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1313–1375

Canto XVIII

Giovanni Boccaccio

Dopo costei si vedea seguitare come di Semelè già gli arse il core, e come l'ebbe ancora vi si pare. Ornata come vecchia e di dolore

piena era quivi Giuno, invidiosa perché Giove portava a quella amore; nascosa in forma tale, la graziosa giovine domandava s'ella fosse

ben dell'amor di Giove copiosa. Nel viso a riso a quel parlar si mosse non conoscendo lei, e le rispose: «Altro che me non disian sue posse».

Allor si turbò Giuno, ma l'ascose con falso aspetto, e disse: «Ora ti guarda ch'e' non ti inganni con viste frodose. Più furon quelle già cui la bugiarda

vista ingannò, ed io ne so alcuno; ma se tu vuo' saper se per te arda, istea con teco dì come con Giuno. Se elli il fa, ben ti dico ch'allora

dirò che non ci sia 'nganno nessuno; e fa che 'l facci». E sanza far dimora da lei si dipartia; questa aspettando rimase con disio la sua malora.

Tacita e sola così dimorando, parve che Giove nella casa entrasse, a cui ella così dicea pregando: «Or neghera'mi tu, s'io domandasse,

un caro dono?» a cui e' rispondea, e rispondendo parea che giurasse sé a ciò non mancar ch'ella volea. «Come con Giuno ti congiugni», disse,

«così con meco ti priego che stea». Ahi come a Giove dolfe! ma non sdisse quel che 'mpromise, ma invito quello fé, perché 'l saramento non perisse.

Rilucer lì d'un foco grande e bello Semelè si vedeva e in cener trita ritornar tosto giacendo con ello. E così trista finì la sua vita

per lo disio che 'l consiglio dolente le porse, e Giuno rimase gioita. Conforme poi si vedea similmente Asterien ad aquile seguire,

cui elli amava molto coralmente. Allato a lei ed or di sopra gire per alti boschi quivi si vedeva, e poi con l'ali lei presa covrire.

Molto dubbiosa lì quella pareva, per che rivolta contra il grande iddio con fievol possa cacciar lo voleva. Valeale poco, però che 'l disio

suo ne prendeva que', come che a lei ne' suoi sembianti le paresse rio. Nel luogo appresso si vedea colei che partorì i due occhi del cielo,

secondo che apparve agli occhi miei. Assai timida, l'isola di Delo la riteneva quasi fuggitiva, umile e piana sotto bianco velo.

Soletta appresso Antiopa seguiva, con la qual quivi Giove in forma quale un satiro, alla mia stimativa. Ove allato sedeale e quanto male

amor per lei li facesse narrava, né come alcun rimedio ve li vale. Assai negli atti suoi la lusingava, tanto che 'nfine alla sua volontate

con impromesse e prieghi la recava. Vedeasi appresso quivi la biltate, in una storia che venia, d'Almena piena di grazia e di tutta onestate,

in suoi sembianti gioconda e serena; a cui Giove, in forma del marito che dallo studio tornava d'Atena, tutto il suo disio avea compito.

Vedevavisi Geta doloroso perché un altro n'avea 'n casa sentito. Appresso v'era Birria nighittoso caricato di libri; al picciol passo

parea venisse tutto dispettoso, sanza alcun ben, dicendo: «Oimè lasso, quando sarà ch'i' posi questo peso che sì m'affolla, ponendolo abbasso?».

Inver lo ciel ne gia, poi ch'ebbe preso Giove il diletto che di lei li piacque, pregna lasciandola, al salire inteso: di cui appresso il forte Ercule nacque.

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