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1313–1375

Canto XXV

Giovanni Boccaccio

Era più là Alfeo, con le sue onde piegate intorno e dietro ad Aretusa con quelle terre che correndo infonde. Là era Egisto ancor, che per iscusa

del sacerdozio non andò a Troia ma Clitemestra si tenea inchiusa, lei imbracciata e prendendone gioia a suo piacere, ben che poco appresso

le ne seguisse sconsolata noia. Oh, come quivi, alquanto dop'esso, seguian Cannace e Macareo dolenti, divisi per lo lor fallo commesso!

Non molto dopo lor così scontenti Biblide vidi lì, che seguitava il suo fratel con atti molto ardenti. Molto pietosamente a lui andava

dietro parlando, sì come parea negli atti suoi che quivi dimostrava. «Ahi dolce signor mio», ver lui dicea, «deh, non fuggir, deh, prendati pietate

di me che per te vivo in vita rea! Guarda con l'occhio alquanto mia biltate, pensi l'animo tuo il mio valore, lo qual perisce per tua crudeltate.

Io non t'ho per fratel ma per signore: vedi ch'io muoio per la tua bellezza, per te piango, per te si strugge il core. Non tener più ver me questa fierezza,

e 'l superfluo nome di fratello lascialo andar, ch'a tenerlo è mattezza. Aiutami, che puoi, e farai quello che più aspetta quella che si sface

considerando il tuo aspetto bello. Riso, conforto ed allegrezza e pace render mi puoi, se vuoi: dunque che fai? Deh, contentami alquanto, se ti piace!

Vedi ch'io mi consumo in tanti guai, ch'altra neuna mai ne sentì tanti per te, cui io disio, e tu tel sai. Omè, fortuna trista delli amanti!

come coloro che non sono amati, amando altrui, da tua rota son franti! Se tu riguardi però che chiamati sorella e frate sian, non è niente,

com dissi, e minor fieno i tuoi peccati togliendomi dolor, che se dolente morir mi fai per non aconsentire a quel che sol disia la mia mente.

Rivolgiti, per Dio, deh, non fuggire! pensa ch'ogni animal tal legge tene quale a te chiede il mio forte disire. A te molto più tosto si conviene

in questo atto fallir, che dispietato farmi morir nelle noiose pene». Biblide trista, quanto t'è in disgrato veder colui, che ti dovria atare

da chi noia ti desse in alcun lato, il tuo dolore in te forte aggregare! e non che voglia fare il tuo disio, ma tue parole non vuole ascoltare.

Là poi appresso, al mio parer, vid'io Fillis allato star a Demofonte e pianger sé di lui in atto pio. Tutta turbata sue parole conte

li profferia, ricordandoli ancora quant'ella e le sue cose tutte pronte al suo servigio furono, e com'ora, a lei fallita la promessa fede,

per troppo amor dolor grieve l'acora. Tra questi, oltre nel prato, vi si vede Meleagro e Atalanta che ciascuno segue un cinghial con solecito piede,

e quanto ad esso sforzandosi ognuno offende, accesi d'amoroso foco, non lasciandoli affar danno nessuno. Costor preiva, più avanti un poco,

Aconzio in man con la palla dell'oro ch'a Cidipe gittò nel santo loco, e quella quivi ancor facea dimoro: dicendo a lei Aconzio che sua era,

ella negandol, parlavan fra loro; riguardando l'un l'altro, in tal maniera Cidipe a lui dicendo: «Se ingannata fu' i' da te, la mia voglia non v'era;

ché, s'io mi fossi della palla addata, non l'avria mai rimirata né letta, anzi l'avrei tosto indietro gittata: onde mai non m'avrai e questo aspetta».

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