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1313–1375

Canto XLIV

Giovanni Boccaccio

Era più là, di donne accompagnata, la Cipriana, il cui figliuolo attende d'aver la fronte di corona ornata, con quello onore che ad essa si rende

dell'isola maggior de' Baleari, se caso fortunal non gliel contende. Tra le quali era, in atto non dispari della gran donna, un'altra tanto bella,

che mi fur gli atti suoi a mirar cari. Ognuna quivi riguardava ad ella per la sua gran bellezza, ed io con loro che già in me riconosceva quella.

Ell'è colei di cui il padre nell'oro l'azzurro re de' quadrupedi tene nel militare scudo, e di coloro passata stassi, come si convene

isposa d'un che la fronzuta pera d'oro nel ciel per arma ancor ritene. E con queste a seder bellissim'era, simile a riguardare ad una dea

la sposa di colui che la rivera rosseggiar fé di Lipari, eolea isola, poi togliendo in guidardone l'amiraglia da chi dar la potea.

Con essa questa ancora ad un sermone conobb'io quella che fu tratta al mondo, onde fuggita s'era in religione, honesta e gaia nel viso giocondo,

moglie di tal che me' saria non fosse: ma chi più sia non mosterrò del fondo. E l'altre oltre mirando, mi percosse ma non so che, e tutto quasi smorto

subito altrove gli occhi e me rimosse. Venend'io così men sanza conforto, tremando tutto, mi ritorna' a mente ch'io vidi in una parte di quell'orto,

onesta e graziosa umilemente, una donna sedere il cui aspetto tutto dintorno a sé facea lucente. In questo alquanto nel tremante petto

con forza ritornò l'alma smarruta, rendendo forza al debile intelletto. Così mi ricordò che io veduta avea costei tra quelle donne prima,

e 'n altra parte ancora conosciuta. Onde se sua bellezza la mia rima qui al presente perfetta non dice, maraviglia non è; ma tanto estima

sentendo l'alma mia, che om felice mirando quella dovria divenire, se la memoria mia ver mi ridice. Tenendo mente lei, sommo disire

d'entrar mi venne dentro allo splendore che delli suoi belli occhi vedea uscire; e 'n ciò pensando subito nel core punger sentimmi, e quasi in un momento

mi ritrovai nel piacevol lustrore. Ivi mirabile il dimoramento pareami, e quasi in me di me facea beffe di sì notabile ardimento.

Ma lì essere stato mi parea tanto che quattro via sei volte il sole con l'orizonte il ciel congiunto avea. E come nell'orecchia talor sole

subito dolce suon percuoter tale che quello udendo poi le piace e vole, così orribil mi venne cotale e spaventommi per lungo soggiorno,

né mi fé già, ben ch'io temessi, male: – O tu –, dicendo, – ch'e' nel chiaro giorno del dolce lume della luce mia, che a te vago si raggia dintorno,

non ischernir con gabbo mia balia, né dubitar però per mia grandezza, la quale umil, quanto vorrai, ti fia. Onora con amor la mia bellezza,

né d'alcun'altra più non ti curare, se tu non vuo' provar mia rigidezza –. Sentimmi poi il cor dentro legare co' cari crini del suo capo, e adesso

più volte intorno avolgere e girare. Così mi parve, se bene in me stesso ricordo, che costei dicesse: ond'io risposi: – Donna, a te tutto sommesso

io sono e sarò sempre, e ciò disio –.

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