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1313–1375

Canto XIII

Giovanni Boccaccio

Mirand'io quella turba sì gulosa di quel per che s'affanna la più gente, per esserne nel mondo copiosa, entrato infra 'l tesoro più fervente

vi vid'io Mida, in vista che sazia saria di tutto appena possedente, non bastandoli avere avuta grazia dall'iddii che ciò che e' toccasse

ritornasse oro ver sanza fallazia. Di rietro a lui parea che ne tirasse giù Marco Crasso assai, avvegnadio che della bocca ancor li traboccasse.

Allato a lui con isciolto disio quell'Attila che 'n terra fu flagello s'affaticava forte, al parer mio, nelle sue man tenendo uno scarpello

con un martel, fierendo sopra 'l monte, gran pezzi e grossi levando di quello. Dall'altra parte con superba fronte era Epasto, con un piccone in mano

con punte agute bene ad entrar pronte. Ognor che su vi dava non invano tirava il colpo a sé, ma gran cantoni giù ne faceva ruvinare al piano,

impiendo di quel sé e' suoi predoni ed ogni sciolta voglia adoperando, dannando le giustizie e le ragioni. Là vi vid'io ancora furiando

Nerone imperadore, ed avea tesa sopra 'l monte una rete e già tirando molta gran quantità n'aveva presa di quel tesoro, e qual gittava via

e qual mettea in disordinata spesa. Ivi di dietro un poco a lui seguia con una scure in man Polinestore, e quanto più potea quivi feria,

ora col colpo faccendo romore, ora mettendo biette alla fessura quando la scure sua tirava fore, forse temendo che non l'apritura

si richiudesse; e molto ne levava continovando pur con la sua cura. Appresso lui tutto 'l monte graffiava Pignaleon con uno uncino aguto,

e molto giuso a sé ne ritirava. L'acerbo Dionisio conosciuto v'ebbi mirando fra la gente folta, ch'a tor dell'oro non voleva aiuto.

Là si ficcava tra la turba molta con un roncone in man tagliando, e presto di quello a piè si faceva raccolta, impiendo con affanno il suo molesto

voler, cacciando misura e piatate in modo sconcio assai e disonesto. Rubesto appresso la sua crudeltate Fallarìs dimostrava, ricidendo

con una accetta una gran quantitate e via di quindi di quel trasferendo; poi, arrotata la 'ngrossata accetta, ancora quivi tornava correndo.

Con furiosa e minaccevol fretta quivi si vedea Pirro accompagnato con mal disposta e dispiacevol setta. A molti lì per forza avean levato

a cui cesta di collo, a cui di seno avean rubato l'or ch'avean cavato. Ridendo poi fra lor se ne facieno beffe ed istrazio di que' cattivelli,

ch'a cavar quel fatica avuta avieno. Ancora vid'io star presso di quelli il dispietato ed iniquo Tereo, di quel tesoro prender nel quale elli

fatica non durò mai come feo quelli a cui toglieva; e dopo lui pien d'oro dimorava Tolomeo. Ivi era Fisistrato, per la cui

cura più scrigni ripieni e calcati quivi ne vidi tirati da lui. Avea in un lembo de' panni piegati Siragusan Geronimo tesoro:

egli e molti altri ne gian caricati. Ma di Novara Azzolin con costoro con molto se ne giva, per tornare con maggior forza a sì fatto lavoro.

Molti altri ancora vi vidi cavare ed isforzarsi per volerne avere, ma niente era il loro adoperare, anzi oziosi stavano a vedere.

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