Ove io vidi in ordine dipinto sì come Bacco, per forza d'amore, in forma d'uva ad amar fu sospinto la figlia di Ligurgo; il cui ardore
quivi con lei in braccio si vedea temperar, non in forma né in colore che si sdicesse, e 'l simil mi parea d'Erigonèn; e del suo gran disio
così sé quivi si sodisfacea. Ivi seguiva poi, al parer mio, Pan che Siringa gia perseguitando, ch'avanti li fuggia in atto pio;
e lei fuggente l'andava pregando, ma 'l pregar non valeva, anzi tornata in canna poi la vidi in forma stando. Poi di quella i bucciuoli spessa fiata
sonati fur, però che primamente da esso fu la sampogna trovata. Appresso lui vi vid'io il dolente Saturno in forma di cavallo stare,
a Fillara accostarsi dolcemente. Così appresso vidi, ciò mi pare, Pluto li tristi regni abbandonati avere e quivi intendere ad amare.
Ed a lui presso con atti sfrenati prender vedea Proserpina e con essa fuggirsi a' regni di luce privati, pur con istudio e con noiosa pressa,
come se stato fosse seguitato da Giove per volerlo privar d'essa. Oltre nel loco vidi figurato Mercurio con Ersèn: molto stretto,
amando lei, dimorava abracciato, insieme avendo piacevol diletto. Dopo 'l quale io vedeva tutto bianco Borea quivi, con un freddo aspetto.
Questi, li regni abbandonati, stanco in Etiopia giugneva a vedere Ortigia, ch'a sé dal lato manco, vedeva, quivi la facea sedere;
ed abracciata lei tenendo stretta a pena seco gliel pareva avere. A lui seguiva poi la giovinetta Tisbe, che fuor di Bambillonia uscia
e verso un bosco sen giva soletta. Né lì guari lontano, la sua via fornita, un velo lasciava fuggendo per una leona che a ber venia
della fontana, dov'ella attendendo Piramo si posava nell'oscura notte; così se n'entrava correndo ove già fu la vecchia sepultura
di Nino. E poi si vedeva venire Piramo là con sollecita cura, a sé intorno mirando se udire o veder vi potesse se venuta
vi fosse Tisbe, secondo il suo dire. Lui ciò mirando, in terra ebbe veduta, perché la luna risplendeva molto, la vesta che a Tisbe era caduta,
tutto stracciato e per terra rivolto con un mantello il bel vel sanguinoso, per che tututto si cambiò nel volto. Ricogliendo essi parea che doglioso
dicesse: «Oimè, Tisbe, chi ti uccise? chi mi ti tolse, dolce mio riposo?». Ontoso tutto lagrimando mise la mano ad uno stocco ch'avea seco,
col qual dal corpo l'anima divise. Parea dicesse piangendo: «Con teco, Tisbe, morrò, acciò ch'all'ombre spesse di Dite, lassa, ti ritruovi meco»;
e sbigottito parea che cadesse quivi sopra 'l mantello, a piè d'un moro, e del suo sangue i suoi frutti tignesse. Non dilettava a Tisbe il gran dimoro;
colà dond'era uscì, e disse: «Forse quella bestia è pasciuta, e già non loro suol uso a noi far male»: ed oltre corse alla fontana, e non credea che fosse
essa quando le more rosse scorse. In ciò mirando, tutta si percosse quando Piramo vide ancor tremante, e dal suo petto il ferro aguto mosse
e 'n su quel si gittò, dicendo: «Amante, io son la Tisbe tua! mirami un poco anzi ch'io muoia», e più non disse avante: rimirandola, cadde morta loco.
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