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1313–1375

Canto XLVI

Giovanni Boccaccio

Tenendo me il valor di colei dentro a sua luce in tal modo costretto, sempre con lo 'ntelletto volto a lei, avendo spesso dolore e diletto,

riposo e noia con isperanza assai, com'io qui poco di sopra ho detto, non sappiendo a che termine mai si dovesse finire, un poco appresso

inver di lei alquanto mi voltai, traendomi più là, e con sommesso parlar le chiesi che al mio dolore fine ponesse, qual doveva, adesso,

ognor servando quel debito onore che si convene a suoi costumi adorni, di gentilezza pieni e di valore. Cinque fiate tre via nove giorni

sotto la dolce signoria di questa trovato m'era in diversi soggiorni, allora ch'io senti' che la molesta pena, che m'era nello cor durata,

convertir si doveva in lieta festa. Lasciando adunque la mia vesta usata in parte più profonda del verziere, mi parea ritrovar quella fiata

con gioia smisurata, al mio parere, e nelle braccia la donna piatosa stupefatto mi parea tenere. Vinceva tanto l'anima amorosa

la gioia, che la lingua stando muta di venuta pareva dubitosa, né diceva niente, ma l'aguta voglia di star dov'esser mi parea

facea parermi falsa tal paruta. Dond'io fra me spesse volte dicea: «Sogni tu? o se' qui come ti pare?» «Anzi ci son», poi fra me rispondea.

In cotal guisa spesso a disgannare me quella donna gentile abracciava e con disio la mi parea basciare, fra me dicendo ch'io pur non sognava,

posto che mi pareva grande tanto la cosa, ch'io pur di sognar dubbiava. E se per comprazion volessi quanto fu la mia gioia porre, essemplo degno

nol crederia trovar; ma dopo alquanto, con quella gioia che io qui disegno, la quale immaginar non si porria da alcuno mai per altezza d'ingegno,

tratto un sospiro, graziosa e pia la donna inver di me disse: – Ora dimmi, come venisti qui, anima mia? –. Ond'io a lei: – Poi ch'Amore aprimmi

gli occhi a conoscer la vostra biltate, a cui io per mia voglia consentimmi, nel cerchio della vostra potestate entrato con affanno e con sospiri,

sempre sperando en la vostra pietate, ò lui pregato che a' miei martiri dia fine grazioso, ed e' menato m'ha qui per fine porre a' miei disiri.

Nel giardin là ver è ch'i' ho lasciato stare una donna, la qual lungamente prima m'avea benigna accompagnato venendo qui –; e non lasciai niente

a dire a lei e di que' due ancora con cui io venni qui similemente. Alquanto stette quella donna allora in abito sospesa, in sé pensando:

e poi, non dopo molto gran dimora: – Andrai –, mi disse, – la donna cercando, e lei seguisci però ch'ella è quella che 'n dritta via ripon chi va errando.

Ciò ch'ella vuol, vo' facci, fuor che s'ella me ti volesse far di mente uscire: in ciò non vo' che ubidischi ad ella. Humiliati sempre al suo disire

e me porta nel cuor, né ti sia grave, ché ben te ne vedrai, credo, seguire. Il portar te in me tanto soave m'è, che per pace corro a tua figura

quando gravezza alcuna il mio cor have. Giammai non fu neuna creatura che tanto mi piacesse: fatti lieto, e di ciò tien l'anima tua sicura.

Io volli ora, al presente far quieto il tuo disio con amorosa pace, dandoti l'arra che finirà 'l fleto: adunque va omai quando ti piace –.

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