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1313–1375

Canto XXII

Giovanni Boccaccio

Non rispondeva a nulla di costoro quivi Gianson, ma Creusa abracciando con lei traeva dilettevol dimoro. Io, che andava avanti riguardando,

vidi quivi Teseo nel Laberinto al Minutauro pauroso andando. Ma poi che quel con ingegno ebbe vinto che li diede Adriana, quindi uscire

lui vedev'io di gioia dipinto; al quale appresso Adriana venire e con lei Fedra, e salir nel suo legno e quindi forte a suo poter fuggire.

Nel quale, avendo già l'animo pregno del piacer di Adriana, lei lasciare vedea dormendo e girsene al suo regno. Gridando desta la vedeva stare,

e lui chiamava piangendo e soletta sopr'un diserto scoglio in mezzo mare: «Omè», dicendo, «deh, perché s'afretta sì di fuggir tua nave? Aggi pietate

di me ingannata, lassa, giovinetta! Segando se ne gia l'onde salate con Fedra quelli, e Fedra si tenea per vera sposa, per la sua biltate.

Costei più innanzi un poco si vedea accesa tutta di focoso amore d'Ippolito, cui per figliastro avea. Ivi vedeasi lo sfacciato ardore

di Pasifé, che 'l toro seguitava di sé chiamandol conforto e signore: ove con le man propie ella segava le fresche erbette nel fogliuto prato

e con quelle medesme gliele dava. Spesso li suo' cape' con ordinato stile acconciava e, della sua bellezza prima l'occhio allo specchio consigliato,

adorna venia innanzi alla mattezza bestiale, e quivi parea che dicesse: «Agraditi la mia piacevolezza? Certo se io solamente vedesse

che più ch'un'altra vacca mi gradissi, non so che più avanti mi volesse». Era di dietro a lei, con gli occhi fissi sopra 'l suo padre, Mirra scellerata,

né da lui punto li teneva scissi. Riguardando io costei lunga fiata, quivi la vidi poi di notte oscura esser con lui in un letto colcata.

Correndo poi fuggir l'aspra figura del padre la vedea, che conosciuta avea l'abominevole mistura. Albero la vedeva divenuta

che 'l suo nome ritien, sempre piangendo o 'l fallo o forse la gioia compiuta. Narcisso vidi quivi ancor sedendo sopra la nitida acqua a riguardarsi,

di sé oltre 'l dovuto modo ardendo. Deh, quanto quivi nel ramaricarsi nel suo aspetto mi parea piatoso, e talor seco se stesso crucciarsi:

«Omè», dicendo, «tristo doloroso, la molta copia, ch'i' ho di me stesso, di me m'ha fatto, lasso, bisognoso». Cefalo poi, alquanto dietro ad esso,

vid'io posato aver l'arco e li strali e riposarsi, per lo caldo fesso. «O aura, deh, vien con le fresche ali, entra nel petto nostro!» tutto steso

stava dicendo parole cotali. Ma questo avendo già Pocris inteso, cui ascosa vedea tra l'erbe e' fiori in quella valle, con l'udire inteso,

essendo in sospezion de' nuovi amori, credendo forse che l'Aura venisse, volle, e nol fece, intanto farsi fori. Tutta l'erba si mosse e Cefal fisse

gli occhi colà, credendo alcuna fiera, e preso l'arco su lo stral vi misse, rizzando quel fra l'erba u' Pocris era, e lei ferì nello amoroso petto.

Ella, sentendo il colpo, in voce vera: «Omè», gridò, «perché ebb'io sospetto di quel ch'i' non dovea?» così diria chi la vedesse ch'ella avesse detto.

Venuto Cefalo: «L'anima mia, or che face' tu qui? oimè lasso», dicea, «dogliosa omai mia vita fia, avendo te recato a mortal passo».

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