Skip to content
1313–1375

Canto XXI

Giovanni Boccaccio

Or miri adunque il presente accidente qualunque è que' che vuol legge ad amore impor, forse per forza, strettamente. Quivi credo vedrà che 'l suo furore

è da temprar con consiglio discreto, a chi ne vuole aver fine migliore. Vivean di questi i padri, ciascun lieto di bel figliuolo: e perché contro a voglia

gli strinser, n'ebbe doloroso fleto. E così spesse volte altri si spoglia di ciò che e' si crede rivestire, e poi convien che sanza pro si doglia.

Sì riguardando poi vidi seguire Giansone in mezzo di tre giovinette, le quai ciascuna fu al suo disire. Tutte e tre furon già a lui dilette

e nominate Isifile e Medea, al mio parer, con Creusa sospette. «O sanza fede alcuna», mi parea che Isifile dicesse, «o dispietato,

o più crudel ch'alcuna anima rea, deh, or hai tu ancor dimenticato a quanto onor tu fosti ricevuto nel regno ond'ogni maschio era cacciato?

Io non credo che mai fosse veduto uom volentier in nulla parte strana né cotal dono a lui mai conceduto, simile a quel che io benigna e piana

a te concessi, portando fidanza alla tua fede come 'l vento vana. Faccendo saramenti a me, speranza nel tuo partir mi desti che giammai

non cambieresti me per altra amanza. Andastitene e me, come tu sai, pregna lasciasti di doppio figliuolo, ed a tornar ancor verso me hai.

Con sospiri e con pianti e con gran duolo gran tempo stetti, dicendo: “Omai tosto verrà Giansone qui col suo stuolo”, ed appena credetti quel che sposto

mi fu di te, ch'avevi nuova amica presa in Colcòs e mutato proposto. Più avanti non so ch'io mi ti dica, se non ch'io ardo e tu in giuoco e festa

ora ti stai con la mia nimica. In tanto questa doglia mi molesta che dir nol posso, ma tu stesso pensa chente parriati averla tal qual questa.

Assai ti priego dunque, se offensa non ho commessa, non mi abandonare, ma con pietà al mio dolor dispensa». Non rispondea Giansone; ma poi stare

vidi negli atti molto dispettosa Medea, inverso lui così parlare: «Giansone, in tutto 'l mondo non fu cosa ch'io tanto amassi né per cui facessi

quanto feci per te, sì come sposa; e non mi credo ancor che tu sconfessi com'io ti diè mirabile argomento, per cui sicur co' tori combattessi.

Mostra'ti ancora, per farti contento, come 'l drago ingannassi, acciò ch'appresso fornito avessi tuo intendimento. Insieme me ne venni teco stesso,

e sai che io il mio picciol fratello uccisi, acciò che 'l mio padre sopr'esso dimorasse piangendo, e quindi snello e sanza noia passasse il nostro legno

già cominciato a seguitar da ello. E sai ancora ch'io col mio ingegno il tuo antico padre e vecchio Ensone di giovinetta età il feci degno;

né riguardai ancora a riprensione ch'io non facessi morire il tuo zio, per signor farti della regione. Tu il ti conosci e sai per certo ch'io

ogni cosa avre' fatta per piacerti, non credendo che mai il tuo disio rivoltassi da me per più doverti dare ad altrui. Deh, se altro diletto,

se non di me, due be' figli vederti ognor davanti non t'avesse stretto, non dovei tu giammai donna nessuna più abracciar nel mio debito letto,

lo qual tu ora possiedi con una: che s'io non fossi stata alla tua vita, né lei né me avevi, né altra alcuna. Adunque a me, per Dio, ti rimarita».

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Canto XXI · Giovanni Boccaccio · Poetry Cove