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1313–1375

Canto XLII

Giovanni Boccaccio

E mentre ch'io m'andava sì parlando con questi due, ed ecco d'altra parte molte donne gentili assai danzando. Certo non credo che natura od arte

bellezze tante formasse giammai, quanto ne' visi a quelle vidi sparte. Tra me medesmo men maravigliai, ma volto il viso a lor, come venieno

così nella memoria le fermai. Onde mi par che quella, cui seguieno danzando a nota d'una canzonetta che due di quelle cantando dicieno,

raffigurando, era una giovinetta dell'alto nome di Calavra ornata, di Carlo figlia gaia e leggiadretta: reggendo quella alla nota cantata

con volte degne e passi, a cotal danza, come mi parve, appresso seguitata ivi dall'alta ed unica intendanza del Melanese, che col Can lucchese

abatté di Cardona l'arroganza. Nelle man della qual poi la cortese donna di quel cui seguita Ungheria, bellissima si fece a me palese:

graziosa venendo, onesta e pia, con lieta fronte, in atto signorile, fece maravigliar l'anima mia. Riguardando oltre, con sembianza umile

venia colei che nacque di coloro, che tal fiata con materia vile aguzzando lo 'ngegno a lor lavoro, fer nobile colore ad uopo altrui,

multiplicando con famiglia in oro. Tra l'altre nominat' è da colui che con Cefàs abandonò le reti per seguitare il Maestro, per cui

i tristi duoli e gli angosciosi fleti fur tolti a' padri antichi, e parimente da Lui menati nelli regni leti. Appresso questa assai vezzosamente

se ne veniva la novella Dido, di nome, non di fatto veramente, tenendo acceso nel viso Cupido, di tale sposa ch'assai mal contenta

credo la faccia nel marital nido. Ed il nome di lui di due s'imprenta, d'un albero e d'un tino, e 'l poco fatto dal suo diminutivo s'argomenta.

Costei seguiva con piacevol atto donna che del sussidio d'Orione il nome tien, quando sonò per patto. Oh quanto ella vorria, ed a ragione,

vedova rimaner partenopea di tal c'ha nome da quel che menzione l'agosto dà ad Ascesi! E poi vedea dopo essa molte, le qua' raccontare

per più brieve parlar meglio è mi stea. E com'io dissi, ad un dolce cantare, in voce fatto angelica e sovrana, era guidata, qual di sotto pare.

– In chiunque dimora alma sì vana ch'esser non voglia suggetta ad Amore, da nostra festa facciasi lontana. Lo suo inestimabile valore

che adduce virtute e gentilezza, a ciascuna di noi disposto ha il core a sempre seguitar la sua grandezza, e lui servendo staremo in disire,

tanto che sentiren quella dolcezza ched e' concede altrui dopo 'l martire: null'altra gioia al suo dono è iguale, poiché per quel sembra dolce il morire.

Vita che sanza lui dura non vale né più né meno che se ella fosse cosa insensata o d'un bruto animale. In quel disio adunque in che ci mosse

quando a noi fé sua signoria sentirsi, a sostenere inforzi nostre posse: benivol poi essendoci a largirsi, sì che, deh, non ci paian le ferute

di lui noiose né grave il soffrirsi, in cui consiste la nostra salute; quando parralli, la dobbiamo avere, dandola tosto con la sua virtute –.

L'altre poi tutte appresso, al mio parere, rispondendo diceano: – O signor nostro, in te si ferma ogni nostro volere, tutte disposte siamo al piacer vostro –.

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