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1313–1375

Canto XXXV

Giovanni Boccaccio

– Tu puoi –, rincominciò la donna a dire, – veder qui Alessandro, ch'assalio il mondo tutto, per velen morire; e non esser però il suo disio

pien, ma più che giammai esser ardente, e 'n tale ardor, come vedi, morio. Lo qual fu quanto alcun altro possente, né però averia questa lasciato,

che se fosse vivuto, che vilmente lui non avesse in infimo voltato della sua rota; ma quel che costei non fé, morte adempié nel nominato.

E poi appresso puoi veder colei che pugnò con Pallade come stolta, ch'ancor del fallo suo par dica omei. Come la vedi ancor quivi ravolta

ne' suo' istracci, in ragnol trasmutata fu dalla dea e dal laccio disciolta. Tu puoi appresso vedere effigiata la sembianza di Dario, la quale

di leto aspetto in tristo par mutata. Oh come poco al presente li vale essere stato grande anzi gli è noia or che si vede in disperato male.

Aver puoi già udito quanta gioia avesse Niobè de' suoi figliuoli, e agual qui pare di dolor si muoia. Guarda un poco innanzi, se tu vuoli:

superba lei potrai quivi vedere ancora incerta de' suoi tristi duoli; lor poi appresso ad uno ad un cadere morti dintorno a lei ancor vedrai,

per la superbia e suo poco sapere. In trista angoscia ed in amari guai la vedi quivi ritornata umile, sanza suo pro di sé piangendo assai.

Appresso vedi que' che con sottile maestero del padre uscì volando del Laberinto, che tenendo vile miseramente ciò ch'amaestrando

il padre gli avea detto, per volare troppo alto, in giù, le sue reni spennando, ora si cala, e appresso affogare più là il vedi ne' salati liti:

questo avien de' non savi seguitare. Riguarda poi più là: vedi smarriti il fiero Ciro e Persio; ne' sembianti, l'ardir perduto, paiono inviliti.

Or vedi ancora a mano a man da quanti uccelli il corpo di Nabùch è roso, temendo il figlio che per tempo avanti, surgendo del sepolcro, poderoso

non ritornasse e lui cacciasse fore del regno, dove vivea glorioso. Ivi ve' tu ancora il gran romore che fanno le figliuole di Piero

voltate in piche per greve dolore. Veggon sanza lor pro ora quel vero ch'a lor superbamente s'ocultava nel lor parer fallace e non intero –.

E quivi appresso costei mi mostrava Cartagine in ruvina, tutta accesa d'ardente fuoco che la divampava. Riguardar quella con sembianza offesa

mi mostrò quella donna Scipione, al cui valor non poté far difesa. Seguiva con non poca ammirazione Anibale, turbato nello aspetto

o di quella o di sua distruzione. In abito dolente e con sospetto quivi Asdrubale ancora si vedea, col capo basso mirandosi il petto.

Là similmente veder mi parea la struzione della antica cittate di Fiesole, la qual tutta cadea. Ivi pareva la gran crudeltate

che 'l pistolese pian sostenne pieno di Catellino, le cui opre spiatate quasi narrando non verrian mai meno, avvegna ch'a ragion posto li fosse

nella sfrenata bocca cotal freno. Vedevanvisi ancora le percosse che Mario da Lucio sostenne, quando la briga cittadina mosse.

A' quei così, come a colui n'avenne, possa avenir, che nelle città loro a suscitar battaglia metton penne, lasciando il comun ben per suo lavoro.

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