammino –. Là entro udiva io festa e gran canto, onde mi crebbe d'esservi il disio, sì ch'altri mai non disiò cotanto.

Mirandomi allor dopo, mi vid'io i due primier che dicean: – Che, non passi dentro, poiché ardi di volere? – ed io infra me gia dicendo: «Se tu lassi

costei per colà entro voler gire, s'ella non vien, chi guiderà i tuoi passi?». – Oh –, cominciò costei allora a dire, – che credi tu che colà entro sia?

Troppo ti volge ogni cosa il disire. Faccian, mentre avem tempo, nostra via, ché, come, tu costà pinto hai veduto, così v'è dentro mondana vania.

Il ver che ora avanti conosciuto, secondo il tuo parlar, avevi tutto, seguilo, e non voler con non dovuto operar seguir danno e perder frutto –.

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