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1313–1375

Canto XXXII

Giovanni Boccaccio

Incominciò allor costei a dire: – Voi, terreni animal, disiderate i voler vostri tututti seguire mediante costei, cui voi chiamate

Fortuna buona e rea, secondo ch'essa vi dà e to' mondana facultate. In prima alcuni domandon ad essa molta ricchezza, credendosi stare

sanza bisogno alcun possedendo essa. Vaghi sono altri sol di poter fare sì che avuti sieno in reverenza da tutti, e 'n ciò s'ingegnan d'avanzare.

In alcuni altri aver somma potenza par sommo bene, e questo van cercando tanto gli abaglia la falsa credenza. Risplendere altri si vanno ingegnando

di nobil sangue ed il nome famoso o per guerra o per pace van cercando. Tai son che credon ch'esser copioso di volontà carnal, ch'è van diletto,

faccia chi ciò possiede glorioso. Vogliono alcuni, acciò che il difetto del non poter si rivolga in potere, ricchezza, e per poter porre in effetto

ogni libidinoso lor piacere; così figliuoli alcuni, altri altre cose, e questo interamente hanno in calere. Se forse una di queste hanno ritrose

al lor volere, qualunque s'è quello ch'alcuna aver nell'animo propose, incontanente con animo fello contra questa si turba ed essa dice

nimica, e forse fu difetto d'ello. Intendi adunque e vedi che felice costei non puote giammai fare alcuno, posto che del mondan sia donatrice.

Non vedi tu che e' non è nessuno, che abondi in ricchezze, che non sia d'ogni riposo e diletto digiuno? Continovo nell'animo li fia

pensiero e cura di poter guardarle, temendo di nascosa tirannia. Vedi dunque che bene ha d'ammassarle, poiché insidie tutto tempo teme

ed in più quantità voler recarle. Il povero uom di tal cosa non geme, né perde sonno, né lascia sentiero, sol di sua vita trar pensiero il preme:

alla quale, a voler narrare il vero, poco li basta, ma il ricco avaro di molto aver non ha suo disio intero. Me' puote ancora il ricco dar riparo

alle fami ed a' freddi, ben che puro le sente alcuna volta, o spesso o raro. Or quinci segue al pover che sicuro vive di non cader, né spera mai

che caso fortunal li paia duro. Ricchezza adunque, quand'ella è assai, più fa indigente il suo posseditore, con più pensier, con più cura e più guai.

Colui che vuol per dignitate onore, veggian, se la Fortuna gliel concede, s'egli avrà quel che e' disia nel core. Or non agli occhi di qualunque vede

è manifesto che tornan viziosi tantosto che neuna ne possiede? Ma se per quelle forse virtuosi ne ritornassero, io consentirei

che tutti voi ne fosti disiosi. E d'altra parte dignità i rei fa manifesti, ed ogni lor mancanza è conosciuta più ch'io non potrei

né parlar, né mostrar: dunque v'avanza questa se vi si mostra allor turbata, quando chiedendo state in tale erranza. Beati alcun si diceria se data

fosse lor forse potenza reale, non conoscendo il mal di ch'è vallata. E questa podestà niente vale, ch'ella non può fuggire il duro morso

della sollecitudine, che male a lei non faccia, né può dar soccorso a quel noioso e rigido tormento che di paura dà l'amaro sorso.

Togliendo questa cotal reggimento, pace vi dona dove guerra avreste, e voi nol conoscete; onde, scontento ogni uom, pur quel, che dar non vuol, vorreste –.

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