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1313–1375

Canto XXXI

Giovanni Boccaccio

Tosto finì il suo cammin costei, che di quel loco per una portella in altra sala ci menò con lei. Ell'era grande, spaziosa e bella,

ornata tutta di belle pinture, sì come l'altra ch'è davanti ad ella. Oh quanto quivi in atto le figure si mostravan tututte variate

dall'altre prime e non così sicure! Color con festa e con gioconditate parevan tutte con be' vestimenti, costor con doglia e con avversitate.

Hai, quanto quivi parevan dolenti e spaventati, qualunque vi s'era, con vili e poverissimi ornamenti! Ivi vid'io dipinta, in forma vera,

colei che muta ogni mondano stato, tal volta lieta e tal con trista cera, col viso tutto d'un panno fasciato, e leggermente con le man volvea

una gran rota verso il manco lato. Horribile negli atti mi parea, e quasi sorda a niun priego fatto da nullo lo 'ntelletto vi porgea;

e legge non avea né fermo patto negli atti suoi volubili e incostanti, ma come posto talor l'avea fratto: volvendo sempre ora 'n dietro ora avanti

la rota sua sanza alcun riposo, con essa dando gioia e talor pianti. «Ogni uom che vuol montarci su sia oso di farlo, ma quand'io 'l gitto a basso

inverso me non torni allor cruccioso. Io non negai mai ad alcuno il passo né per alcun mia maniera mutai, né muterò, né 'l mio girar fia lasso,

venga chi vuol». Così immaginai ch'ella dicesse, perché riguardando dintorno ad essa vi vid'io assai, i qua' su per la rota aderpicando

s'andavan con le man con tutto ingegno, fino alla sommità d'essa montando. Saliti su parea dicesser: «Regno»; altri cadendo en l'infima cornice

parea dicessero: «Io son sanza regno». In cotal guisa un tristo, altro felice facea costei, secondo che la mente, la qual non erra, ancora mi ridice.

Allor rivolto alla donna piacente dissi: – Costei, ch'io veggio qui voltare, conosco io per nimica veramente. Tra l'altre creature a cui mi pare

dover portar più odio, questa è dessa, però ch'ogni sua forza ed operare ell'ha contra di me opposta e messa: né prieghi, né saper, né forza alcuna

pacificar mi può giammai con essa. Ognora nella faccia persa e bruna mi si mostra crucciata e sempre a fondo della sua rota mi trae dalla cuna,

gravandomi di sì noioso pondo che levar non mi posso a risalire, onde giammai non posso esser giocondo –. Ridendo allor mi cominciò a dire

la donna: – Allora e' tu se' di coloro ch'alle mondane cose hanno 'l disire? ai quali se ella desse tutto l'oro che è sotto la luna, pure aversa

riputerebber lei a' voler loro. Torrotti adunque di cotal traversa oppinione, e mostrerotti come più son beati que' che l'han perversa.

Il dir Fortuna è un semplice nome, il posseder quel ch'ella dà è vano, o sanza frutto affanno se ne prome. Odirai come: e se 'l mio dire estrano

è dalla verità, conceder puossi che seguir vizio sia al salvar sano. Solamente da te vo' che rimossi sieno i pensier fallaci, se procede

il mio parlar con ver, sì che tu possi inter vedere come si concede che quel che più al vostro intendimento agrada, più con gravezza vi lede –.

Allora rispos'io: – Io son contento, donna, d'udire, acciò che 'l mio errore io riconosca, però che io sento non aver nulla esser grave dolore –.

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