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1313–1375

Canto XXVIII

Giovanni Boccaccio

Non so chi sì crudel si fosse stato che, quel ch'io vidi appresso rimirando, di pietà non avesse lagrimato. Pareva quivi apertamente quando

Dido partissi in fuga dal fratello, e similmente come, edificando a più poter, Cartagine nel bello e util sito faceva avanzare,

e come a 'ngegno l'abitava quello. Ricever quivi Enea ed onorare lui e' suoi ancor vi si vedea liberamente; e sanza dimorare

oltre mirando, ancora mi parea vederle in braccio molto stretto Amore, ben che Ascanio aver vi si credea; lo qual basciando spesso, del suo ardore

prendea gran quantità occultamente, tuttor tenendol nel segreto core. Eravi poi come insiememente costei con Enea ed altri assai

a caval giva onorevolmente, ripetend'ella in sé quel che giammai più non pareva a lei aver sentito, fuor per Sicceo, sì com'io avisai.

Il chiaro viso bello e colorito, mirando Enea con benigno aspetto, tornava bianco spesso e scolorito. Ma pervenuti quivi ad un boschetto,

lasciando i cani a' cerbi paurosi di dietro, incominciaro il lor diletto. Altri cornavano ed altri animosi correvan dietro, e gridando faceano

i can più per lo grido valorosi. Tutto un gran monte già compreso aveano i cacciatori, e 'n una valle oscura Dido ed Enea rimasi pareano.

E sì faccendo, fuor d'ogni misura un vento quivi pareva levato, che di nuvoli avea già la pianura chiuso ed il monte ancora: onde tornato

pareva il sole indietro e divenuto oscura notte il dì in ogni lato. Horribili e gran tuon ciascun sentuto aveva, e lampi venivano ardenti

con piover tal che mai non fu veduto. Enea e Dido là fuggian correnti in una grotta, e la lor compagnia perduta avean, di ciò forse contenti.

Ivi parea che Dido ad Enea pria parlasse molte parole amorose, dopo le quali suo disio scopria: ove Enea ascoltar quelle cose

vedeasi, lei abracciata tenere, e quel fornir che ella li propose. Venuti poi al lor reale ostiere ed in tal gioia lungo tempo stati,

l'uno adempiendo dell'altro il piacere, in quel luogo medesimo cambiati vi si vedea dell'uno i sembianti e dell'altro i voleri esser mutati.

Molto affrettando li suoi navicanti Enea vi si vedea per mar fuggire, le vele date all'aure soffianti. A cui Dido parea di dietro dire:

«Omè, Enea, or che t'aveva io fatto che fuggendo disii il mio morire? Non è questo servar tra noi quel patto che tu mi promettesti: or m'è palese

lo 'nganno c'hai coperto con falso atto. Deh, non fuggir! Se l'essermi cortese forse non vuogli, vincati pietate almen de' tuoi, ché vedi quante offese

ognora ti minaccian le salate onde del mar, per lo verno noioso ch'ora 'ncomincia; e già hanno lasciate qualunque leggi nel tempo amoroso

sogliono avere i venti, e ciascheduno esce a sua posta e torna furioso. Vedi ch'ad ora ad or ritorna bruno l'aere e nebuloso e molti tuoni

e lampi lui percuotono, e nessuno impeto è che or non s'abandoni e faccia danno; e tu col tuo figliuolo ora cercate nuove regioni!

Posati adunque tu ed il tuo stuolo, lasciami almeno apparare a biasmarmi immaginando il mio etterno duolo: e poi, se tu vorrai, potrai lasciarmi».

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