Skip to content
1313–1375

Canto XXX

Giovanni Boccaccio

Volendo porre fine al recitare, ch'a tutto dir troppo lungo saria, tanto più ch'io non dico ancor vi pare, a quella donna graziosa e pia

che dentro alla gran porta principale col suo dolce parlar mi mise pria, lei mirando, volta'mi: – Oh quanto vale – dicendo, – aver vedute queste cose

che diciavate ch'eran tanto male! Or come si porria più valorose, che queste sien, giammai per nullo avere o pensare o udir più maravigliose? –.

Rispose allor colei: – Parte vedere quel ben che tu cercavi qui dipinto, ché son cose fallaci e fuor di vere? E' mi par pur che tal vista sospinto

t'abbia in falsa oppinion la mente, ed ogni altro dovuto ne sia stinto. Adunque torna in te debitamente: ricorditi che morte col dubioso

colpo già vinse tutta questa gente. Ver è ch'alcun più ch'altro valoroso meritò fama, ma se 'l mondo dura e' perirà il suo nome glorioso.

E questa simigliante alla verdura che vi porge Ariete, che vegnendo poi Libra appresso seccando l'oscura. Nullo altro ben si dee andar caendo

che quello ove ci mena la via stretta, dove entrar non volesti qua correndo. Deh, quanto quello a' più savi diletta, grazioso ed etterno! ed io il ti dissi

quando d'entrar pur qui avesti fretta. Or dunque fa che più non stieno fissi gli occhi a cotal piacer: ché se tu bene quel ch'egli è con dritto occhio scoprissi,

aperto ti saria che 'n gravi pene vive e dimora chiunque ha speranza non saviamente, e a cotai cose tene. Tu t'abagli te stesso in falsa erranza

con falso immaginar, per le presenti cose che son di famosa mostranza. Ed io, acciò che' vani avedimenti cacci da te, vo' che mi segui alquanto;

e mosterrotti contro a quel ch'or senti, mostrandoti la gioia e 'l lieto canto de' tristi, che 'n ta' cose ebber già fede, mutarsi in brieve in doloroso pianto.

Potrai veder colei, in cui si crede essere ogni poter ne' ben mondani, quanto arrogante a suo mestier provede, or dando a questo, or ritornando vani

ciò che diede a quell'altro, molestando in cotal guisa l'intelletti umani. Per quel potrai veder vero, pensando quanto sia van quel ben che' vostri petti

va sanza ragion nulla stimolando; onde, seguendo que' beni imperfetti con cieca mente, morendo perdete il potere acquistare poi i perfetti.

In tal disio mai non si sazia sete: dunque a quel ben, che sempre altrui tien sazio e per cui acquistar nati ci sete, dovrebbe ognuno, mentre ch'egli ha spazio,

affannarsi ad avere. Omai andiamo, ché già il luminoso e gran topazio in sulla seconda ora esser veggiamo già sopra l'orizonte, ed il cammino

è lungo al poco spazio che abbiamo. Ma io spero che 'l voler divino ne farà grazia, ed io così li cheggio, ched e' non ci fallisca punto infino

entrati sarem là, ove quel seggio del perfetto riposo è stabilito per que' che non disian d'aver peggio –. Poi ch'io ebbi sì parlare udito

a quella donna, io le rispuosi: – Andate, nullo mio passo fia da voi partito. In questo sol vi priego che m'atiate, che là dove 'l disio mi trasportasse

contra vostro piacer, mi correggiate –. Ella mostrò negli atti ch'accettasse la mia domanda, e mossesi e rivolta mi disse allora ch'io la seguitasse.

Tutti e tre insieme, avvegna che con molta fatica, la seguimmo, e la cagione fu perché quistionammo alcuna volta a non voler seguir sua mostrazione.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Canto XXX · Giovanni Boccaccio · Poetry Cove