Al suon di quella voce graziosa che nominò il maestro dal qual io tengo ogni ben, se nullo in me sen posa: – Benedetto sia tu, etterno Iddio,
c'hai conceduto ch'io possa vedere in onor degno ciò ch'avea in disio –, incominciai allora; né potere aveva di partir gli occhi dal loco
dove parea il signor d'ogni savere, tra me dicendo: «Deh, perché il foco di Lachesis per Antropos si stuta in uomo sì eccellente e dura poco?
Viva la fama tua, e ben saputa, gloria de' Fiorentin, da' quali ingrati fu la tua vita assai mal conosciuta! Molto si posson riputar beati
color che già ti seppero e colei che 'n te si 'ncinse, onde siamo avvisati». I''l riguardava, e mai non mi sarei saziato di mirarlo, se non fosse
che quella donna, che i passi miei là entro con que' due insieme mosse, mi disse: – Che pur miri? forse credi renderli col mirar le morte posse?
E' c'è altro a veder che tu non vedi! Tu hai costì veduto, volgi omai gli occhi a que' del mondan romore eredi; i quali quando riguardati avrai,
di quinci andrenci, ché lo star mi sgrata –. A cui io dissi: – Donna, tu non sai neente perché tal mirar m'aggrata costui cui miro, ché se tu il sapessi
non parleresti forse sì turbata –. – Veramente se tu il mi dicessi nol saprei me' –, rispose quella allora, – ma perder tempo è pur mirare ad essi –.
Oltre passai, sanza più far dimora, con gli occhi a riguardar, lasciando stare quel ch'io disio di rivedere ancora, là dove a colei piacque che voltare
io mi dovessi; e vidi in quella parte cosa ch'ancor mirabile mi pare. Odi, ché mai Natura con sua arte forma non diede a sì bella figura:
non Citarea, allor ch'ell'amò Marte, né quando Adon le piacque, con sua cura si fé sì bella, quanto infra gran gente donna pareva lì leggiadra e pura.
Tutti li soprastava veramente, di ricche pietre coronata e d'oro, nell'aspetto magnanima e possente. Ardita sopra un carro tra costoro
grande e triunfal lieta sedea, ornato tutto di frondi d'alloro. Mirando questa gente in man tenea una spada tagliente, con la quale
che 'l mondo minacciasse mi parea. Il suo vestire a guisa imperiale era, e teneva nella man sinestra un pomo d'oro, e 'n trono alla reale,
vidi, sedeva; e dalla sua man destra due cavalli eran che col petto forte traeano il carro fra la gente alpestra. Ed intra l'altre cose che iscorte
quivi furon da me intorno a questa sovrana donna, nimica di morte nel magnanimo aspetto, fu ch'a sesta un cerchio si movea grande e ritondo,
da' piè passando a lei sopra la testa. Né credo che sia cosa in tutto 'l mondo, villa, paese, dimestico o strano, che non paresse dentro da quel tondo.
Era sopra costei, e non invano, scritto un verso che dicea leggendo: «Io son la Gloria del popol mondano». Così mirando questa e provedendo
ciò che di sopra, dintorno e di sotto le dimorava e chi la gia seguendo o lei mirava, sanza parlar motto per lungo spazio inver di lei sospeso
tanto stett'io, che d'altra cura rotto nella mente sentimmi: il viso steso diedi a mirar il popolo che andava dietro a costei, chi lieto e chi offeso,
sì come nel mio credere estimava. E quivi più e più ne vidi, i quali conobbi, se 'l parer non m'ingannava; onde al disio di mirar crebbe l'ali.
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